Tempo di lettura: 4 minuti

"cloud
Provate ad immaginare per alcuni istanti l’imbarazzo che poteva provare un rampante manager dei rigogliosi anni ’90 quando – dopo che la sua Azienda aveva indetto la ennesima riunione strategica del caso – doveva decidere quali e quanti documenti portare con sé a quell’incontro così importante; ovvero di quali e quanti strumenti informatici (uniti all’immancabile supporto cartaceo) potersi avvalere per gestire la sua “operatività”: praticamente un disastro. Con la stessa “goliardia” ricordo ancora un mitica convention aziendale (ma questa volta siamo già ad appena 7 anni fa quindi ampiamente a ridosso degli “anta”) in cui uno dei miei colleghi – l’innovativo di turno – presentò la sua “relazione” alla platea –  inserendo uno strano oggetto plastificato nel computer portatile a disposizione sul palco; e magicamente in pochi secondi fece capolino sul maxischermo della sala, la sua relazione, presentata con grande lustro tra la meraviglia degli astanti e l’invidia di noi tutti che continuavamo a chiederci quale tipo di prodigio avesse potuto mattere in atto. Oggi – a distanza di alcuni anni ci fa sorridere pensare che abbia utilizzato una banalissima chiave USB – una memoria di massa cioè che collegata al PC mediante l’apposita porta – racchiude in pochi centimetri di plastica sino a 512 Gb di dati; dati che – sia ben chiaro – possiamo portare a spasso ovunque, senza se e senza ma, senza inutili carte, senza altri supporti.

Ad oggi, la tematica relativa alla “portabilità” dell’hardware e dei programmi, la possibilità, dunque, data all’utente di poterci lavorare sopra praticamente ovunque si trovi, ossessiona le major del mondo IT che con i rispettivi Dipartimenti R&S lavorano alacremente al concetto di minimalismo: raggiungere il massimo risultato in termini di massa di dati con il minor sforzo possibile.

Da un lato pensiamo alle scelte opzionate da molte Aziende costruttrici relative alle dimensioni dei pc portatili e dei laptop: li vediamo sempre più piccoli e sempre più performanti. Dall’altro ci accorgiamo che una chiavetta USB piuttosto che un caro vecchio CD/ROM o DVD riscrivibile non riescono più a soddisfare le velleità di programmi troppo esigenti visti i cicli di scrittura limitati a loro disposizione; parliamo di supporti su cui difficilmente potranno essere installate tutte le applicazioni desiderate, facendole “girare” ovunque.

Gli informatici sono al lavoro già da un po’ sul concetto di cloud computing, una congerie di tecnologie informatiche che consentono l’utilizzo delle risorse hardware e software distrubuite in remoto: questa è una vera rivoluzione già in atto in cui è utile capire come orientarsi

Gli attori della scena sono tre: un fornitore di servizi che in modalità “pay per use” offre server, storage e applicazioni, un “administrator client” che seleziona i servizi offerti dal fornitore, il cliente finale che sceglie quali di questi servizi utilizzare. Il sistema CLOUD lavora in tre differenti modalità: SaaS (Software as a Service) che consente al cliente finale di utilizzare programmi in remoto; PaaS (Platform as a Service) in cui il singolo programma diventa una piattaforma software costituita da diversi servizi, librerie e programmi; IaaS (Infrastructure as a Service) per garantire all’utente l’utilizzo hardware in remoto.

Il cloud computing dunque gestisce al di fuori delle quattro mura domestiche, on line, applicazioni e attività con HW e SW “esterni”; a noi utenti dovrebbe solo spettare il compito di accedere ai nostri documenti attraverso internet e questa è una bella notizia.

Avremo un notevole abbattimento totale dei costi SW (un software “in the cloud” costa poco), contenimento dei costi di supporto (l’aggiornamento di un SW non sarà più affar nostro perchè il Cloud ce lo renderà già aggiornato e pronto), accesso ai servizi in ogni momento e in ogni luogo.

Questa “nuvola” ci seguirà insomma dappertutto offrendoci sempre ciò di cui avremo bisogno; software, hardware e piattaforma dovremmo imparare a percepirli come “servizi” offerti e non più come costi altissimi da sostenere.

Appare superfluo specificare che il mondo IT sta muovendo in questa direzione ingenti somme di capitali per capirne i “marks up” e per aggredire il mercato delle Aziende; pensiamo quale rivoluzione possa generare il cloud applicato a strutture che utilizzano migliaia di macchine  e centinaia di software. La risposta non tarderà ad arrivare e in Italia già molti imprenditori hanno scelto la “nuvola” su cui appoggiare le loro preoccupazioni “informatiche”.

La massima cautela è raccomandabile in questa fattispecie; per quanto sia accativante l’idea del cloud computing lo stesso presta il fianco a feroci critiche; parlo evidentemente di aspetti legati alla  sicurezza e alla continuità del servizio: quanto è importante conoscere chi e come sta facendo girare i miei software e i miei programmi? I miei dati dovo sono “ubicati”? Chi è il padrone di questa “nuvola”? “Quali” risorse vengono utilizzate per gestire “cosa”? Chi potrà vedere i miei dati?

Le Aziende che gestiscono “nuvole” potrebbero utilizzare in modo malevolo i dati, anzi le banche dati, potrebbero – ad esempio “profilare” i clienti e fare indagini di mercato su di loro; l’impiego di personale non specializzato ppotrebbe far deteriorare la “nuvola” e q quel punto i dati di milioni di utenti andrebbero persi. I quesiti sono inquietanti ed in parte hanno gia risposte acute; l’ottimismo informatico tende a polverizzare lo scetticismo; non è importante “chi” bensì è importante “come”. Agli informatici interessa il risultato finale, pensando gli stessi, che al legislatore debba spettare il compito di tutelarci dagli hosting providers. E non abbiate ragionevoli dubbi a riguardo: il cloud è già arrivato.