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Continua il viaggio dedicato alla storia di Bari, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa città e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni.

Quando alcuni possidenti di Acquaviva delle Fonti chiesero al barone Giannantonio Molignani se avesse voluto aderire al movimento patriottico che voleva realizzare il sogno di ‘milioni’ di meridionali per dare al popolo una sola Nazione, il barone accennò con la testa canuta un inequivocabile assenso. Poi, con quel fatalismo tipico della nobiltà dell’epoca, aggiunse: «Bella è l’Unità nazionale. Ma noi meridionali saremo sempre i pezzenti dell’Italia Unita».
Previsione azzeccata. Ma neanche il Barone, con il suo pessimismo, poteva immaginare che una simile condanna si sarebbe perpetuata per 150 anni.
Verso la metà di maggio del 1860 l’armatore barese Vitantonio De Cagno riceve nel suo deposito merci di via Melo la visita di Nicola Gabriele Tanzi. «Guai in vista» pensò Vitantonio proprietario di alcuni trabaccoli che facevano la rotta Bari-Marsiglia-Palermo-Bari e «devono essere grossi se don Nicola ha deciso di esporsi personalmente».
Qualche giorno prima Vitantonio aveva saputo dai suoi marinai che la Sicilia era di nuovo in armi. Pareva che a Marsala fossero arrivati due mercantili carichi di armati volontari con le camicie rosse al comando di un certo Garibaldo. A Napoli poi, riferivano i marinai, c’era una grande agitazione, si diceva fosse tornato in attività il Comitato rivoluzionario del 1848.
Conferme della spedizione garibaldina in Sicilia arrivano anche dall’interno, da Potenza e Altamura, dove emissari del Comitato napoletano portavano un gran numero di fogli clandestini da distribuire nei vari Comitati pugliesi in barba all’efficiente servizio d’informazioni che il giovane re Franceschiello aveva ereditato dal padre Ferdinando II morto l’anno prima.
«In cosa posso servirvi don Nicola» chiede Vitantonio all’elegante Tanzi.
«Niente di particolare signor De Cagno, ho ordinato delle stoffe pregiate a Nizza e vorrei sapere quando è previsto l’arrivo del trabaccolo di vostro fratello Beniamino». Il riferimento a Nizza, città natale di Garibaldi, fa scattare l’allarme nella mente di Vitantonio. Altro che stoffe, pensa l’armatore. Sono notizie, documenti, giornali e stampe clandestine che Nicola Tanzi aspetta. Istruzioni sulle iniziative da prendere in Puglia dove «fra l’apatia e l’indifferenza di molti» scriveva un secolo addietro l’avvocato bibliografo Francesco Colavecchio «un manipolo di generosi si agitava, diffondeva il sentimento di patria e libertà» incitavano alla ribellione contro i Borboni «e contribuivano arruolando volontari, inviando denari, specialmente denari».
"iQuel ‘manipolo’ era gente facoltosa, avvocati, medici, ingegneri, architetti, piccoli imprenditori e artigiani acculturati, qualche possidente oppresso dalle tasse e alcuni religiosi, specie il basso clero. Tutte persone che avevano la possibilità, i mezzi per istruirsi e mettere le mani su qualche volume, di autori francesi, che la polizia borbonica censurava. Era, insomma, una rivoluzione borghese ed elitaria «delle classi alte» che riuscirono a coinvolgere le masse popolari, prive di cognizioni ideologiche e politiche, con il miraggio della distribuzione delle terre.
Secondo Vito Antonio Melchiorre, storico e ricercatore scrupoloso, il 90% della popolazione meridionale era analfabeta. E se è vero che nel 1860 Bari aveva 34.663 abitanti, il conto dei cittadini con un certo grado d’istruzione, capaci almeno di leggere e scrivere, non potevano essere più di duemila. Fra questi, tanti appartenevano alla categoria dei quietisti… «persone amanti della tranquillità, dell’ozio, dei comodi». Bari, dunque, era una città di mercanti poco propensa alla rivoluzione «il cui genio commerciale l’alienava un poco dallo zelo della causa liberale» scriveva ancora Colavecchio.
Inoltre, mentre altrove ai cospiratori era chiesta solo una certa prudenza, a Bari la segretezza era massima perché «qui era l’Intendente con una schiera d’impiegati, qui il generale Flores con la truppa, qui la gendarmeria in permanenza, qui una quantità di gente che viveva dal governo borbonico, qui l’efficiente servizio d’informazioni creato da Ferdinando II con il corollario di spie e delatori». Qui, insomma, l’apparato militare, poliziesco e politico pronto alla repressione a punire con severe condanne.
Ecco allora che soltanto una minoranza di cittadini aveva cognizione del significato di Patria, Nazione, Libertà. Molti erano persino privi di consapevolezza geografica. C’erano contadini che non avevano mai visto il mare come molti marinai, pur distinguendo coste e luoghi, non conoscevano altra terra se non il proprio paesello dove vivevano i loro genitori, le mogli e figli.
Dopo i moti insurrezionali del 1848 poi, era perfino proibito leggere libri, giornali e periodici liberali e nazionalisti. Nel 1853 per disposizione del ministero dell’Interno «si faceva divieto ai comuni di acquistare libri senza la licenza del ministro in persona» annota Michele Viterbo nel suo volume Gente del Sud.
Non bastava dunque che la grande massa vivesse in uno stato di estrema miseria, priva di diritti civili e politici, bisognava che fosse tenuta anche in condizione di schiavismo culturale com’era da secoli con i Borboni.
Cosa sapeva il contadino tenuto sui campi dall’alba al tramonto di ‘appartenenza geografica’, sociale e politica? Niente. Una cosa sola il bracciante, l’operaio sapeva e covava dentro: l’odio per il ‘padrone’ rappresentato spesso dal campiere, dal massaro o dal capomastro che a sua volta odia il ‘barone’, che odia il daziere, l’Intendente e quest’ultimo la schiera di fannulloni e cortigiani del Re.
Era l’odio, dunque, il sentimento più radicato nel cuore e nell’anima del popolo che rispondeva in massa alla lotta contro ‘padroni’ detentori di quel ‘potere’che li soggiogava da secoli. E se quella lotta i ‘baroni’, l’elite culturale del Mezzogiorno la definiva ‘risorgimentale’, andava bene ugualmente.
Quando giunsero le prime notizie sulla spedizione garibaldina in Sicilia, a Bari e in Puglia ancora non si cospirava «ma agitazione ve n’era e non poca. L’idea di unità e libertà s’andava propagando, cominciava a vibrare un’alta nota di idealità» e Nicola Gabriele Tanzi fu l’anima del movimento liberale.
Nato a Bari nel 1820, ultimo di un’antica famiglia di nobili baresi d’origine milanese, Nicola era figlio di Gian Luigi Tanzi già consigliere, decurione si diceva allora, del comune di Bari, in seguito Sindaco e infine affiliato alla carboneria. Nicola Gabriele, insomma, fin da giovane era stato educato con principi liberal-rivoluzionari tanto che a 26 anni, studente a Napoli, si era iscritto alla Giovine Italia di Mazzini.
Nicola, a cui Colavecchio attribuisce la stessa autorevolezza del padre «per senso politico, per patriottico zelo e per la fiducia che ispirava» è eletto decurione nel 1847 e Sindaco di Bari nel maggio del 1856. Ma sei mesi dopo, a seguito di un lungo rapporto dell’intendente Mandarini, che lo dipinge «insubordinato, rivoluzionario e settario», Tanzi viene prima destituito poi espulso dallo ‘Squadrone della Guardia d’Onore’ di Bari ammesso alla presenza del Re.
Ecco dunque spiegato l’allarme dell’armatore Vitantonio De Cagno quando vede apparire nel suo deposito l’elegante don Nicola Tanzi, discretamente seguito e sorvegliato dalla polizia, che lo perseguita con improvvise perquisizioni dell’abitazione barese e della casina di campagna ritenuti «luoghi di convegno dei cospiratori». Ed era vero. De Cagno, fra l’altro, era vieppiù all’armato poiché anche la sua numerosa famiglia contribuiva alla causa.
"iIl grosso due alberi a vela, il trabaccolo, cui Tanzi aveva chiesto notizie, arriva nel porto vecchio di Bari, di fronte al fortino, nella prima settimana di giugno.
La barca, che si chiama ‘Amicizia’, è comandata da Beniamino De Cagno, fratello di Vitantonio, ed è di ritorno da Marsiglia. Ha fatto scalo a Nizza, Genova e Napoli imbarcando zucchero, telerie e balle di cotone. Merce destinata alle molte botteghe di artigiani e commercianti di via Melo e via Argiro.
Solo che nelle balle sono stati nascosti un gran numero di giornali, opuscoli e ritratti di Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele II. Materiale assolutamente proibito e pericoloso entro il regno delle Due Sicilie di Franceschiello ormai nel caos più totale. Anzi, proprio a Napoli, Beniamino aveva ricevuto e nascosto a bordo un gran numero di volantini affidatigli dal Comitato centrale insurrezionale: su quei piccoli fogli di carta grezza erano state stampate la lettera di Garibaldi a Vittorio Emanuele «al grido di sofferenza dei siciliani, che si sono sollevati in nome dell’Unità d’Italia, non ho esitato a mettermi alla testa della spedizione» e l’appello dello stesso Eroe dei due mondi agl’italiani a «sostenere la lotta colla parola, coll’oro, coll’armi e soprattutto col braccio».
Il materiale stampato è inviato a casa Tanzi nascosto sotto gli abiti del giovane Pasquale De Cagno, figlio di Vitantonio, un adolescente che non avrebbe destato sospetti. I ritratti, invece, chiusi in astucci di latta, vengono nascosti in diversi bidoni di olio vuoti, confusi tra centinaia di altri pieni, nel deposito di Vitantonio in via Melo. «Pochi giorni dopo» scrive Colavecchio «una perquisizione della polizia in casa e nei magazzini del De Cagno riuscirà infruttuosa».
Oltre alle notizie che arrivavano dal Nord, biglietti, lettere e periodici sui progressi di Garibaldi in Sicilia, dalla vicina Basilicata giungevano preziose informazioni sulle iniziative dei Comitati nelle province di Potenza, Matera e Altamura sede, quest’ultima, del Comitato centrale pugliese «centro irradiatore di tutto il movimento clandestino nel Barese» scrive Michele Viterbo.
In breve, erano i patrioti di Altamura – intellettuali, borghesi e nobili come la famiglia dei baroni Melodia, del giovane Ottavio Serena, del conte Sabini e di professionisti quali De Laurentiis, Turco, Guerrieri, Lerario e altri – che inviavano disposizioni politiche e militari a Don Nicola Tanzi a Bari il quale riuniva la borghesia barese in casa propria, esponeva programmi ed iniziative degli altri Comitati, distruggeva poi biglietti e lettere, per timore di perquisizioni, e inviava propri delegati per informare capi settore del ‘popolo basso’. «I più» racconta sempre Colavecchio «facevano recapito nel retrobottega della farmacia di Michele Brandonisio in via Melo».
Intanto, i molti Comitati insurrezionali sorti nel 1848 e messi al bando dagli sbirri di Ferdinando II, tornano a riorganizzarsi.
Il 17 luglio padre Eugenio Covelli organizza nell’abitazione di Vito Nicola Resta a Gioia del Colle la prima adunanza di patrioti dove viene dichiarata decaduta la dinastia dei Borboni: «i fati premono» sostiene con fervore Luigi De Laurentiis «bisogna essere pronti per l’azione appena Garibaldi mette piede sul Continente».
Il 28 luglio nuova adunanza a Putignano mentre dal Comitato centrale di Napoli giungono disposizioni a raffica: bisogna tenere pronti i volontari per inviarli in Lucania prossima all’insurrezione; bisogna trovare fucili, cannoni e cavalli; bisogna tentare di far disertare la truppa borbonica.
Il 15 agosto, ad Altamura, il Comitato rivoluzionario elegge presidente Luigi De Laurentiis. Quattro giorni dopo, il 19 agosto, Garibaldi e le sue Camicie Rosse sbarcano sul Continente, sulla spiaggia di Melito di Porto Salvo, un borgo di pescatori nello Jonio a 20 chilometri da Reggio Calabria.
Per arrivare a Napoli dovranno percorrere altri 500 chilometri, ma sarà una ‘passeggiata’ dopo tutto il lavoro preparatorio dei Comitati insurrezionali di Calabria, Puglia e Campania.
Il 18 agosto una lettera segreta di Vincenzo Rogadeo, componente il Comitato centrale, invita Nicola Tanzi a partecipare alla sessione di Altamura per l’importanza delle decisioni da prendere. Il 21 s’insedia a Potenza il governo provvisorio che elegge pro-dittatori Nicola Mignogna di Taranto e Giacinto Albini di Lecce. Intanto, in Lucania, si registra qualche scontro fra patrioti e truppa di Franceschiello «che ha avuto la peggio» scrive Colavecchio.
Il movimento insurrezionale intensifica la sua azione. Molti centri della provincia si sono già liberati delle Amministrazioni borboniche e centinaia di militi, lasciati allo sbando, cominciano a disertare.
Dai comuni di Gravina, Spinazzola, Conversano, Trani e Altamura arrivano a casa di Nicola Tanzi, non più sotto stretta sorveglianza, lettere e messaggi tutti dello stesso tenore: chiedono uomini, armi e denari.
"iDa Altamura il pro-dittatore Luigi De Laurentiis esorta Tanzi ad organizzare a Bari dimostrazioni di piazza «invitando la plebe a gridare viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi; tentare di radunare soldati fuggitivi per servire nelle nostre fila promettendo loro somme e gradi competenti all’individuo. Meglio però se si raccolgono volontari perché vi è di estremo bisogno». «Per i volontari» scrive ancora Colavecchio «fu provveduto mandandone cinquanta a cavallo». Dai soldati fuggitivi, dagli sbandati che non volevano arruolarsi nell’esercito insurrezionale, si comprarono le armi.
Tanzi riesce a far disertare e consegnare le armi all’Alfiere a cavallo Leopoldo Pascale e all’aiutante di gendarmeria Giovanni Trombetta insieme a 50 gendarmi. I loro fucili prima vengono depositati in cassoni nella stessa abitazione di Tanzi, poi inviati ad Altamura dove si ammassano uomini e armi in attesa di partire per la Lucania. Secondo le informazioni del Comitato centrale napoletano l’insurrezione stava per scoppiare. «L’insurrezione lucana» scrive Michele Viterbo «avrebbe integrato l’azione bellica di Garibaldi e avrebbe a lui schiuse le porte verso Napoli».
Per le dimostrazioni di piazza, invece, «non v’era bisogno di nessun incitamento perché ogni giorno, in vari punti della città, quasi all’improvviso si formavano raggruppamenti ed echeggiavano le grida di viva l’Italia unita, viva il Re, viva Garibaldi». Erano manifestazioni improvvisate di piccoli gruppi, spesso di ragazzi che battevano legni su tamburi di latta, subito dispersi dai soldati e, per altro, disapprovati da Nicola Tanzi che voleva s’inneggiasse anche a Giuseppe Mazzini.
Ma che sapeva la «misera plebe» della Monarchia costituzionale, dei liberali e della sinistra rivoluzionaria? Niente. Alla fine, proprio gli ultimi giorni di agosto, i baresi organizzano un’imponente manifestazione.
Accadeva che, mentre ad Altamura si concentravano le truppe dei patrioti volontari, a Bari arrivavano, ogni giorno, decine di piccoli reparti di militi e gendarmi in fuga dai centri di tutta la Puglia ormai in mano ai rivoluzionari. Si era perciò sparsa la voce che i soldati di Franceschiello «per rifarsi dell’onta subita avevano in animo di assalire le case dei baresi e di fare una carneficina».
Il 28 agosto il generale Flores, comandante la piazza d’armi di Bari, sembra voler attuare la minaccia «i soldati sono pronti ad effettuare il saccheggio» si vocifera nella città vecchia e, «man mano la voce si propaga e piglia credito» racconta Colavecchio. «Le donne, spaventate, cominciano a fuggire urlando: i soldati, i soldati! E mettono, con le loro grida, l’allarme nella popolazione. Si ode, ad un tratto, suonare l’allarme dalla costituenda Guardia Nazionale. Uomini accorrono in piazza Mercantile con le armi che si sono potuti procurare: Mauro Buonvino chiama a raccolta i muratori che accorrono con i ferri del mestiere; Vitantonio De Cagno raduna al porto vecchio i marinai e i calafatari che brandiscono le assi di bordo; i contadini portano zappe, forconi e roncole. Si ordina alle donne di tornare alle case, di chiudere le porte con il chiavistello e le finestre con materassi, di preparare acqua e olio bollente». La città è pronta a battersi.
Nel 1860 il ‘nuovo borgo’ era costituito da appena tre parallele a Corso Ferdinandeo – divenuto corso Vittorio Emanuele dopo l’Unità – via Piccinni, Abate Gimma e Calefati. Le costruzioni, ai due lati delle strade erano basse, uno due piani al massimo abitate da facoltosi commercianti e artigiani, specie bottai e ferramenta, che lavoravano per la florida industria vitivinicola. Erano abitazioni costruite apposta per fare casa e bottega.
Non mancavano grandi magazzini di tessuti e telerie per corredi e onnipresenti depositi di vino, olio e carbone «c’erano anche non poche case commerciali francesi» scrive Colavecchio che curavano l’import-export di vini e oli per la Francia. Fra loro c’era anche Felice Garibaldi, fratello di Giuseppe. Felice era arrivato a Bari nel 1835 per aprire un ufficio di rappresentanza ed esportare oli in Francia. Ma accanto alla sua attività commerciale faceva anche proselitismo politico in giro per la provincia. Felice propagandava, per conto del fratello che ammirava Mazzini piuttosto che Cavour, idee repubblicane della ‘Giovine Italia’. Scoperto dall’intendente Ajossa e segnalato come un «operoso spacciatore di notizie sovversive» nel 1852 fu costretto ad abbandonare la città.
Veri e presunti commercianti rappresentanti aziende d’oltralpe dunque, per evitare di subire danni e saccheggi nei minacciati scontri fra la popolazione e i soldati «avevano messo sulle porte dei loro esercizi, abitazioni e studi commerciali, striscioni di carta con la scritta ‘domicilio francese’ subito imitati dagli esercenti baresi».
La tensione è alta. Uno scontro fra soldati e cittadini potrebbe sfociare in una carneficina. Perciò, con l’intento di scongiurare una strage, una delegazione della folla ammassata in piazza Ferrarese insieme ad alcuni componenti il Comitato insurrezionale, si porta al comando del reggimento per parlamentare con il generale Flores il quale ha già messo in allerta i soldati.
"iLa delegazione della cittadinanza, guidata dal cav. Domenico Sagarriga, convince il generale Flores a constatare di persona «lo stato d’animo della popolazione ammassata nella grande piazza e quale scempio potrebbe avvenire se i soldati si azzardassero ad uscire dal loro acquartieramento». Il Generale accetta di recarsi in piazza Ferrarese a condizione che i delegati garantiscano la sua incolumità. «Al suo apparire» racconta ancora Colavecchio «il sordo e minaccioso brontolio della folla cessò come d’incanto, il silenzio si fece glaciale ed egli, nel vedere la piazza gremita di migliaia di persone, ebbe un amaro sorriso e tristemente si ritirò senza profferir parola. Viva l’Italia fu il grido unanime che si levò da quella moltitudine appena il Generale si allontanò dalla piazza».
Tre giorni dopo, il primo settembre, il generale Flores con il suo reggimento lasciava Bari per andare «a soffocare la rivoluzione in Irpinia». Prima, però, tenterà di portarsi via la cassa del Monte dei pegni e la cassa del Banco di Napoli, «ma gli si fece comprendere quale tumulto ne sarebbe nato nella popolazione che in quelle casse avevano i loro risparmi» e il Generale memore della folla di piazza Ferrarese «decise di lasciare in pace le due casseforti» conclude Colavecchio.
Il 30 agosto, intanto, Altamura, la ‘Leonessa’divenuta ormai centro di reclutamento e smistamento di uomini e armi di tutta la Puglia, proclama il governo provvisorio e l’affida ad un triunvirato: Luigi De Laurentiis e Tebaldo Sorgente di Altamura, e al bitontino Vincenzo Rogadeo. «L’ora dell’aspettazione è finita» scrive Vincenzo Guerrieri, che ha assistito alla cerimonia d’insediamento, a Nicola Tanzi «comincia quella dell’azione».
Lo stesso giorno a Gravina arriva una colonna di volontari forte di mille uomini, al comando del barlettano Camillo Boldoni, diretti a Potenza. Anche Bari potrebbe insorgere da un momento all’altro. Tanzi e i componenti il Comitato distrettuale sono pronti, attendono solo l’ordine del governo provvisorio di Altamura che stranamente non verrà mai.
Una fortuna per i gendarmi del piccolo presidio di Bari rimasti per mantenere l’ordine pubblico. Non poco allarmati per la loro incolumità, specie dopo la partenza dei soldati, il comandante della gendarmeria maggiore Cristini finisce per chiedere all’amico Vitantonio De Cagno «che possiamo fare noi in caso di sommossa»? Andate via fu la risposta «pensiamo noi a mantenere l’ordine pubblico».
Ecco come Francesco Colavecchio racconta la partenza del maggiore Cristini e dei suoi gendarmi sul quotidiano il Corriere delle Puglie del 21 aprile 1911: «partiti dalla caserma di Santa Teresa dei Maschi, alla Madonna dell’Arco cominciarono le prime diserzioni: i suoi uomini con armi e bagaglio, abbandonavano le fila. Strada facendo le diserzioni andarono man mano aumentando, tanto che a Molfetta il povero maggiore s’incarrozzo solo soletto per Napoli».
Era il 3 settembre 1860. Il 6 una delegazione del Comitato barese si reca a Modugno per incontrare e scortare a Bari il colonnello Romano di Molfetta partito da Altamura il giorno prima con due battaglioni di 1200 volontari pugliesi. Il colonnello Romano aveva fatto parte dei Mille. Sbarcato in Calabria con Garibaldi era stato delegato ad organizzare e guidare l’insurrezione del barese. Ma a Bari arrivarono piuttosto mal messi e senz’armi. Sarà Nicola Tanzi a fornire fucili e vettovagliamento nascosti nella sua abitazione.
Il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi entra nella superba capitale dei Borboni con un treno speciale. Durante il percorso in carrozza dalla stazione al palazzo reale volle accanto a sé Liborio Romano, nato a Patù in provincia di Lecce, già ministro dell’Interno e prefetto di polizia di Francesco II.
Il nobile gentiluomo salentino, che Garibaldi confermerà allo stesso ministero nel nuovo governo provvisorio, è ancora oggi una figura controversa del Risorgimento italiano per il suo ruolo di Ministro dei Borboni e attivo ‘manovratore’, non proprio segreto, fra Cavour e Garibaldi per ‘traghettare’ il Regno delle due Sicilie dai Borboni ai Savoia.
Pochi giorni dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli Vincenzo Rogadeo è nominato primo governatore della terra di Bari dove nel frattempo è cambiato anche l’assetto politico-amministrativo. Il 28 agosto il Consiglio comunale presieduto dal sindaco Giuseppe Capriati delibera la ‘chiamata’ per formare la Guardia Nazionale; il 10 settembre il vice sindaco Nicola Bax presiede il Consiglio che delibera la soppressione di tutti gli emblemi dei Borboni dagli uffici pubblici; il primo ottobre anche i pugliesi, nella battaglia sul Volturno, danno il loro tributo di sangue all’Unità. Infine, il 6 dicembre, giorno del Santo Patrono di Bari, Nicola De Gemmis avvicenda Giuseppe Capriati al Comune e Nicola Gabriele Tanzi viene nominato comandante della Guardia Nazionale.
L’Unità è fatta.
Ma fu vera Unità? Oppure, come si sostiene in questo periodo di rievocazioni da parte di diversi revisionisti, per lo più giornalisti, si trattò di pura annessione, che accontentava la proprietà terriera, e di crudele occupazione militare?
Forse, ma questa è un’altra storia che parla di ‘tradimento’ degli ideali del Rinascimento e della profonda delusione dei contadini che invece di vedersi affidare le terre del demanio e della chiesa ottennero nuove imposte dirette gravanti soprattutto sulle masse popolari e la costrizione obbligatoria dei loro figli. Non ci furono ‘sacche di ribellione’. Fu una vera e propria guerra civile che per giustificare le stragi verrà dato il nome di ‘brigantaggio’.