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"quarto-stato"
Oramai la politica non conosce più le proprie origini. La storia ci dimostra come tutti i partiti siano rivolti essenzialmente all’attuazione di politiche demagogiche e populiste prive di una visione di largo respiro ma con gli unici scopi di garantirsi la occupazione del potere e la rielezione alla scadenza del mandato. Qualcuno vorrebbe far credere essere arrivato il momento di favorire l’apertura del Partito denominato Popolo delle Libertà, ai “liberisti tutti”. Coloro che sono liberali e liberisti da sempre non possono che rallegrarsi di tale massiccia adesione dei politici italiani, da D’Alema a Fini a Berlusconi, ai principi ed alle idee che il Partito Liberale ha sempre propugnato.
Sennonché,  qualche serio dubbio al riguardo inevitabilmente non può non sorgere. Il termine “liberismo” è la contrazione del termine “libero scambismo” (uno dei suoi propugnatori fu David Ricardo), il quale, al di là degli equivoci, è la teoria politico-economica che contraddistingue gli economisti favorevoli al libero commercio, alla libera iniziativa economica, al libero scambio tra i vari Stati, in contrapposizione con il termine “protezionismo” (considerato necessario anche da John M. Keynes), e che successivamente si chiamò “autarchia”, che è propugnato dagli economisti così detti “protezionisti”. Si può comprendere che il “liberismo” non è solo un approccio meramente economico, ma anche fortemente filosofico.

Nel XVII secolo, infatti, lo sviluppo economico determinò la necessità di favorire i traffici tra gli Stati europei e le colonie, scambi che perciò non possono essere solo commerciali, ma anche culturali e migratori. Durante quel periodo si svilupparono le teorie filosofiche di John Locke, e successivamente, quelle degli illuministi francesi, come Voltaire, Montesquieu ecc.. Con Adam Smith, padre della teoria economica definita “liberista”, tale termine non faceva riferimento più solo al  libero scambio ma anche al concetto di concorrenza perfetta.

Solo coloro che sono autenticamente liberali possono essere liberisti, in quanto tale teoria economica presuppone la totale adesione ai principi illumistici di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza; solo la tolleranza consente ai vari Stati di incontrarsi dapprima per effettuare traffici economici eppoi anche quelli culturali, turistici, sociali e migratori.

Inoltre, solo una persona tollerante potrebbe accettare di confrontarsi lealmente e liberamente con la concorrenza, senza cercare di porre ostacoli al libero accesso alle professioni, alle attività commerciali ed imprenditoriali. E’ difficile che i socialdemocratici, i democratici in senso stretto, gli illiberali, i nazionalsocialisti, gli integralisti religiosi possano accettare la concorrenza perfetta, ed il liberismo tout court.

In Italia ancora oggi ci sono moltissimi ostacoli alla libertà di iniziativa economica e all’esercizio di moltissime professioni, e non sembra che il Popolo delle Libertà, che ha comunque compiuto notevoli passi avanti in tal senso, abbia fatto molto per eliminare anche solo alcuni di tali vincoli. Si assiste e si subisce una burocrazia asfissiante ed oppressiva di stampo borbonica. Ogni tentativo di “semplificazione” alla fine conduce a rigurgiti di ritorno a nuove o vecchie forme di burocrazia. Esempio classico è quello del’iter infinito delle pratiche amministrative alle quali sono sottoposti gli invalidi ed i loro famigliari. Anziché rendersi conto che bisognerebbe agevolare la vita di queste particolari categorie deboli, li si obbliga ad una serie immane di uffici, code, pratiche, ecc., in cui spesso ogni Ufficio è competente solo di un passaggio dell’iter, mentre per il resto bisogna rivolgersi ad altri uffici, magari localizzati in siti molto lontani tra loro. Se resta un sogno lo sportello unico delle imprese, non di meno e forse più essenziale appare essere fantascienza lo sportello unico degli invalidi (o disabili come si dice oggi).

Per non parlare delle aziende pubbliche la cui apertura al capitale privato è sia formalmente che sostanzialmente di la da venire. Non parliamo dei livelli locali, ove a fronte di aziende comunali, provinciali e regionali, si aggiungono una serie di Enti economici, Aziende, Società, Autorità, Fondazioni a totale capitale pubblico (Petruzzelli e non solo), che rappresentano un fondo infinito di spreco di denaro pubblico e di violazione del principio di sana concorrenza economica. Distogliendo, peraltro, risorse fondamentali economiche, finanziarie ed umane da finalità proprie e fondamentali degli Enti, Comune, Provincia, Regione e Stato.

In ogni caso, siamo pronti a comprendere che solo il tempo aiuterà l’ulteriore evoluzione che il Partito di Fini e Berlusconi , ma questi devono riconoscere che i liberali ed il Partito Liberale sono giunti alle stesse considerazioni già qualche decennio, se non  secolo fa.