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"atletica"Non si potrebbe definirli diversamente. Sono i ragazzi nati tra il ’93 e nel ’94. Rappresentano il futuro ma stanno anche scrivendo bellissime pagine del presente dell’atletica leggera italiana.
Non vuole essere questo breve intervento un elogio fine a se stesso ma una genuina consapevolezza del patrimonio che la natura ci ha regalato. Sono talenti che hanno espresso nella velocità punte di eccellenza mondiale.
Ciò che ci preme adesso è ciò che viene dopo e che incide maggiormente sulla evoluzione dei nostri giovani.
E’ tutto quello che consente la continuità dello sviluppo e della loro qualificazione fino all’inserimento nella schiera degli atleti d’elite.
Ci riferiamo ai contenuti e all’organizzazione dell’attività di allenamento, nelle due sue componenti: di "preparazione" e di "competizione", aspetti che dovranno appartenere alla competenza dei tecnici personali otre che alla organizzazione della struttura tecnica federale.
Favorire l’evoluzione e lo sviluppo di questo bel gruppo di giovani talenti è la responsabilità che la Fidal dovrà assumersi da subito, affinché si possa – atleti, tecnici e federazione – salire meritatamente tutti insieme sul carro dei vincitori.
Il fenomeno italiano infatti è tutto da studiare giacché negli ultimi 30 anni scarsissimo é stato l’ apporto numerico di talenti Italiani che si è affermato fra le file di atleti di qualificazione assoluta.
Nelle venti edizioni (dal 1964 al 2005) dei soli Campionati Continentali Juniores di atletica leggera, emerge che su un totale di 72 medaglie conquistate da altrettanti atleti (29 ori /19 argenti /36 bronzi), soltanto sette di essi hanno conquistato anche medaglie alle competizioni assolute.
Molto pochi in vero, con una percentuale risibile che dimostra grandi sfasature e stridenti contraddizioni della linea tecnico-educativa del settore giovanile, ma purtroppo, anche uno sperpero grossolano di talenti che di certo non si può addebitare ai ragazzi ed ai loro tecnici personali.
Si pensi che tutti i Campioni affermatisi nel frattempo nelle grandi manifestazioni, compresi gli ultimi primatisti mondiali e campioni Olimpici ed Europei, Simeoni e Mennea, non hanno mai conquistato medaglie ai Campionati giovanili continentali, ed a mala pena hanno raggiunto le finali. Ma anche nelle altre nazioni europee, si evidenziano i medesimi contrasti e le stesse mancanze di raccordi fra l’attività di elevata qualificazione giovanile e l’altra di valore assoluto.
Uno dei motivi di così elevata dissipazione di talenti, potrebbe essere l’appagamento della conquista di tal alti riconoscimenti e la difficoltà di accettare di rimettersi in discussione, tanto da rifiutare il significato stesso della competizione come paradigma della vita.
Di fronte alla espressione "io ho già vinto", tutto diventa inconsistente, inafferrabile. Pensiero, ovviamente distorto, ma che spiega quanto grande sia il disagio, se il rapporto tra l’atleta e l’ agonismo, svolto per conoscere sempre meglio se stesso, è divenuto cosi conflittuale.
Diventa operazione complessa quella di rientrare nei ranghi con l’umiltà di colui che deve dimenticare il passato per proiettarsi in un futuro tutto da conquistare. Tanto intrecciata, con processi psichici che spingono il giovane a rinunciare.
L’altro motivo, ma forse di minore impatto, potrebbe essere quello riferito all’anticipazione di strategie di training troppo avanzate per una logica progressiva dei carichi e dei metodi quale dovrebbe essere quelle più adeguata ad un giovane in fase di piena evoluzione. "La natura non fa salti" e, forse non li accetta nemmeno, se non a caro prezzo.
La concezione moderna dell’allenamento ammette e consiglia, l’inserimento di organizzazioni e di scelte metodologiche più artefatte e sofisticate, soltanto quando cessano le spinte della crescita e del consolidamento neuro-endocrino.
E’ da considerarsi umano l’atteggiamento dell’allenatore che, di fronte ad un grande evento, di alta risonanza, e pressato dalle lusinghe di dirigenti vogliosi di affermazioni, si fa prendere dall’entusiasmo e convincere a cambiare i suoi piani.
Motivi questi che penso possano spiegare, anche se in parte, una marcata discesa umorale del giovane che percepisce la durezza di ricominciare la rincorsa alle affermazioni in una categoria, quella degli atleti d’elite, assai più concorrenziale, quando lui sta ancora vivendo la sua gloria.
E’ necessaria, se non indispensabile, quindi, una inversione del pensiero per ipotizzare un altro tipo d’impegno competitivo che, valorizzando il comportamento della squadra, ridimensioni l’esaltazione del singolo, ma non faccia perdere alle competizioni il significato di coinvolgimento massivo di atleti delle due categorie "allievi" (16/17enni) e Juniores (18/19enni), giacché la stessa soluzione è prevista per le due categorie.
Si dovrebbero trovare soluzioni più efficaci per coinvolgere un maggior numero di atleti, ampliando il reclutamento e aumentando la possibilità di favorire la prosecuzione della loro attività oltre le fasce giovanili, piuttosto che premere di più sulle individualità sollecitandole oltre ogni regola e misura. Il giovane va preparato per il futuro, principalmente sulla componente psicomotivazionale. Si dovrebbero trovare soluzioni, con un significato assai più educativo, che non sollecitino il giovane ad interessarsi solo a se stesso, nella convinzione, maturata nell’addestramento, che soltanto cosi, potrà ottenere il migliore rendimento, che appaga se stesso due volte perché è anche utile alla squadra.
E’ assai più pedagogico misurarsi “con” se stesso, invece che competere "contro" gli avversari.

Foto di Giancarlo Colombo per Omegafidal