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"ILa ricorrrenza religiosa dell’8 dicembre apre ufficialmente la “ritualità” del Santo Natale  e –  come ogni anno accade – spuntano le solite annose questioni: l’acquisto dei doni – completamente divorato dal consumismo -, l’”ottimizzazione” del traffico dei centri cittadini – per consentire allo shopping di inferocirsi in negozi iperaffollati -,  il girovagare di improbabili Babbi Natale che chiedono l’elemosina – pur indossando scintillanti scarpe da jogging -, centri commerciali congestionati come se questi di Dicembre fossero gli ultimi quindici giorni nella storia dell’Universo messi  a disposizione dal Buon Dio per comprare generi alimentari.

Ha inizio – insomma – una sorta di Circo Barnum fatto di luci, colori, rumori e musiche che  – ad onor del vero – aspettano con ansia un po’ tutti; e questo perchè – senza alcun dubbio – il Natale è la festa per antonomasia, cioè la festa più bella.

Appena qualche giorno fa, la persona a me più cara, mi ha ricordato, coinvolgendomi attivamente nella fase "preparatoria", che tra gli obblighi più nobilli prescritti dal Santo Natale esiste la preparazione dei dolci tipici: questo ha aperto in me nuove prospetttive.

Infatti ciò di cui ho la presunzione di parlare – mio malgrado –  è il fantasmagorico mondo dei dolciumi legati alla Natività, appunto; la “nota” zuccherina è onnipresente in ogni angolo del Mondo, parlando di S. Natale; e in ogni cucina che si rispetti, gli imperativi diventano frenesia e ipercaloricità come se avessimo quasi dimenticato il faticoso fitness praticato tutto l’anno, considerando diete e  dietologi come spazzatura: comincia una vera e propria festa per il palato che non è disposta a concederci tregua alcuna.

Nel nostro immaginario di attori protagonisti del film americano preferito vorremmo sulla nostra tavola i “gingerbread men”, made in New York, deliziosi biscotti a forma di omini a base di zenzero; dall’altro sogniamo gli inglesissimi “lemon biscuits”, raffinate pastine agrumate e imbiancate da zucchero a velo. Per onestà intellettuale vi dico che non avremo nulla di tutto questo; dovremo rassegnarci ancora una volta alla straordinaria tipicità delle “sole” ventuno regioni italiane, ciascuna con i suoi prodotti tipici, ciascuna con i suoi ingredienti, ciascuna con il suo particolare e tipico dolce natalizio.

Un aspetto molto interessante e di rilievo riguarda la peculiarità degli ingredienti utilizzati quasi sempre legati – ognuno per differenti motivi – alla religiosità dell’evento.

Il Belpasese – e questo è noto ai più – non rinuncia mai ai peccati di gola e il S. Natale è uno di quei  momenti in cui le pasticcerie “unite”, domestica e industriale, presentano i loro greatest hits; e senza  timore vi dico che ce n’è per tutti i gusti.

Si parte dall’estremo Nord, dove la Valle d’Aosta ci offre delle pere a sciroppo, servite con crema di cioccolata e panna montata, cotte con zucchero, vaniglia, chiodi di garofano, acqua e vino rosso; il Trentino vanta strudel e zentel.

"ILe icone del Natale restano alla Lombardia e al Veneto, rispettivamente con il “pan dei Toni”,  – panettone –  e il pandoro, ogni anno proposti in più versioni per soddisfare esigenti palati; ma come non ricordare il torrone d’Alba piemontese o il pandolce ligure a base di uvetta, zucca candita pinoli, pistacchi, semi di finocchio, latte e marsala. Ancora, il panone di Natale di Bologna, mostarda di mele cotogne, miele, cioccolata fondente, fichi secchi e cacao e i cavallucci e i ricciarelli dalla Toscana.

Il cibo in genere, e specie in queste occasioni è la panacea ai divari culturali, territoriali e folkloristici; ho molta difficoltà a credere che un parlamentare della Lega Nord possa dire no a pastiera e struffoli napoletani pittosto che alle cartellate mielate o ai porcedduzzi pugliesi. In questo contesto la nostra Italia offre davvero il meglio; e le Isole non mancano all’appello.

Mustazzoli a base di mandorla, cannella e chiodi di garofano dalla Sicilia, pabassinas dalla Sardegna, fatti con noci, mandorle tritate, uvetta, buccia d’arancia, semi di anice, mosto cotto.

E tutto questo passando dal pangiallo laziale – impasto di frutta secca e canditi con farina, miele e cioccolato – al panpepato umbro – farina noci, cioccolato fondente, madorle, scorza di arancia candita, uva passa, miele, pinoli, nocciole, pepe macinato e vino rosso; ovviamente non ho dimenticato la pizza de Natà marchigiana, pasta di pane con frutta secca, uvetta, coiccolato in polvere, limone e arancio grattuggiati, fichi e zucchero.

Verrebbe quasi da chiedersi come sia possibile concentrare in unico Paese e per la stessa Festa una gamma così variegata di dolci; eppure in questo la storia arriva in nostro aiuto.

Ogni regione ha vissuto esperienze culturali e gastronomiche diverse profondamente influenzate da tantissimi fattori; il Santo Natale è una festa anzitutto religiosa. E non è un caso che quasi tutti i dolci tipici della Festa evochino nel nome e/o nel loro impasto proprio il pane, un elemento chiave della religione cristiana.

Come spesso accade dietro una “tipicità” esiste un mondo fatto di interessanti tradizioni molto antiche; in tal senso i dolci natalizi della bella Italia ne sono un esempio vivo.

Non ci resta – dunque – che abbandonarci alle delizie augurandoci Buon Natale.