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"ungari"Paolo Ungari è nato a Milano, 25 Maggio 1933 è stato un politico e intellettuale.
Laureato in giurisprudenza presso l’Università di Roma nel 1957, è stato docente presso la LUISS "Guido Carli" di Roma ed alto funzionario della Camera dei Deputati. Esponente del Partito Radicale prima e del Partito Repubblicano Italiano dopo e nel 1993 aderisce al movimento politico liberale Unione di Centro fondato da Raffaele Costa ed Alfredo Biondi, è stato Presidente della Commissione per i diritti civili della Presidenza del Consiglio durante il governo Craxi e della Commissione contro l’antisemitismo e la xenofobia del Consiglio d’Europa.

Paolo Ungari, storico del diritto e presidente della Commissione per i diritti umani della Presidenza del Consiglio, era un vero intellettuale, innamorato della politica. Ed essendo nato nel ‘ 33 aveva cominciato giovanissimo in quella scuola di passione ideologica che fu l’ Ugi, l’ Unione dei goliardi, in cui negli anni ‘ 50 si fecero le ossa tutti i futuri leader della sinistra italiana. Fu anche per un breve periodo presidente nazionale dell’ Unuri, il governo degli universitari di allora. Erano tempi in cui gli studenti, nelle università , facevano cultura e provavano le formule del futuro. Sempre da liberale, Ungari ha militato nel Partito repubblicano, devoto di Ugo La Malfa che accompagnò fino alla fine con i suoi consigli giuridici. Poi molto vicino a Spadolini fino alla chiusura di quella stagione.

In alcuni momenti la sua opera fu preziosa per i governi italiani. Lavorò gomito a gomito con Spadolini, presidente del Consiglio, nell’elaborazione della legge contro la P2 e fu sempre lui a sfornare le prime bozze di future riforme istituzionali. Quindi un grande intellettuale che viveva con passione – persino autodistruttiva – la politica. Il suo perfezionismo e la dedizione assoluta al lavoro intellettuale e politico hanno divorato le sue giornate e le sue notti fino a fargli perdere, a volte, il senso del tempo e della concretezza del lavoro.

In quest’Italia in cui tutti pubblicano di tutto, Ungari covava i suoi libri anche per decenni. Le vicende editoriali del suo manuale sulla storia della famiglia, rimasta poi l’opera di riferimento in materia, caratterizzate da un incredibile tourbillon di riscritture e di ripensamenti, stanno lì a dimostrare come fosse difficile per lui licenziare un libro.

Passione per la politica, non per i giochi di partito, bensì per quella lenta, faticosissima opera del centrismo, e anche del centro – sinistra, per la ricostruzione dell’ Italia post – fascista. In Francia ce ne sono stati sempre molti, di questi servitori dello Stato; in Italia Paolo Ungari è stato uno dei pochi in grado di unire una competenza giuridica di una vastità inverosimile, a una conoscenza a fondo dei meccanismi delle nostre istituzioni. Il suo liberalismo, conservatore ma adamantino, lo portò sempre su posizioni di minoranza.

Negli ultimi anni, perduto il Pri al quale aveva dedicato la sua gioventù e la sua maturità, non aveva cercato lidi sicuri e personalmente fruttuosi; aveva preferito come al solito i piccoli gruppi. D’altronde, ormai la sua mente era altrove. La presidenza della Commissione per i diritti umani ha avuto un significato importantissimo per la sua esperienza di vita. Ci si e’ dedicato anima e corpo con viaggi continui, con l’ intessitura di rapporti con i dissidenti, i perseguitati, soprattutto del Mediterraneo e dell’ Est europeo.

La battaglia per i diritti umani alimentò il suo liberalismo: lo rese più aperto, più sollecito ai dolori dei popoli più che alla struttura dei loro Stati, e a questa missione egli dette tutta la sua competenza giuridica. Paolo Ungari trovava sempre un consiglio bibliografico, un suggerimento su un libro, una battuta fulminante su un avvenimento del giorno, un epigramma che lo faceva erede di quel gruppo colto ma disincantato che fu quello degli amici de "Il Mondo" di Mario Pannunzio nella Roma degli anni ’60. In un convegno o in un congresso, era sempre la sua conoscenza degli uomini e delle loro radici a smitizzare – spesso in versi improvvisati – il "teatrino" di cui si era spettatori.

Sulle cause del suo decesso, avvenuto un fine-settimana di settembre 1999 per la caduta nella tromba dell’ascensore al terzo piano del palazzo in piazza dell’Ara Coeli in cui aveva sede una delle riviste cui collaborava, la Procura della Repubblica di Roma ha proposto decreto di archiviazione.