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"bregovic"
Vent’anni fa aveva lasciato la sua Sarajevo dilaniata dalla guerra. Oggi l’annuncio del ritorno. Non prima però di aver cantato al mondo cosa vuol dire essere ‘Gypsy’.

Goran Bregovic, la rock star dei Balcani, colui che più di ogni altro ha saputo portare nel mondo la gioia e i mille colori della fanfara tzigana, da "Il tempo dei gitani" alla "Carmen con happy end", questa volta i Gipsy li ha voluti riunire tutti o quasi. Si chiama, non a caso, "Champagne for Gypsies" il nuovo progetto di cui porterà un assaggio anche in Italia questa estate, ospite annunciato insieme alla Wedding & Funeral Band al Nuovo Festival del Vittoriale Tener-a-mente e in un mini-tour di altre quattro date che rivela per la prima volta in un’intervista all’Ansa. Il 14 luglio sarà a Milano a Villa Arconati; il 15 a Trieste al Festival Guca sul Carso; il 16 a Siena per la Settimana Musicale Senese; il 19 al Vittoriale di Gardone Riviera (BS), il20 a Pietrasanta (LU) per La Versiliana e il 21 a Roma a Villa Ada. «Adoro il vostro paese, mi piacerebbe essere italiano – confessa – Quando avevo 18 anni ho suonato in alcuni bar di Napoli e Ischia. So che pensate di aver problemi, ma chiunque nei Balcani sarebbe lieto di scambiarne 100 dei vostri con uno dei nostri. E avremmo comunque l’impressione di aver fatto un affare».

"Champagne for Gypsies", racconta, «è la seconda parte del progetto Alkohol. Diventerà un disco, in uscita in autunno. In questi giorni sto girando l’Europa per incontrare molti artisti gitani e registrare con loro le 12-13 tracce dell’album». Tra le tante collaborazioni, quella attesissima con i Gipsy Kings, nel singolo di lancio "Balkaneros". Ma anche quella con Florin Salem, il popolare musicista "gipsymanele della Romania. «Con i Gipsy Kings stiamo lavorando per un tour insieme, anche se è difficile con tutti i loro impegni – prosegue Bregovic – Amo lavorare con musicisti gitani, esattamente come con Iggy Pop, Cesaria Evora, Ophra Hasa o Scott Walzer. Devo il mio primo successo, già con il mio gruppo rock a 15 anni, proprio al fatto che mi sono sempre ispirato alla musica tradizionale e gitana. Credo che ognuno di noi vorrebbe essere un po’ ‘gipsy’, almeno per un momento nella vita. Non dover sempre rispettare le regole del sistema, rendere le distanze più vicine». Al tempo, Bregovic lo ha raccontato più volte, «il rock era l’unica possibilità per poter esprimere pubblicamente il nostro malcontento senza rischiare di finire in galera, o quasi. Ma in qualche modo – aggiunge oggi – si potrebbe dire che ho fatto sempre la stessa musica. Semplicemente allora credevo di doverla avvolgere in abiti occidentali che tanto facevano colpo sui ragazzi degli stati comunisti dell’Est’’. Nato nel 1950 a Sarajevo da madre serba e padre croato, sposato con una donna di religione musulmana, Bregovic ha visto con i proprio occhi il disgregarsi sanguinoso della Jugoslavia. «I paesi Balcanici ed il mio in particolare – racconta – hanno sempre oscillato tra momenti di grande entusiasmo e altri di profonda depressione. Oggi iniziamo a credere che l’Europa abbia un progetto anche per noi. Sarebbe un peccato se rovinasse questa gioia per i postumi di una sbornia finanziaria». Venuto via all’inizio degli anni Novanta da quella guerra fratricida ("La più grande lezione che il 21 secolo potrebbe imparare è di vivere con la differenza», dice), per anni ha vissuto suonando e componendo tra Parigi e il mondo. Ma a gennaio scorso, per mano del sindaco Alija Behem, l’annuncio di un ritorno definitivo a Sarajevo. «Alla mia età capisci quanto sia breve la vita, che esiste una sola occasione per essere amato con tutto il cuore – spiega – Semplicemente, ho smesso di cercare per provare a dire qualcosa con la musica». Una decisione che ha tutto il sapore di una riconciliazione. «Qualche anno fa – aggiunge – con la White Button band sono andato a suonare in tre enormi concerti a Sarajevo, Zagabria e Belgrado: tre città che per un decennio hanno combattuto una terribile guerra e dove invece oggi vedi jugoslavi emigrati in tutto il mondo riuniti per un concerto. Bosniaci, croati e serbi, tutti insieme per tre giorni. Questo ovviamente non cambia nulla nella realtà politica. Ma solo il fatto che abbiamo alcune canzoni da poter cantare insieme significa già molto per me».