Tempo di lettura: 4 minuti

"Maurizio
Maurizio Galimberti
, Instant Artist, il fotografo della Polaroid e suo testimonial nel mondo, trova negli studi da geometra e nel lavoro nei cantieri a fianco del padre il punto di vista rigoroso con cui ha affascinato il mondo; nel Futurismo di Boccioni e nel movimento cinetico esasperato di Duchamp la geniale tecnica di scomposizione dell’immagine a creare magici mosaici di città e di ritratti: Galimberti riesce in un istante a visualizzare una complessa scomposizione dell’immagine da ritrarre, matematica nel suo rigore e musicale nell’armonia d’insieme, e la realizza di getto, leggendo le note nella sua mente. Dal 2005 è diventato fotografo delle città del mondo, con volumi ricercati dai collezionisti.
Lo incontriamo mentre è in preparazione il volume su Milano, la sua città ODIOSAMATA e ne approfittiamo per capire il gusto di Galimberti nel ritrarre una città.

Come sta leggendo questa città?

“Sarà il mio omaggio all’Expo 2015. Io sono brianzolo, a dire la verità mi sento più legato a Como, anche se Milano è la mia città e mia mamma era di Milano, e anche in questo momento allo Starhotel Rosa, in centro, fino a febbraio sono esposte in anteprima le mie foto su Milano.
Come per le altre città, anche per Milano ho voluto identificare i simboli che la rappresentano: la Torre Velasca, il Pirellone, ancora i grattacieli, e i luoghi dell’archeologia industriale. Ma Milano è una città che conosco benissimo e ho voluto anche fare una lettura delle sue piazze”.

In genere come si muove in città?

“Il metodo migliore è camminare e perdersi senza una meta. Altrimenti, – come dicono Dorotea Lang e Robert Frank– si fotografano solo i propri preconcetti. Forse per questo fatico a fotografare Milano: la conosco troppo bene e –devo dire- non la amo, perché mi sfugge un po’. E’ una città segreta e bellissima, ma resta un po’ estranea anche a chi la vuol guardare. E’ una città di lavoro per me, e non riesco a prendermi i miei tempi per fotografarla. I luoghi di Milano sono luoghi che sono abituato a vedere. Allora quando la devo fotografare dormo in albergo, per avere i tempi e i ritmi del fare un lavoro, per entrare nel mood dell’occhio del lavoro fotografico e scoprirla nei suoi simboli che catturo”.

"MaurizioCome sceglie le città da ritrarre in foto?

“Diciamo in base alla loro fotogenia. Sono partito da New York, anche sulla base dei miei studi; sono geometra, ho seguito molto mio padre nei cantieri, e di New York mi interessava il mito dei grattacieli, della loro struttura. La prima città l’ho scelta per il suo retaggio storico e per un omaggio, dopo la tragedia delle torri gemelle, che avrei voluto fotografare, da sempre.
Poi ho fotografato Venezia, un’altra città mito per tutto il mondo; New York e Venezia sono due poli opposti, l’antico e il moderno; ma New York, che tutti dicono difficile, è una città facile da fotografare, mentre Venezia è la città più difficile in assoluto, naturalmente per fotografarla senza cadere nel banale!”
“Ho anche scelto di fotografare Berlino, perché era caduto il muro, perché è una città con grande fascino storico, restituita nella sua importanza alla Germania. Il volume uscirà nel 2010. Ho voluto scoprire nel mio obiettivo fotografico Berlino con la mia compagna Claudia Scarsella, Fashion Designer e Architetto: con lei ho visitato la città e scelto le architetture "simbolo" da fotografare, in senso storico, i simboli delle nozioni di architettura delle diverse epoche, del Dopoguerra, fino ad oggi.”

Quali sono i luoghi ed i particolari di una città che la catturano?

“Mi piace partire dai simboli di una città, quelli che per me lo sono, non quelli stereotipati.
Per New York i simboli sono i grattacieli, ma non il Chrysler o l’Empire, è il concetto stesso di grattacielo, il fatto che siano così vicini, a darmi l’idea di una piantagione di grattacieli. Quando sono arrivato a New York sono partito dal Chrysler e dall’Empire, ma poi ho allargato il range, ho girato per zone nuove, tra la 40° e la 60°: lì ci sono orde di grattacieli, incredibili, che ti circondano ed entrano nell’obiettivo con angolazioni uniche.
Invece Venezia è una città d’acqua, è il suo simbolo: i palazzi sono sull’acqua con le loro facciate, con l’ingresso; Venezia deve essere fotografata dall’acqua!”

"MaurizioCome si organizza e quanto tempo dedica al reportage di una città?

“Devo dire che dipende molto dalla città. New York, protagonista del mio libro monografico del 2007, mi ha preso un mese circa, sull’onda dell’entusiasmo per una città sognata e della novità del posto. E’una città meravigliosamente facile da fotografare, se hai un progetto di fotografia naturalmente.
Venezia invece è per me una città molto difficile, mi porta angoscia: la trovo inquietante e non riesco a fermarmi più di 3-4 giorni di fila: ci sono stato una ventina di volte, per 3-4 giorni, in un anno. Le foto più belle sono quelle d’inverno, quando è freddo e luci della laguna sono meravigliose.
E adesso, dopo molte altre, sono "arrivato" a Milano, per cercarla nei suoi simboli e per farla conoscere nel mondo anche attraverso le mie immagini-mosaico”.

La foto-ritratto di Maurizio Galimberti è di Douglas Kirkland mentre la foto di Milano, è stata gentilmente concessa in esclusiva da Monomilano.