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In occasione dell’Evento Nazionale organizzato dal Rotaract (sezione giovanile del Rotary) il 12 marzo 2011, e dello spettacolo di beneficenza dal titolo "Adotta un angelo", tenutosi presso il teatro Kursaal di Bari, noi di LSDmagazine abbiamo potuto godere della preziosa e stimolante compagnia di uno dei maggiori volti noti del piccolo schermo, uno dei primissimi interpreti dello show business nazionale: alludiamo al presentatore Paolo Bonolis. Come tutti saprete, è ormai prossima la grande celebrazione per i 150 anni dell’Unità d’Italia, un’occasione speciale per ricordare che, nonostante tutto, siamo ancora un unico popolo, il quale condivide una sola bandiera e, soprattutto, una sola nazionale di calcio, vero valore fondante della Repubblica Italiana.

Dottor Bonolis, suo padre era milanese, sua madre salernitana, lei, invece, risiede a Roma. Qual’è secondo lei il "Senso della Vita" della contestata Italia, qual’è il senso della sua Unità?

Il senso dell’Unità d’Italia è un senso di collettività che però in Italia non c’è ma, che puoi leggere solo in determinate circostanze ufficiali dove bisogna far finta di essere tutti uniti. In realtà siamo profondamente divisi ed individualisti. Questo è l’attuale senso secondo me dell’Unità d’Italia.

L’uomo moderno, stando alla classificazione posta in essere dalla Teoria dell’Evoluzione di Darwin, è "Homo Sapiens Sapiens". Se è vero (come è vero) che "l’albero si riconosce dai frutti", perchè il piccolo schermo, una delle maggiori espressioni dell’ingegno umano, pare non potersi fregiare del doppio tributo sapienziale riconosciuto invece al suo inventore? Perché la televisione non è più "Sapiens Sapiens"?

Non penso che la televisione non sia "Sapiens Sapiens". Io credo che sia in atto una deriva (da qualche tempo a questa parte) di televisione poco… poco impegnata, ma non poco impegnata nei contenuti, bensì nella voglia di farla. Insomma una Televisione fatta da persone che hanno piacere a prendere solo i privilegi, ma nel contempo si dimostrano poco "attenti" nell’espletare i conseguenti doveri. Ab origine, sembra non esservi una Deontologia comune che funga da linea guida per chiunque operi nel delicato settore della comunicazione via tubo catodico. Qualunque professione necessita e richiede una propria deontologia. Questo default professionale, questa poca ricerca di qualità di cui ho più su accennato, a cascata si riverbera deprezzando buona parte del prodotto televisivo. Io credo che l’uso massiccio, l’abuso, l’assuefazione da televisione, abbia deprezzato a sua volta anche il pubblico televisivo, il quale sembra incapace di selezionare cosa scegliere di guardare, e così seguendo la televisione in  maniera "inerte". Tale "pigrizia", indotta dall’uso eccessivo del mezzo televisivo, rende tutto più complicato, specie per chi vorrebbe e vuole produrre qualcosa di diverso.

Gli spunti di riflessione suggeritici dal grande conduttore televisivo sono molteplici pur nell’esiguità del tempo concessoci per l’intervista. La scelta sulle domande da fare è caduta su argomenti in apparenza così dissimili tra loro ma che in realtà rappresentano un luogo comune nel quale si rivedono numerose teste pensanti (?!) e cioè quello che vorrebbe l’Italia unita non dal suo (anche qui bisognerebbe puntualizzare "qualcosina") Risorgimento, ma da mamma Rai, all’indomani del secondo conflitto mondiale. Ora, se la Lega, da vent’anni a questa parte, continua la sua avanzata verso l’egoismo puro, facendo leva quotidianamente sulla presunta teoria della superiorità della razza padana, qualcosa forse non funziona più nella programmazione della "mamma degli italiani" (cui va affiancata ovviamente "sorella" Mediaset). Il filo magico che ci teneva legati tutti, da Nord a Sud, con gli anni sembra essersi spezzato, forse in concomitanza con gli scandali della prima Repubblica e le stragi brigatiste. Prima delle feste, dei concerti in pompa magna, dei lauti banchetti istituzionali (ma ai quali noi cittadini, ancora una volta, non siamo siamo stati invitati, se non a pagamento), dei roboanti discorsi del politico di turno, ognuno di noi dovrebbe domandarsi se è stata "cosa buona e giusta" negare un affitto solo perchè meridionale ad un povero bracciante in cerca di fortuna in quel di Milano; domandarsi se è giusto giudicare chicchessia attraverso razzisti luoghi comuni. Gli stereotipi, i luoghi comuni sono come gli ideal-tipi (tipi ideali) sociologici: un modo attraverso il quale -per "Pigrizia" ci suggerisce Bonolis- delegare ad altri un giudizio su questo o quello, senza accertaresi della validità di tali opinioni. Una somma inerzia mentale lega saldamente il "pigro" cittadino al "pigro" utente televisivo. Grazie a tale pigrizia avvengono i roghi in piazza, le pubbliche gogne che affliggono intere popolazioni accomunate solo dal fatto di essere nate al di là o al di qua del Po. Se si continuerà a delegare al "vox populi" (la voce della paura del diverso, divenuta opinione di popolo attraverso il bombardamento ossessivo dei media) il ruolo di giudice supremo, addirittura l’attributo di "voce di Dio", ad essere a rischio non sarà solo la sopravvivenza dalla Nazione ma anche qualsiasi rapporto di sincera e disinteressata conoscenza. Su tali stereotipi una certa televisione fonda il proprio successo in termini di share, perché, come insegnano taluni programmi, se si mette una donna nuda in bella mostra che da sola ti alza (il doppio senso non è voluto, ma non nascondo la grande curiosità di provare empiricamente la validità di tale legge scientifica della televisione) gli indici d’ascolto, a cosa serve il contenuto del messaggio?