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Stefano Morelli
, 31 anni, collabora con ricerche fotografiche con la cattedra di Antropologia Visuale dell’Università di Firenze. E’ attualmente impegnato in un progetto di ricerca sulle migrazioni che utilizza la fotografia come mezzo di comunicazione visiva. Stefano, finalista dell’Accademia Apulia Art Award 2010, ha presentato un saggio fotografico incentrato sulla vita dei Rom ai margini della società in Bregu I Lumit, un campo alla periferia di Tirana, in Albania. Le sue fotografie mettono alla luce la difficile condizione dei Rom e il tentativo di mantenere viva la propria identità pur essendo invisibili agli occhi della società. Stefano vive e lavora a Viareggio.

Cosa l’ha portata a diventare fotagrafo?

Mi sono avvicinato alla fotografia per soffrire di meno. Tutte le volte che metto la macchina fotografica all’occhio è come se inserissi un filtro tra me e la realtà. Concentrandomi sulla realizzazione dell’immagine, è come se prendessi una distanza, per quanto possibile, da quello che mi sta avvenendo di fronte. La macchina fotografica lenisce il dolore del confronto diretto con la realtà, soprattutto nei momenti di estrema marginalità sociale. Insomma, fotografo per sopravvivere.

"StefanoChe tipo di attrezzatura usa?

Al momento utilizzo due Canon 5D: una con un grandangolo 17-40, e l’altra con un teleobiettivo 70-200. L’ottica che prediligo è comunque il grandangolo, perché mi permette di entrare in maggiore contatto con il soggetto che ritraggo.

Qual è la parte più impegnativa della sua professione?

La difficoltà di trovare commissioni da parte di giornali e magazine sui reportage sociali. In Italia, vittima di una miseria culturale dilagante, la maggior parte dei servizi pubblicati riguarda soltanto il Gossip, o comunque argomenti che non debbano far pensare troppo il lettore. Per Accademia Apulia Art Award 2010 ha presentato una serie di immagini all’interno del Bregu I Lumit, un campo Rom alla periferia di Tirana. Cosa ha motivato questo progetto? Questa serie fotografica appartiene ad un lavoro più ampio fatto in collaborazione con la cattedra di Antropologia Visuale dell’Università di Firenze. Da una parte ci sono le fotografie che ho realizzato, assieme alle storie di vita dei soggetti ritratti. Dall’altra ci sono le fotografie realizzate dai bambini del Campo Rom, con delle macchine fotografiche che abbiamo donato loro. Questo per cercare di avere il loro punto di vista visuale. Mettendo così in pratica quello che è uno dei capisaldi dell’Antropologia Visuale per cui l’immagine fotografica rivela molto di più sul fotografo, che sul soggetto fotografato. Già la scelta di cosa includere nell’inquadratura, l’obbiettivo usato,… raccontano molto sul proprio approccio culturale.

Che cosa cerca in un luogo?

Cerco l’anima. Non mi piacciono le realtà costruite ad hoc per la realizzazione di un servizio fotografico o di una ricerca. Sono io che mi devo adattare ad un certo stile di vita, non devo cambiare l’ambiente per avvicinarlo alle mie esigenze. Cerco che le persone che incontro si abituino alla mia presenza, così da risultare invisibile. Come fossi una mosca sul muro. In questo modo è chiaro che i tempi si dilatano enormemente. Ma credo che sia l’unico modo per arrivare, in piccolissima parte, all’essenza di un luogo.

C’è un fotografo del passato o presente che ammira in particolare?

Sono tanti i fotografi che ammiro. Anche se devo confessare un debole per i lavori di un fotografo italiano, Francesco Zizola. Qual è stato il momento più gratificante della sua carriera? Quando è stata apprezzata la mia ricerca fotografica in Albania dall’editore di Bonanno Editore che mi ha proposto la sua pubblicazione.

Qual è il suo prossimo sogno?

Poter realizzare un reportage fotografico in Afganisthan, su commissione per un magazine. Non un servizio di guerra, ma sull’intimità familiare del suo popolo.

Cosa consiglia ai dilettanti che vogliono diventare fotografi professionisti?

Umiltà, perchè c’è sempre da imparare da tutti, e perseveranza, perchè i rifiuti che uno incontra durante la propria vita professionale devono servire per migliorarsi.