Tempo di lettura: 3 minuti

"il-divo"Un altro mese inizia con la voglia di cinema. Anche in televisione. Questa sera verrà trasmesso, infatti, per la prima volta in televisione  "Il divo" di Paolo Sorrentino, dopo le infinite polemiche che caratterizzarono il film dalla sua uscita.La prima volta che lo vidi era di pomeriggio Ore 18:20 in un cinema che ora a Bari non esiste più l’Odeon in via Redavid a Bari. Il Cinema era affollatissimo e questo era insolito per un orario pomeridiano. Era, peraltro, domenica e speravo sperare di essere solo o quasi in sala. Non c’è cosa più bella che godersi un film al cinema da soli, se lo si vuole guardare bene!
La pellicola è geniale, un capolavoro di regia; quasi perfetto Tony Servillo, il divo Giulio, il protagonista!
Ancora una volta un’Italia senza pelle, senza denti per un pane così croccante, non riesciva a capire la straordinarietà di questa pellicola di Sorrentino.
Si tratta di un film espressionista, quasi tedesco, un film che deve molto ai grandi maestri del B-italian movies, ad Alfonso Brescia, a Massimo Dallamano, a Nando Cicero, che risente delle straordinarie lezioni di stile di Sergio Leone, che strizza l’occhio all’ottima televisione americana quella che in chiaro va su Italiana 1 dopo le 23:30. Senza scordare "I racconti del cuscino" di Peter Greenaway.
E’ un film che assume in sé tutte le buone pratiche attoriali, un uso del corpo così non si vedeva dai tempi delle prova attoriale di Julian Beck in Edipo re di Pasolini.
Ciò che risalta subito agli occhi è però la paternità di Elio Petri di tanta parte delle trovate di questa pellicola. Servillo fa Gianmaria Volontè che interpreta Aldo Moro in Todo Modo e questo sarebbe un paradosso come dire Andreotti fa Moro, così come la moglie di questo Divo assomiglia alla moglie del presidente recluso nel film di Petri. Dopo di che chi ha ucciso chi? Quali le responsabilità?
Sorrentino, quindi, non sdogana il presidente Andreotti ma il cinema politico degli anni ’60 e ’70 di Montaldo, Giuseppe Ferrara, Petri stesso, facendone un uso postmoderno come quello che Quintin Tarantino fa del cinema italiano e giapponese.
In questo lavoro recitano bene anche le pietre. Vera rivelazione è stata Carlo Buccirosso che viene tratto, e redento, dal linobanfismo in cui sembra immerso fino al collo recitando le mediocri storiacce del furbo Salemme, e qualche fiction per famiglia di Canale 5. Quella da lui descritta è la maschera di Paolo Cirino Pomicino una maschera fisica pazzesca, degna del teatro brechtiano, che si sublima in attitudini fisiche e capacità critico attoriali invidiabili: il balletto scatenato durante una festa e una sensazionale entrata in scivolata irrompendo nei corridoi.
Massimo Popolizio è ritornato ad essere un grande attore, un grande e potente attore, mentre Flavio Bucci si consuma… fino a restare morto stecchito… catafalco di sé medesimo.
Le scene di Lino Fiorito sono magnifiche, minimali e ossessive, così come la fotografia di Luca Bigazzi, che di solito non amo, e a cui di solito preferisco Cesare Accetta, ma che in questo lavoro credo di poter onorare almeno come ottimo illuminatore di quadri alla Rembrandt.
La più grande perplessità tecnica resta nella musica originale. Ancora una volta Theo Teardo mi ha lasciato perplesso, preferendo assolutamente Paquale Catalano, l’unico grande maestro della composizione di musica per film che abbiamo in Italia e forse tra i pochi in Europa. La composizione di Teardo è, infatti, spesso ruffiana e stridente con l’assetto filmico rigoroso e mi auguro che il Genio di Paolo Sorrentino se ne renda conto.
La più grande innovazione, di questa eccezionale pellicola, resta il linguaggio filmico adoperato. Fortunatamente siamo lontani dal robertorossellinismo patetico di Gomorra, dall’ossessione per l’apatia, per la lividezza del racconto, dall’immobilismo di una macchina da presa da repper (una notte).
Sorrentino è rigore, per nulla italico, per nulla italiota in grado di raccontare una storia come quella di Giulo Andreotti, senza essere di parte, in grado di far fuori dal parlamento italiano tutto ciò che non era almeno all’apparenza vicino e amico, o in rapporto diretto con il mitico Giulio, in grado di non mostrare, Bettino Craxi, o Giovanni Spadolini, o Licio Gelli e non farne sentire la mancanza.

Sorrentino racconta l’umanità del personaggio Andreotti, senza essere mai di parte, ricalcandone la narrazione giornalistica, e restituendo la sua lettura l’umanità potenziale di quel personaggio, non Andreotti persona reale o reale uomo di potere reale e oggettivo. E’ un bel film anche per quello perché non è anti-andreottiano, ma è un film umano, e chi non riesce a leggere questo dato mostra i limiti ideologici gravi. Mi indigna la cariatide di Gian Luigi Rondi, uno che avrebbe potuto stare nel Divo anche senza trucco, quando non ne riconosce il valore volendo essere più realista del re.