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"marOrmai capita sempre più spesso, anche in Adriatico, di uscire per una battuta di pesca al bolentino e, insieme a saraghi, pagelli e sgombri "allamare" barracuda o pesci balestra. Esatto, proprio pesci balestra, del tutto simili, tranne che nel colore più dimesso, meno appariscente, a quelli che vivono nel Mar Rosso. Non occorre andare a Sharm-el-Sheik per incocciare in immersione pesci palla e nel basso mediterraneo anche pesci pappagallo. Cosa sta succedendo? Fino al 1969, anno dell’apertura del canale artificiale di Suez, l’unico accesso al "mare nostrum" era lo stretto di Gibilterra, unico punto di scambio di acqua e "vita" tra il "piccolo" Mediterraneo e il "grande" oceano Atlantico, peraltro non particolarmente ricco di biodiversità in quel punto. Fino ad allora l’ecosistema mediterraneo era estremamente stabile, ben definito, "blindato" ad intrusioni oceaniche anche dalle particolari condizioni atmosferiche e climatiche che lo caratterizzavano.
Negli ultimi 40 anni molte cose sono cambiate, innanzitutto, la famosa stabilità climatica del nostro mare è andata via via alterandosi a causa del famigerato effetto serra, rendendo allettante la sua colonizzazione ad organismi, pesci e alghe provenienti dal mar Rosso, non solo per via diretta ma anche per vie alternative. Non dimentichiamo che oltre ai pesci di cui sopra che metro dopo metro hanno conquistato il bacino addentrandosi ormai fino alle nostre coste, ci sono da considerare gli organismi, alghe, piccoli crostacei, molluschi ecc. che vengono trasportati inconsapevolmente
dalle chiglie delle navi che provengono da Suez. Questo fenomeno chiamato "fouling" accoppiato alla situazione termica favorevole ha fatto sì che questi "clandestini" del mare percorressero migliaia di chilometri di mare in poco tempo andando a conquistare territori assolutamente fuori della loro portata in condizioni normali. Ciò a discapito anche delle specie autoctone che hanno dovuto combattere con questi nuovi e competitivi inquilini.

"marAnche l’acqua di zavorra delle navi in transito è un veicolo di trasporto; pochi sanno, infatti che le navi prive di carico per poter mantenere un assetto corretto in navigazione si "zavorrano", riempiendosi di acqua marina che poi scaricano prima di imbarcare il carico predestinato; è chiaro che una nave che scarica container nel mediterraneo e carica acqua di zavorra per andare nel mar rosso (o viceversa) trasporta acqua con relativa "biodiversità" da una parte all’altra del canale di Suez o di Gibilterra. Questo fenomeno, studiato ampiamente dall’Icram (istituto centrale per la ricerca scientifica applicata al mare) e denominato "ballast water", contribuisce non poco al "rimescolamento" biologico dei mari, sempre favorito dal minore gap termico tra Mediterraneo e Mar Rosso. Ultimo ma non per questo meno importante, l’immissione più o meno volontaria di pesci di allevamento o di "acquario" nei nostri mari. Questo fenomeno che può sembrare limitato è invece estremamente pericoloso; è capitato infatti che gamberi giapponesi allevati in Italia per l’alimentazione umana sono sfuggiti dai loro "contenitori" e una volta entrati in acqua, adattatisi in maniera incredibile al loro nuovo habitat hanno preso il sopravvento sui normali abitatori delle zone prendendone di fatto il posto nell’ecosistema. Stesso discorso con gli appassionati di acquariologia, le famose tartarughe d’acqua una volta importate dall’estero, adesso vivono tranquillamente nei corsi d’acqua interni della nostra Italia. Questa colonizzazione forzata esce dai canoni normali di adattamento delle specie, facendo sì che, addirittura, specie indigene rischiano di scomparire a favore di quelle nuove immigrate. Inutile dire che il fenomeno diventa assolutamente incontrollabile quando si parla di microorganismi, alghe e molluschi che, notoriamente hanno una capacità infestante incredibilmente più rapida degli organismi superiori. Cosa si sta facendo per arginare questo pericoloso rimescolamento forzato? Sempre l’Icram ha realizzato il Network delle Amp (Aree Marine Protette) che servirà per monitorare la comparsa delle cosidette specie aliene e la loro proliferazione nel Mediterraneo per poter poi pianificare gli interventi necessari a tutelare l’unicità dell’ecosistema marino del Mediterraneo.