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"Massimo
La Facoltà di Scienze Politiche di Bari ha ospitato il quarto ed ultimo incontro del ciclo “La Tv all’Università” volto all’analisi del mondo televisivo e dei linguaggi da esso utilizzati. Erano presenti il sociologo prof. Franco Cassano, Fabio Di Credico, scrittore ed ideatore di alcuni format televisivi (“Striscia la notizia”, “Artù” e “Il Graffio”, tra gli altri) ed Ennio Triggiani, Preside della medesima Facoltà, che ci ha presentato un altro importante ospite, Massimo Bernardini. Infatti, chi meglio di lui avrebbe potuto parlarci del mondo mediatico e di tutto ciò che verte intorno ad esso? Bernardini è un giornalista professionista e conduttore televisivo, nonché autore di Tv talk, programma di Rai Educational  in onda su Rai3 dal 2001 che si presenta come una sorta di spin-off de Il Grande talk dedicato all’analisi dei talk show italiani: una trasmissione che ha del peculiare perché parla, descrive, analizza e commenta altre trasmissioni grazie anche al contributo di esperti ed analisti quali studenti e giovani laureati in Scienze della Comunicazione, alcuni volti noti della televisione italiana ed i corrispondenti Rai delle sedi di Londra, Madrid, Parigi, Berlino e New York. Perché una Tv che valuta la Tv? Perché “sono pieno di interrogativi sul suo peso e sulla sua ineffabile banalità, sulle ragioni dei suoi successi: alcune facilmente identificabili, altre no”-afferma.

"fabioDavanti ad un folto ed interessato pubblico, il conduttore apre il suo intervento con alcune raccomandazioni in merito all’uso inappropriato della lettura estetizzante della televisione: è bene evitare il ‘che bello!’ o il ‘non mi piace!’ quando parliamo di televisione- che bel programma!, che bella sceneggiatura!, non mi piace questo o quello- senza prima motivare il nostro giudizio perché, incorrendo nell’errore dell’esclamazione valutativa, si rischia di non capire il fenomeno ‘televisione’.  Si passa, poi, all’analisi dell’industria culturale italiana che dipende dalla Tv in modo spasmodico e sottolinea l’anomalia della presenza della classe politica nel contenitore televisivo se dovessimo fare un confronto con gli altri paesi: il che “ci può disgustare” –dice- “ma siccome non siamo moralisti né piccoli o grandi inquisitori stiamo ai fatti”. E per “fatti” Bernardini intende l’analisi dei costi, del target, dei dati Auditel di un determinato programma. Spazio, dunque, all’oggettività dei numeri e delle percentuali di ben note trasmissioni televisive italiane e americane ed è venuto fuori che molto spesso non c’è posto per la “complessità” che allontana l’italiano medio: conseguenza, questa, di trent’anni di errori clamorosi da parte della Rai che ha incorporato nei suoi palinsesti il modello commerciale – ma ci sono comunque delle eccezioni perché non si può fare di tutta l’erba un fascio. Sono cambiate, dunque, le esigenze dell’homo videns italiano: lo dicono i fatti.

Al termine del seminario, noi di LSDmagazine abbiamo avuto l’occasione di incontrarlo per porgergli alcune domande in merito alla realtà  mediatica italiana contemporanea. 

Derrick de Kerckhove ha definito la televisione “una psicotecnologia per eccellenza” che scruta il corpo sociale “come ai raggi X”. La televisione è niente di meno che la proiezione del nostro “inconscio emotivo” ed allo stesso tempo una esteriorizzazione collettiva della psicologia del pubblico. Che tipo di televisione è quella attuale? Oggi serve la televisione? Senza vivremmo meglio?

Diffido degli intellettuali. Gli studiosi della televisione sono molto intelligenti ma raramente offrono strumenti di cambiamento e correzione del prodotto televisivo: lo sanno descrivere, capiscono quali snodi culturali siano sottesi ad esso ma molto spesso rischiano di essere astratti. Stiamo assistendo ad una crisi qualitativa generata da tanti fattori. La Rai non sa più quale sia la sua mission, non sa più chi sia e cosa voglia fare. Seguendo il modello commerciale berlusconiano, la Rai si è imposta lo scopo ‘dobbiamo vincere!’ e questa vittoria ha un costo altissimo. Qualcuno ne è consapevole, altri no. Per cambiare la Tv italiana la Rai deve rinascere in consapevolezza e ritrovare la propria missione. Gli indici di ascolto sono in funzione della polemica- cosa va bene e cosa no- e tutto è ormai diventato strumentale. 

"francoPier Paolo Pasolini considerava “feroce” la banalissima televisione. Parlava di “ferocia ambigua da far sì che ben poco di buono resti in ciò che cade sotto la sua sfera”e di rapporto antidemocratico della televisione tra superiore ed inferiore. Cosa ne pensa?

Pasolini ha visto tutto prima. La Tv ci ha dato una lingua unica ma ci ha anche omologati. Lui dava dei giudizi su precisi prodotti televisivi, come per esempio “Canzonissima”, diventato in seguito un programma che ha avuto un grande successo. 

Analizzando la televisione italiana, oggi, si può parlare di democrazia mediatica o di regime mediatico? Qual è l’espressione più consona che la esprima in modo sintetico?

Se parliamo di politica non avrebbe alcun senso parlare di regime, ma se parliamo di risorse allora bisogna dire che si è venuto a creare un regime per cui la Rai si mangia una fetta della torta e Mediaset la restante parte. Nessuno obbliga gli investitori a seguire questa direzione.

Molto spesso la televisione sforna dei modelli da imitare . Karl Popper usava l’espressione “cattiva maestra televisione” analizzando i contenuti dei programmi e gli effetti sugli spettatori televisivi e giunge alla conclusione che il piccolo schermo sia diventato ormai un potere incontrollato. fino a che punto si può dire che la televisione educhi la società? Si può educare il pubblico? Si può ancora parlare di pedagogia mediatica?

La inteligentia italiana, specialmente quella di sinistra, ha deciso che l’oggetto pedagogico fosse un insulto e questo è un errore perché la Tv, in particolar modo per le fasce culturali del paese, è educazione. Popper sovradimensionava il problema della violenza in Tv. A mio parere, la cosa più offensiva della televisione è la volgarità intrinseca e con ciò non mi riferisco alle parolacce o a quelle donne che mostrano i seni in Tv, ma alla rinuncia da parte dell’autore di inventare, di essere creativo.