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"babbo"La disoccupazione in Italia tocca il 10% della popolazione attiva: un italiano su dieci, in pratica, non ha lavoro e vive di espedienti. Ha toccato livelli record anche la cassa integrazione che però sta esaurendo i fondi regionali ed ha da qualche mese già superato i fondi nazionali previsti nella scorsa finanziaria. Urgerebbe un intervento politico immediato, nonché un’autentica programmazione economica che eviti di ricorrere ai soliti strumenti di emergenza (condoni, super tasse, super tagli). Perciò ci pare doveroso spendere due parole per spiegare in maniera semplice cosa stia avvenendo e cosa avverrà nel mondo politico italiano nei prossimi giorni, in pratica per sapere cosa l’opulento babbo Natale della politica lascerà sotto il nostro albero.
All’inizio di novembre una parte della maggioranza, capeggiata da Gianfranco Fini, ha sentito l’esigenza di staccarsi dall’attuale esecutivo per avviare la "crisi di governo". Ciò porterà allo scioglimento dello stesso e alla composizione di un nuovo governo, dopo libere elezioni oppure dopo consultazioni che instaurino un governo tecnico o di coalizione per affrontare le esigenze più immediate. Ma prima che avvenga l’auspicata fine si deve affrontare un passo decisivo chiamato "fiducia". I ministri ed il presidente del consiglio sottoporranno, cioè, il loro operato al voto prima del senato e poi della camera (benché in realtà la Costituzione dica esattamente il contrario). E’ dunque, ciò che sta avvenendo in questo ore, è la cosiddetta conta dei voti, la determinazione di alleati vecchi e nuovi che possano permettere ad un governo esanime di mangiare (è il caso di dirlo) il classico panettone delle feste. Tutto ciò mentre la finanziaria verrà posta all’approvazione del parlamento proprio qualche giorno prima della fiducia, con il rischio che il dissenso faccia sì che non si approvi o che venga approvata grazie a compromessi che ne diluiscano l’efficacia. Il sentore che si stia perdendo tempo, per rimandare il più possibile la fine, è netto.
Ciò che resta del Pdl taccia di tradimento della volontà popolare i dissidenti finiani, perché quest’ultimi sono stati eletti nelle scorse consultazioni elettorali per adempiere ad un programma comune, per il quale hanno ottenuto i voti della maggioranza degli italiani. Ma i nostri governanti non hanno ragione di chiamare in ballo la volontà popolare per giustificare la loro ottusa permanenza, e per un motivo molto semplice: la nostra è una democrazia rappresentativa e non diretta. In una democrazia rappresentativa la sovranità popolare non è esercitata direttamente dal popolo ma viene trasferita a rappresentanti che potrebbero usarla per scopi puramente personali; è per questo che la Costituzione pone dei limiti all’esercizio del potere e tra questi lo strumento della crisi che interviene qualora parte della maggioranza non senta più che il governo stia interpretando decorosamente il suo mandato. Ciò è quello che sta avvenendo: i finiani (eletti democraticamente anche loro come il resto del Pdl) non credono che l’attuale esecutivo abbia i mezzi per affrontare le delicate sfide economiche e sociali che si stanno presentando.
Per riassumere, mentre il governo da un lato perde pezzi (vedi la penitente Carfagna) e dall’altro tenta di acquisirne di nuovi (vedi tentativi di dialogo con Casini), l’urgenza dei provvedimenti immediati di cui sopra sembra non sollecitare l’interesse dei nostri politici. Disoccupati, precari, cassaintegrati, operatori della scuola pubblica ed innumerevoli altre categorie si chiedono quant’altro ancora dovranno soffrire prima che la brama di potere di taluni ceda il passo alle necessità dei molti. Buon Natale.