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"EmanueleCi mancava il principe Savoia. È dunque Emanuele Filiberto l’ingrediente a sorpresa, che poi sorpresa non è, perché la sua partecipazione era ampiamente annunciata, del cast musicale del festival di Sanremo. Un cast concepito ad uso e consumo del pubblico televisivo, con tre cantanti da talent show (un posto spettava al vincitore di X Factor), una vecchia gloria, il cantante provocatore, l’inevitabile Morgan, un paio di ripescaggi d’autore e qualche scelta di qualità, compresa la salutare apertura al dialetto. Evidentemente non si può violare la regola per cui in gara a Sanremo dev’esserci posto per qualcuno che, in un modo o nell’altro, faccia «rumore».

Il caso Povia è il più clamoroso: dopo «I bambini fanno oh», ha vinto un festival senza che nessuno se ne sia accorto, e l’anno scorso è stato protagonista di un tormentone mediatico per una canzone sul gay convertito all’eterosessualità che, per fortuna, è esistita soltanto durante il festival. Quest’anno alza il tiro e si presenta con un brano, figuriamoci, intitolato «La verità (Eluana)» dedicata al caso Englaro: che nel tritacarne di Sanremo arrivi anche una vicenda così delicata e così lacerante mette i brividi. Ci si domanda se davvero non se ne poteva fare a meno, visto che Povia non esiste nelle classifiche nè vince i referendum delle riviste specializzate.

Emanuele Filiberto arriva in coppia con Pupo e, tanto per non farsi mancare niente, anche in compagnia di un tenore: «Italia amore mio» non è, come scritto nei giorni scorsi, un omaggio alla monarchia, ma una lettera d’amore al nostro Paese. È ovvio che si tratta di un’operazione televisiva, che punta sulla popolarità guadagnata dal principe con «Ballando con le stelle» e sulla capacità di Pupo di essere un trait d’union tra la platea televisiva e la canzone.

La presenza di Povia e di Emanuele Filiberto in gara fa quasi venire i rimorsi nel giudicare quella di Toto Cutugno, cui è stata assegnata la casella spettante alle vecchie glorie (la definzione ufficiale è più o meno «cantanti popolari»). I talent show si aggiudicano tre posti più uno, quello di Morgan: il primo spettava al vincitore di X Factor che è Marco Mengoni, gli altri sono andati a Valerio Scanu da Amici e Noemi, che dopo X Factor si è fatta notare per il suo duetto con Fiorella Mannoia. Quanto a Morgan, una carriera musicale alle spalle ce l’ha, ma sicuramente è diventato un personaggio grazie al suo ruolo di giudice a X Factor.
Se, con il successo di «Sincerità», Arisa si merita la promozione a big, è un bel segnale l’arrivo nel girone di Malika Ayane, uno dei personaggi più interessanti della nuova generazione. Che i Sonora siano dei big la dice lunga sulla situazione del mercato discografico italiano.

Ineccepibile la scelta di Irene Grandi e Simone Cristicchi, che garantisce intelligenza e buon gusto, così come si meritano un omaggio I Nomadi che, con la benedizione di Zucchero, fanno da tutor a Irene Fornaciari. Un discorso a parte lo merita l’apertura al dialetto, una scelta sacrosanta che rispetta una tradizione fondamentale della nostra musica e tiene conto del presente. E proprio in questa chiave sembra giusto che ci sia una canzone napoletana cantata da Nino D’Angelo, che per la verità a Sanremo ha usato il dialetto già cinque volte.

Un’altra consuetudine di Sanremo, in fine, è rappresentata dai ripescaggi: quest’anno tocca a Enrico Ruggeri e Fabrizio Moro. Ruggeri, che del festival è un veterano, è un artista dal passato nobile che, negli ultimi anni, è rimasto ai margini della musica e si è dedicato alla tv. Fabrizio Moro non è più riuscito a ripetere l’exploit di «Pensa». Per tutti e due Sanremo è un’occasione di rilancio.