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"ricercatoreIl 6 agosto 2008, il decreto-legge n.112 intitolato “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, diventa legge, con entrata in vigore dal 1 gennaio 2009, e passa alla storia come Decreto Gelmini. Il 31 maggio 2010 viene approvato il decreto-legge n. 78 della manovra finanziaria 2010 scrivendo l’ultimo capitolo della lotta tra Università e governo., con il quale si elimina la diaria per le missioni estere, una specie di straordinari che l’ente eroga al ricercatore in missione, a seconda del paese ospitante, per coprire spese di vitto e alloggio e gettone di presenza. Un po’ come se non si pagassero i militari nelle missioni di pace (!) nelle terre del petrolio. Alla base di questo scontro è possibile intravedere un punto chiave: l’intenzione del governo di privatizzare ogni istituzione. E’ difficile credere, leggendo il testo, che l’obiettivo del decreto è una modernizzazione dell’università pubblica o una trasparenza nei concorsi o una valorizzazione della produzione culturale (su quest’ultima si può cominciare a sorridere già dalla riforma Moratti). Infatti “In attuazione dell’articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e’ adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e’ approvata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di adozione della delibera.  ”: praticamente come un Reparto Scout, se qualcuno lo sovvenziona ( i genitori che pagano, insieme alle attività di autofinanziamento), allora si fa il campo estivo, si possono comprare le tende o le batterie per cucinare. Non volendo sminuire i “nobili” intenti del  prodigio Gelmini, il mirabile decreto agevola i finanziamenti dei privati, più che mai come oggi interessati (!) a finanziare le “fondazioni universitarie”, ma soprattutto, permette alle aziende di entrare all’interno dell’università in un’epica collaborazione tra pubblico e privato (!)

 Ci sono due piccole osservazioni da fare: in Italia è pieno di ricchi invisibili (gli evasori fiscali) che certamente il più delle volte hanno figli esentasse all’Università e di miliardari visibili che se hanno interesse, ma anche logica, non darebbero un centesimo per un’istituzione che ha fatto dell’autonomia una specie di comunità Amish, che poi è la seconda osservazione.

 La questione della raccomandazione degli adepti dei baroni (ma anche dei non baroni),  potrebbe anche essere tollerata, se  il bando di un concorso, per un assegno di ricerca, assumesse i contorni di una lettera presentazione, a favore di un candidato, effettivamente valido, che ha un ruolo fondamentale all’interno di un determinato contesto di ricerca, con la quale si  richiedono specificatamente fondi per quel candidato che dovrà risponderne insieme al suo docente all’ente erogante (un po’ come avviene con le borse della regione Puglia), ma viene bandito ufficialmente un posto in un dato settore, quanto più specifico possibile fino ad indurre eventuali “spasimanti” a desistere riducendo il numero di candidati a uno (a due se si vuole fare scena). Questo crea una flessibilità che non è quella del salice piangente del ju-jitsu, ma è quella dell’acqua stagnante. C’è poi da considerare l’aspetto meritocrazia che nella riforma è quello di un grattacielo senza fondamenta: come si fa a dire chi produce se facendosi un giro nella maggioranza dei corridoi di un qualsiasi ateneo non c’è quasi mai nessun docente? In altre parole, perchè non è stata presa in cosiderazione l’idea di verificare chi effettivamente va a lavorare (tipo cartellino da timbrare)? Un componente del personale docente universitario ha larga possibilità di scelta degli argomenti di cui occuparsi e non ha orari di lavoro. La libertà del pensatore inserita in un contesto non monitorato può produrre tante eccellenze quante mediocrità. Infatti, è facile trattenersi a lavorare in orari impensabili, nei luoghi più disparati, quanto lo è altrettanto per uno studente sentirsi sperduto e lasciato da solo proprio a causa di questa imprevedibilità orari. Se un docente garantisse la sua presenza per 8 ore al giorno, un ‘azienda interessata a finanziare un determinato progetto di ricerca con un’università, lo farebbe con meno reticenza, dato che si ha la certezza di trovare il collaboratore senza attese e quindi ritardi, ma non esistendo orari di lavoro (sia nell’assenteismo che nell’eccessiva presenza), l’azienda non giudica di buon occhio un’eventuale collaborazione e preferisce investire dal suo interno, anche se le spese sono maggiori.

Infine, se il decreto Gelmini è una palese dimostrazione di una disorganizzazione generale ed un’incapacità di lettura degli eventi da parte del governo, l’Università rappresenta l’araldo dell’italianità  nel mondo. Tuttavia, quando ci sono realtà che funzionano, perchè nonostante tutto ci sono, l’ Università è il luogo dove si fa ricerca seriamente alimentando il serbatoio della conoscienza  italiana, che in alcuni settori è la migliore al mondo.

Nel frattempo l’Università è diventata un  parcheggio per molti ragazzi, che frequentano corsi di studio assolutamente inutili (prodotto delle autonomie), che diventano contenitori di disoccupati. Tuttavia, probabilmente, chi ha conseguito la laurea in questi ultimi anni, si ritrova a vivere una seconda adolescenza. Infatti si sogna di diventare qualcuno (o di essere che è peggio), esattamente come quando a 14 anni si sognava di diventare calciatori o modelle, il che sarebbe positivo qualora non si tenesse in conto che nella maggior parte dei casi si ha almeno il doppio degli anni, ma la metà delle prospettive di quanto gli anni erano 14, quando i genitori dicevano che con un pezzo di carta si aprivano tutte le porte,  più tardi qualcuno ha fatto presente che erano quelle con la scritta “uscita”.