Tempo di lettura: 16 minuti

"Bari,
Continua il viaggio dedicato alla storia di Bari, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa città e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni.   

I processi, le aule dei tribunali, hanno sempre esercitato un fascino particolare sul grande pubblico. L’amore, l’odio, le passioni che scatenano i peggiori istinti degli essere umani, non hanno mai perso spettatori. Il palcoscenico del più vecchio teatro del mondo offre uno spaccato di vita reale e di sensazioni forti che l’immaginazione più fertile non potrà mai emulare. L’aula di un tribunale è l’unico luogo sulla terra dove un accusato può diventare accusatore e un colpevole innocente. Basta insinuare nella giuria e nel pubblico il ‘ragionevole dubbio’ e tutto il castello meticolosamente costruito per inchiodare un accusato, perfino un reo confesso, crolla.
Si sono appena conclusi, in primo grado, due processi destinati a fare storia. Il processo di Perugia per l’assassinio di Meredith Kercher – che ha visto indagati e condannati Rudy Guede, Raffaele Sollecito e Amanda Knox – e quello di Garlasco per l’omicidio di Chiara Poggi dove il fidanzato Alberto Stasi, accusato del crimine, è stato assolto.
La storia che raccontiamo si è svolta a Bitonto nel 1902. E’ una storia d’amore e di odio, è intricata, efferata e, per come si svolge il processo, ricca di colpi di scena fino al suo clamoroso epilogo. Una storia pugliese, un processo celebre che si svolge nella stessa Corte d’Assise di Perugia nel 1905.

Giallo a Bitonto
Alle 6 e 50 di lunedì 29 dicembre 1902, mentre le prime luci dell’alba cominciano lentamente a rischiarare la cupa giornata invernale, gli agenti del dazio di Bitonto sono già al lavoro. Alla stazione daziaria è appena arrivato un traino carico di sacchi di mandorle che due contadini hanno cominciato a scaricare per la pesa. Dopo la pesa, i sigilli e i cartellini di qualità, i contadini rimetteranno i sacchi sul carro e andranno alla stazione di Santo Spirito.
Improvvisamente, nell’ovattato silenzio del primo mattino, gli agenti del dazio odono distintamente un colpo di pistola. I contadini, che continuano a scaricare la loro mercanzia, non hanno alcuna reazione, ma i dazieri sanno che quell’esplosione è un colpo di pistola. Sono armati anche loro ed hanno già usato armi da fuoco. Interdetti, gli agenti si guardano intorno. Sulla strada sterrata, che il Sindaco di Bitonto aveva pomposamente chiamato corso Vittorio Emanuele II, non c’è anima viva.
Eppure, quella detonazione è proprio di un’arma da fuoco e deve provenire dall’unica abitazione distante una decina di metri dalla postazione del dazio: il villino della famiglia di Domenico Modugno padre di quel tenente, Vito Modugno, reduce dalla Cina. Infatti, vicino al cancello della villa, il cocchiere del tenente, Antonio Ingannamorte, sta cercando di calmare la pariglia di splendidi cavalli. Erano gli ultimi acquisti del Tenente che, si dice in paese, da quel lontano mondo dall’altra parte della terra, è tornato ricco.
Dieci minuti dopo i dazieri vedono l’Ingannamorte uscire frettolosamente dalla villa, salire in cassetta e spronare i cavalli per dirigersi in paese. Quando il calesse passa davanti al dazio, uno degli agenti gli chiede: ‘Antonio, che è successo? Una disgrazia’, risponde il cocchiere, ‘la moglie del tenente si è sparata. Vado a chiamare il medico.’
Comincia così una delle più straordinarie storie mai accadute nella piccola cittadina pugliese nota, fin dai tempi dell’antica Roma, per il suo pregiato olio d’oliva.
Alle 6 in punto di quella stessa mattina, la cameriera dei Modugno, Domenica Bonasia, si è svegliata, come il solito, al suono della campana dell’antica Cattedrale di San Valentino. Era la prima chiamata ai fedeli per la messa delle 6 e 30. A quell’ora lei doveva svegliare Vito il figlio del padrone. Già, Vito. E’ così che nel segreto della sua mente Domenica continua a chiamare il ‘signor Tenente’.
Domenica era entrata nella casa dei Modugno che non aveva ancora 10 anni. I suoi genitori, poverissimi, l’avevano affidata alla famiglia Modugno che la crescevano in cambio di piccoli lavori domestici. Vito aveva 8 anni. Insieme avevano superato l’adolescenza ridendo e giocando come fratelli. Poi, quando la padrona, donna Sabella, era morta di quel male tremendo il cui nome incute terrore perfino pronunciare, il padrone aveva avviato Vito alla carriera militare.
Ricordi, lontani ricordi di un tempo felice. Certo, le mancava l’amore di sua madre. Ma poteva vederla quando voleva e ogni volta che andava a trovarla, nel vicino paese, tornava dai Modugno con una stretta al cuore che non riusciva a spiegarsi. A 35 anni sua madre sembrava già vecchia. Solo più in là negli anni aveva compreso che l’estrema miseria aveva devastato la madre nel corpo e inaridito ogni sentimento d’amore. Le sorelle, i fratelli erano sempre affamati e malaticci mentre lei cresceva florida e sana. I Modugno la trattavano bene, come una della famiglia. Sedeva a tavola con loro e soprattutto mangiava due volte al giorno. E se anche doveva indossare i vestiti dimessi della sorella di Vito, era sempre meglio degli stracci che vedeva addosso alle sue sorelle.
"Bari,Poi era cambiato tutto. Donna Sabella era morta e Vito se n’era andato a Torino. Quando, quattro anni dopo, era tornato in licenza, il padrone, don Mimì, si era risposato e Vito era diventato, per tutti, anche per la matrigna, Maria Calamita, il ‘signor Tenente’.
Il ragazzo allegro e sensibile che ricordava Domenica, era diventato un uomo cupo, altero e rigido anche con se stesso. Irriconoscibile con quell’enorme barba che gli copriva il giovane viso dalle basette fino al collo.
Non c’era giorno che Domenica si svegliasse con la mente sgombra da pensieri e ricordi soprattutto dopo che Vito aveva sposato la giovane e viziata nipote di un banchiere barese e trasferito, dal Comando del Genio, a Pavia… quando da Pavia il signor Tenente è tornato a Bitonto per lasciare la moglie gravida e sofferente – testimonierà Domenica al processo – aveva chiesto ai genitori di cercarsi un’altra domestica. Voleva che fossi io ad occuparmi della moglie fino al ritorno della sua missione in Cina.
Basta, è ora di alzarsi.
E’ ancora buio quando Domenica con una mano cerca a tentoni la peretta della luce sulla spalliera del letto. Quando Vito è tornato dalla Cina, esattamente un anno fa, ha fatto ristrutturare la villa, ha fatto fare un impianto di quella meraviglia che chiamano luce elettrica, ha fatto ingrandire il caminetto, ma non aveva pensato al riscaldamento. La vita di caserma lo aveva temprato: ‘il freddo che fa a Torino è inimmaginabile quaggiù,’ le aveva detto una volta.
Posati i piedi per terra Domenica si siede per un attimo sul materasso di paglia. Nonostante la lunga camicia da notte di grezza flanella, è subito aggredita dal freddo della gelida stanza. Qualche minuto dopo, lavata e vestita, entra in cucina dove la seconda moglie di don Mimì, la signora Maria, sta già scaldando il latte per la colazione mentre il padrone armeggia con la carbonella di mandorle per accendere i bracieri. Alle sei e un quarto arriva Carmela, la serva dei genitori del Tenente. Domenica le apre la porta d’ingresso e con l’uscio spalancato sente il calpestio dei cavalli nella stalla. E’ il cocchiere, Antonio Ingannamorte, che prepara la pariglia e il calesse per portare il signor Tenente a Santo Spirito dove avrebbe preso il treno per raggiungere il Comando del Genio a Bari.
Non è ancora l’alba. Domenica bussa alla porta di Vito. La stanza è al buio. Ma lei conosce ogni dettaglio di quella camera. L’attraversa e apre le tende di una finestra. La giovane coppia è sveglia. La signora – dirà ancora al processo – aveva la testa appoggiata al braccio destro del signor Tenente che mi disse di prendere un pezzo da due lire d’argento dal cassettone e di darlo al cocchiere per andare a comprare le sigarette.
Mancano dieci minuti alle sette quando il cocchiere consegna a Domenica le sigarette per il Tenente. Improvvisamente uno schiocco secco fa sobbalzare entrambi. La domestica e il cocchiere si guardano negli occhi perplessi poi, Domenica, corre verso la camera padronale. La porta era socchiusa – prosegue Domenica nella sua testimonianza – chiamai il signor Tenente, ma non mi rispose. Entrai. Nella stanza c’era solo la signora. Era a letto, al suo solito posto. Arrivata alla spalliera del letto, vidi la signora scoperta fino al ventre. Aveva la testa reclinata sul cuscino e dall’orecchio sinistro gli usciva un filo di sangue. Aveva gli occhi sbarrati, sembrava voler parlare.
La domestica comincia a tremare e gridare. Quando si gira per correre in cerca d’aiuto, s’accorge che il Tenente è alle sue spalle. Insieme escono dalla stanza da letto… anch’io – dirà il Tenente – sconvolto e spaventato ho corso dietro alla domestica in cerca d’aiuto. Vito Modugno non si è fermato al capezzale del letto per aiutare la moglie che è ancora boccheggiante, ha notato però la sua pistola d’ordinanza sul letto e, all’accorrere dei suoi genitori, singhiozzando mormora: Cenzina si è sparata. Chiamate un dottore.
Il medico, Vincenzo Gallo, arriva al villino dei Modugno verso le otto del mattino. Entra nella stanza della morente insieme al Tenente e al padre Domenico e si avvicina a Cenzina per osservare la ferita appena sotto l’orecchio sinistro. Il Tenente si ferma a piedi del letto, suo padre si porta al lato destro del letto e, mentre il dottore esamina la ferita alla testa di Cenzina, il suocero sposta il cuscino insanguinato sotto al quale appare il lembo di una busta… dottore, guardi c’è una lettera… osserva il padre del Tenente e, stranamente, consegna la busta al medico che l’apre, legge il breve scritto e lo porge al Tenente che, dopo avergli dato uno sguardo, lascia cadere il foglio sul letto con un gesto di sconforto… ah, dottore, dopo tutto anche questo… poi, abbandona la stanza da letto e si chiude nello studio. La moglie si spegne nel pomeriggio. Il Tenente non ha voluto vederla un’ultima volta.
La lettera di Cenzina, datata Bitonto 28 dicembre 1902, non è intestata al marito. Ella scrive… rimorsi gravissimi mi obbligano a togliermi la vita così penosa e triste. Domando perdono a mio marito che mi fu sempre ottima compagnia e virtuosa guida. Domando perdono a tutti i miei parenti e raccomando a tutti caldamente mia figlia Maria. Saluto tutti con un ultimo e tenero bacio. La breve missiva è firmata Cenzina Modugno-Di Cagno.
Dunque i sospetti di Vito Modugno non erano infondati: Cenzina gli era stata infedele e, rosa dai rimorsi, si era uccisa.
Infatti, la notizia della tragica fine di Cenzina Di Cagno è riportata dal Corriere delle Puglie il 2 gennaio 1903 come la scarna cronaca di un suicidio.
Il primo ad avere qualche sospetto sul suicidio della giovane donna è il pretore di Bitonto Luigi Fata il quale, alla vista della pesante arma d’ordinanza, comincia a nutrire seri dubbi sulla veridicità dei fatti raccontati dai famigliari. Era difficile immaginare la minuta mano della povera Cenzina che reggeva la grossa pistola del marito. E dunque prima dispone per l’autopsia poi chiede una perizia calligrafica della lettera trovata sotto il cuscino poiché, dicono dei parenti, Cenzina non ha mai firmato una lettera in quel modo: con il cognome suo e del marito.
Il medico legale conferma i sospetti del pretore: il peso e la lunghezza dell’arma sono sproporzionate alla debole e non pratica mano di una giovane donna. Non è stato un suicidio, ma un omicidio. Il perito, poi, afferma che la lettera è apocrifa.
il 13 gennaio 1903 il pretore di Bitonto, Luigi Fata, ordina l’arresto di Vito Modugno. Ci sono troppi indizi a suo carico. E’ inverosimile che in quella fredda mattina, Cenzina, coperta dalla sola sottoveste sia scesa dal letto, si sia recata alla cassaforte per impugnare la pistola, sia tornata a letto, abbia tolto la sicura ad un’arma mai usata prima e, circostanza ancora più inverosimile, alzando il gomito destro in modo assolutamente innaturale – tanto da dare al proiettile una traiettoria obliqua – abbia posato la canna della pistola alla tempia e, con mano ferma, si sia sparato il colpo mortale.
Trasferito nel Carcere di Bari, al Castello Svevo, in attesa d’ulteriori accertamenti da parte dell’autorità giudiziaria, il Tenente chiede e ottiene una cella singola, a pagamento, e tutti i pasti dal ristorante.
"Bari,Il 18 giugno, il procuratore del Re di Bari, Vincenzo Cipollone, incrimina il Modugno per omicidio premeditato della moglie e lo rinvia alla sezione d’accusa della Corte d’Appello di Trani. Il Tenente si dichiara innocente, ma la Corte di Trani conferma le accuse e lo rinvia a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Perugia.
Il Corriere si getta sull’oscura vicenda, che col passare dei giorni diventa sempre più complicata, con la morbosità tipica di chi ha fiutato un caso clamoroso. E’ l’epoca in cui i giornali difficilmente entrano nei drammi familiari. Il contesto sociale e culturale non consente intrusioni nella vita privata ancor più nel Meridione dove la diffusa omertà è figlia della diffusa ignoranza. La riservatezza, il privato, l’onore sono beni supremi da salvaguardare ad ogni costo: i ‘panni sporchi’ si lavano in casa e si conservano in una cassaforte inaccessibile agli estranei. E’ sufficiente, però, una piccola crepa e di colpo il velo dell’ipocrisia si squarcia: all’improvviso tutti sanno tutto di tutti.
La storia di Vito e Cenzina Modugno è così inverosimile, tanto è ricca d’incredibili aneddoti che, uscita dalla coltre protettiva del piccolo centro agricolo alle porte di Bari, diventa un clamoroso caso nazionale.
Chi sono, dunque, Vito e Cenzina Modugno? Cos’è accaduto a Bitonto il mattino del 29 dicembre 1902?
Vito Modugno nasce nella cittadina pugliese nel 1870. E’ figlio di primo letto di Domenico, un mediatore che dopo una vita di sacrifici e risparmi riesce a mandare il figlio all’Accademia militare a Torino.
Cenzina Di Cagno è nata ad Ostuni nel 1880, ma è stata cresciuta e educata a Bari dallo zio banchiere Vito Di Cagno.
Vito Modugno entra in accademia nel 1889. Quattro anni dopo, raggiunto il grado di tenente, s’imbarca volontario sulla prima nave in partenza per la colonia italiana in Eritrea dove si ferma per qualche anno. Di tanto in tanto torna in Puglia in visita alla famiglia e per rivedere vecchi amici.
Nell’ottobre del 1899 Modugno arriva a Bari con il proposito di accasarsi. Ha messo gli occhi su Cenzina Di Cagno, una ragazza di bell’aspetto, soprattutto benestante. Il Tenente l’ha vista poche volte mentre usciva ed entrava dal palazzotto di Vito Di Cagno in via Piccinni a bordo di un’elegante carrozza. Naturalmente il Tenente ignora che la bella fanciulla non è la figlia, ma la nipote del banchiere. Cenzina è figlia di Pasquale Di Cagno e quando il tenente si ‘propone’, la fanciulla è tornata a vivere con i genitori ad Ostuni.
Modugno, com’era uso all’inizio del secolo scorso, non ha mai incontrato e tanto meno parlato con la ragazza. Così, quando comincia a chiedere informazioni a comuni amici, questi gli presentano un altro zio di Cenzina, Simeone Di Cagno, che acconsente ad accompagnarlo ad Ostuni.
E’ il 18 ottobre del 1899 quando Cenzina e Vito si vedono per la prima volta. In una seconda visita… i giovani si promettono. Segue la consueta cerimonia formale di fidanzamento e sei mesi dopo, il 19 marzo 1900, Vito e Cenzina si sposano e partono per Pavia dove ha sede il comando di reggimento cui è assegnato il Tenente.
Cenzina è una ragazza esuberante, abituata a vivere con agiatezza in ambienti meno convenzionali, aperti alle relazioni sociali e a Pavia si sente sola e spaesata. Inoltre, ben presto scopre che Vito è morbosamente geloso. Le proibisce di uscire da casa in sua assenza. Le proibisce persino di vedere un medico. Cenzina è incinta, non sta bene, ma non per la gravidanza, come crede il marito: la giovane sposa ha contratto da Vito una terribile malattia venerea.
Proprio quell’anno, intanto, in Cina esplode la rivolta dei Boxers. L’Imperatrice vedova, Tsu-hsi, stanca delle continue interferenze dei ‘diavoli stranieri’ colpevoli d’inquinare la cultura cinese minando il suo potere assoluto, chiama a raccolta la setta più fanatica e xenofoba della Cina e lancia un ordine terribile… sterminate i barbari stranieri… uccideteli tutti senza pietà. E’ il 10 giugno 1900. I Boxers invadono le città di Tien-tsin e Pechino, massacrano tutti gli stranieri che trovano sul loro cammino e assediano le Legazioni, strutturate come piccole città fortificate, dove risiedono centinaia di militari e diplomatici.
Il mese successivo, Francia, Belgio, Germania, Inghilterra, Stati Uniti e Italia organizzano spedizioni militari di soccorso per i loro connazionali assediati nelle Legazioni.
La prima nave italiana diretta in Cina parte dal porto di Napoli il 19 luglio 1900. Su quella motonave, Marco Minghetti, c’è il tenente Vito Modugno che una settimana prima aveva portato la moglie a Bitonto sostenendo d’aver… ricevuto l’ordine di partire per la Cina… non posso lasciare Cenzina sola a Pavia.
Era una bugia come si scoprirà durante il processo. Una menzogna cui ha fatto ricorso altre volte. Qualche anno prima Vito Modugno si era arruolato volontario per due missioni in Eritrea per non affrontare le sue responsabilità nei confronti di una maestrina torinese che, in entrambe le occasioni, aveva ingravidata e abbandonata. Questa volta, benché regolarmente sposato, ha usato lo stesso sotterfugio: si è arruolato volontario per la missione italiana in Cina nonostante la moglie fosse al quarto mese di gravidanza e palesemente sofferente.
Cenzina è accolta alla stazione di Bari dallo lo zio banchiere Vito Di Cagno che alla vista della nipote è trafitto da una punta di dolore: la fanciulla che lui ha così amorevolmente allevata fino all’età di 18 anni, appare disfatta, pallida, febbricitante e con accentuati gonfiori ghiandolari sul collo. Il male non curato che il marito aveva attribuito alla gravidanza, la stava divorando.
La missione cinese del tenente Modugno termina dopo diciassette mesi. Nel frattempo la moglie ha dato alla luce una bambina, Maria, e lo zio banchiere è tornato a prendersi cura della nipote facendola visitare e curare dai migliori specialisti di malattie veneree di Bari.
Modugno rientra in Italia il 30 dicembre del 1901. Quando sbarca a Napoli dalla stessa motonave con cui era partito il Tenente non ha con sé il bagaglio in dotazione ad un ufficiale, ma è seguito da 12 pesanti casse che dispone per l’invio a Bitonto senza che nessuno, in Dogana, si periti di controllare. Il giorno successivo a Bitonto è accolto come un eroe. Alla stazione di Santo Spirito – all’epoca la piccola cittadina di pescatori era nell’agro di Bitonto – l’attendono il Sindaco, le autorità civili e militari, la banda e una folla di concittadini che lo inondano di fiori lungo il percorso verso il villino di famiglia … è un gran giorno per la nostra città – scrive il corrispondente di Bitonto sul Corriere – un eroe della campagna di Cina è tornato fra noi.
Secondo alcuni ufficiali superiori del Genio, chiamati a testimoniare durante il processo a Perugia, in Cina il tenente Modugno aveva svolto diverse missioni delicate per il Paese tanto che gli era stata conferita la medaglia d’argento, il cavalierato della Corona d’Italia e il Kaiser, Guglielmo II, lo aveva insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Rossa. Un eroe vero, insomma, per i suoi superiori. Un uomo brutale, sanguinario, osceno e ladro diranno, invece, diversi soldati che erano sotto il suo comando durante la missione cinese… il Tenente si è arricchito terrorizzando numerose famiglie facoltose, depredandoli di denaro, gioielli e soprattutto di preziosi oggetti d’antiquariato, vasellame in specie.
Infatti, a Bitonto, il Tenente si fa notare per la munificenza con cui spende e spande. E in paese i suoi concittadini sanno bene che i Modugno non sono mai stati benestanti, tanto meno ricchi, come sembrano essere diventati a giudicare dagli acquisti del Tenente e dalle accertate, cospicue somme depositate in varie banche. Naturalmente, l’improvvisa ricchezza della famiglia Modugno comincia a destare sospetti e pettegolezzi. All’inizio sono solo sussurri, mormorii. Poi le dicerie incalzano e cominciano a fioccare lettere anonime indirizzate al comando del Genio di Bari dove nel frattempo il Tenente è stato assegnato.
Nell’agosto del 1902 Vito Modugno con la moglie, la figlia e la domestica, Domenica Bonasia, lasciano il villino di Bitonto e si trasferiscono a Bari in un appartamento in via Sparano.
Intanto, a seguito delle numerose lettere anonime giunte al comando del Genio, il ministero della Guerra decide di aprire un’inchiesta al fine di appurare la verità sul presunto arricchimento del Tenente durante la sua missione in Cina. Ma prima che l’inchiesta giunga a termine Modugno chiede di essere messo in congedo.
E’ il 22 ottobre 1902. Due mesi prima della tragedia.
Il 24 dicembre Vito Modugno ha deciso di passare le festività natalizie dai suoi genitori a Bitonto. Cenzina non vuole andarci. Il marito prima si mostra intransigente poi, per ammansirla, le promette che sabato 27 dicembre torneranno a Bari per l’inaugurazione della nuova sede del Circolo Unione al primo piano dell’appena costruito politeama Petruzzelli.
Ma Vito ha ben altro per la testa. E’ divorato dal tarlo della gelosia. Vuole appurare la verità su una presunta relazione fra la moglie e un suo parigrado, Roberto Cianchi, con cui ha concordato un faccia a faccia proprio per il 27 dicembre, prima che questi parta per Porto Maurizio.
Il colloquio sembra rinfrancarlo. Cianchi è felicemente sposato e, a suo dire, non ha mai incontrato Cenzina. Ma il mattino successivo, domenica 28, Vito Modugno riceve un telegramma proveniente da Porto Maurizio. Il testo, enigmatico, recita: grazie. Caro ricordo serbato. Segue lettera perché tardi. Saluti. Rodia.
E’ un tragico errore. Il telegramma era per un omonimo del Tenente. La sua fama gli ha giocato un brutto tiro: l’ufficio telegrafico di Bari ha creduto che quella missiva fosse per l’eroe della Cina. Modugno non ha amici né conoscenti con quel nome. E dunque torna a sospettare della moglie cui mostra il telegramma. Cenzina è sul punto di dirgli che non capisce, non sa chi è Rodia, ma il marito si è già allontanato senza ascoltarla.
Il pomeriggio domenicale, nel villino dei Modugno, scorre come di consueto. Le solite visite di parenti e amici cui vengono offerti bevande e dolcetti. Cenzina sembra in buona salute. E’ allegra più del solito. Ad alcune amiche confida di aver ordinato un vestito nuovo. Vito le ha promesso di portarla al veglione la sera di Capodanno. Ma prima che inizi la cena, alle sette, Cenzina si dice indisposta… ho una terribile emicrania… vado a letto.
Finita la cena, il Tenente chiama la domestica… domani svegliami alle sei e mezza… devo andare a Bari, al Comando. Subito dopo raggiunge la moglie nella stanza da letto.
Quello che accade prima e dopo la tragica mattina del 29 dicembre 1902, s’è detto. Quello che si dovrà chiarire, la verità, su quanto è accaduto nella stanza da letto di Vito e Cenzina Di Cagno, pochi secondi prima o pochi secondi dopo le 6 e 50 di quella stessa mattina, lo dovranno appurare i giudici, gli avvocati di parte, la giuria popolare e, forse, anche le tante voci fuori dall’aula giudiziaria.
Il 18 marzo 1905 compare davanti alla Corte d’Assise di Perugia il tenente del Genio Vito Modugno: deve rispondere dell’accusa di aver ucciso premeditatamente la moglie, Cenzina Di Cagno, il mattino del 29 dicembre 1902 nel villino dei suoi genitori a Bitonto dove la giovane coppia stava trascorrendo le festività natalizie.
Modugno si dichiara innocente… io non ho ucciso mia moglie per gelosia… è mia intima convinzione che mai mia moglie abbia peccato di vera e materiale infedeltà… piuttosto ritengo che i principi di suprema onestà esistenti in lei le abbiano fatto provare rimorsi, non già per il mercimonio del corpo, ma bensì per quello del cuore.
Non si può escludere, sostiene la difesa del Tenente, che Cenzina si è uccisa per il rimorso di aver ‘pensato’ all’infedeltà. Né si può escludere, replica il Pubblico ministero, che ci siano uomini capaci di uccidere per il semplice sospetto di una moglie infedele.
Questo processo – scrive Francesco Attolini inviato del Corriere delle Puglie a Perugia – non sarà uno dei tanti processi… sarà pura accademia e si svolgerà principalmente su queste due ipotesi: ha Vito Modugno commesso l’uxoricidio? Se no, poteva Cenzina Di Cagno togliersi la vita in quel modo e con quell’arma?
Il 19 marzo 1905 il Corriere elenca, in prima pagina, l’impressionante numero di attori e spettatori che prenderanno parte ad un processo storico: 232 testimoni, 15 avvocati, sei di parte civile e nove per la difesa, 12 giurati e, naturalmente, il Pubblico ministero.
La piccola cittadina umbra è invasa da giornalisti, fotografi e ritrattisti di 16 quotidiani, da La Stampa di Torino all’Ora di Palermo. Fra gli avvocati di parte civile ingaggiati dalla famiglia Di Cagno spiccano i nomi di Vito Nicola Di Tullio, insigne penalista e deputato barese; dell’avvocato, senatore e ministro Nicola Balenzano e di due colossi del foro perugino: Riccardo Ferrara e Girolamo Girolami.
Fra i nove avvocati della difesa tre sono parlamentari. Il pubblico ministero è il noto avvocato Carlo Stuart. A presiedere la Corte di Assise è chiamato il giudice Ulisse Tanganelli, uomo di provata integrità professionale e morale nonché poeta sensibile.
Il processo inizia il 18 marzo 1905, ma già dall’11 marzo il Corriere comincia a raccontare la storia di Cenzina e Vito Modugno suscitando un interesse e un’attesa così viva nell’opinione pubblica che l’intero dibattimento non lascerà mai la prima pagina del giornale fino al verdetto dopo sei mesi, sei giorni e 93 udienze.
Alle 16,30 del 22 settembre 1905 il messo del Tribunale annuncia l’ingresso in aula della giuria. Il brusio del folto pubblico, in attesa da ore, cessa di colpo. L’aria è tesa di aspettative contrapposte. Il capo giurato si alza in piedi e legge il quesito posto dal presidente della Corte… siete voi convinti che l’accusato Vito Modugno è colpevole di aver esploso contro la propria moglie, Vincenzina Di Cagno, un colpo di pistola con l’intento di ucciderla?
No, signor Presidente, è la risposta.
La tensione nell’aula gremita si allenta. Il pubblico tenta qualche commento, ma il presidente, Ulisse Tanganelli, non tollera alcuna manifestazione, sia pure composta. Del resto, tocca a lui pronunciare l’ultima parola e vuole farlo con la solennità che gli è abituale. Quindi si erge con tutta l’autorità che gli deriva dall’alta carica e scandisce il suo ultimo intervento: Vito Modugno è assolto.
Nella primavera del 1906 al porto di Napoli sulla banchina delle navi dirette in Oriente, un signore con fare altero, sta istruendo gli addetti al suo bagaglio per la sistemazione su una nave in partenza per la Cina. Un doganiere lo guarda con insistenza, gli sembra un viso conosciuto. Incuriosito, si avvicina al suo diretto superiore e con discrezione chiede… superiore, ma quello non è… sì, sì è lui, risponde il collega. E la signora che gli sta accanto, chi è… non so, non la conosco. Ma sembra una cameriera con l’abito dei giorni festivi.