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"Shand-Kydd"Johnnie Shand Kydd è rinomato per la sua capacità di cogliere istanti rivelatori, aprendo con le sue fotografie una finestra nella vita dei suoi soggetti, molti dei quali sono figure importanti della scena artistica inglese e internazionale. Le immagini sono casualmente incorniciate come da un amico, proprio quello che è Johnnie Shand Kydd. Fotografo emergente negli anni ‘90, si è trovato nel dinamico milieu artistico creato dall’energia e spigliatezza del movimento Young British Artists. Shand Kydd, cronista del movimento, ha ritratto i suoi amici, tra cui Tracey Emin e Damien Hirst. Quella prima collezione fotografica è stata subito raccolta nel libro Spit Fire, le cui immagini sono ormai considerate iconiche: uno snapshot di Damien Hirst mentre fa smorfie con Kate Moss è ora nella National Portrait Gallery di Londra, insieme ad altri 70 pezzi della collezione. Il secondo libro, Crash, documenta i progressi dei suoi vecchi amici, dimostrando inlotre la sua evoluzione professionale: adesso le immagini esprimono un approccio più semplice e sicuro, sia  nei temi che nella tecnica, trattenendo la familiarità dei suoi  soggetti. Con 200 esposizioni in rigoroso bianco e nero, Crash presenta luminari della società artistica come Gilbert & George, Sam  Taylor-Wood, Nan Goldin, Richard Prince, Juergen Teller, Maurizio Cattelan e Tracey Emin.
L’ultimo libro di Johnny, Siren City, è una raccolta di fotografie scattate tra il 2000-2008 a Napoli, la seducente città conosciuta come la Città Sirena. Il libro coglie senza dubbio la luce, la vivacità e la carnalità di Napoli, nonché il lato più oscuro e pagano della città. Ogni strada e piazza è un palcoscenico di personaggi che  guardando l’obiettivo con orgoglio ed al contempo innocenza. Le fotografie di Napoli saranno esposte presso MADRE, Museo d’Arte Contemporanea a Napoli dal 31 ottobre 2009 al 15 febbraio 2010. Johnnie Shand Kydd è membro onorario dell’Accademia Apulia di Gran Bretagna.

Cosa l’ha ispirata ad entrare nel mondo della fotografia?

E’ successo per caso. Sono stato un dealer d’arte, però poi ho finito per stancarmi. Conoscevo molti artisti emergenti della scena YBA (Young British Artists). Mi resi conto che a Londra stava accadendo qualcosa di straordinario che nessuno stava documentando. A quel punto pensai che una brutta foto con un soggetto interessante sarebbe stata più interessante di una fotografia interessante con un pessimo soggetto. Iniziai così a scattare foto senza avere assolutamente nessuna conoscenza tecnica.

"johnnieQual è stata la fotografia che l’ha convinta a percorrere la strada del professionismo?

E’ successo quando ho ricevuto un assegno pateticamente basso per aver fotografato degli artisti per un lifestyle magazine. Ritenevo tuttavia che fosse un miracolo essere pagato per il lavoro. Furono Norman Rosenthal e Charles Saatchi a darmi la possibilità di emergere: una commissione pagata per fare qualcosa che mi piace.

Qual è l’aspetto più difficile della sua professione?

Credo quello di cercare nuove ispirazioni. Sono un fotografo istintivo piuttosto che uno teorico. Accade che hai una bella storia che ti appassiona, alla quale dedichi tutta una vita, e poi all’improvviso,  quel capitolo finisce e pensi: ‘Oh mio Dio, ho bisogno di un’altra  storia!’. A volte passa del tempo prima che l’ispirazione torni.

Lei è un fotografo autodidatta, ed i suoi lavori sono esposti alla National Portrait Gallery di Londra. C’è un altro fotografo che ammira particolarmente?

Il mio preferito è John Deacon. Era un uomo di incredibile talento, anche lui un fotografo della scena artistica, ma della generazione  precedente: gli anni ’50 di Lucian Freud, Francis Bacon e Frank  Auerbach. John Deacon era un fotografo meravigliosamente semplice, le  sue opere non hanno nulla di ritoccato – tutto è naturalmente brutale e diretto.

Quale delle sue foto le piace di più?

Credo sia quella dei veterani della prima guerra mondiale. Ho fotografato gli ultimi 21, che adesso sono sfortunatamente tutti scomparsi. Lavorare con loro è stata un’esperienza emozionante. Attualmente c’e’ così tanta fotografia dedicata alle celebrità che è stato bello poter fotografare persone così umili.

"johnnieNel 1575 Miguel Navarro definì Napoli un paradiso abitato da  demoni. Più di recente, il regista Ben Hopkins (Napoli città aperta 1943-1948) ha descritto la stessa città come un’inferno abitato da  angeli. Come definisce Johnnie Shand Kydd Napoli?

Non sono sicuro degli angeli nella seconda definizione, credo che un’inferno abitato da demoni sia una descrizione più consona a Napoli. Tuttavia, nonostante i suoi difetti, Napoli è una città molto stimolante. Ho sempre parlato di Napoli come dipendenza narcotica: più si cerca di star lontani dalla droga, più la tentazione irresistibile ritorna.

Come è nato questo rapporto speciale con la città partenopea?

Londra è casa. Qui ho una vita sociale intensa, ma una parte di me ha bisogno di solitudine, e a Napoli, lo ammetto, è strano, però trovo quella solitudine che me a piace molto… Mi piace infatti stare in un alberghetto in compagnia di un libro tascabile e sentirmi anonimo.

Siren City è una raccolta di fotografie in bianco e nero scattate a Napoli tra il 2000 e il 2008. Pur offrendo uno scenario sublime,  Napoli è una città abusata e trascurata. Eppure il tuo libro riesce a catturare la bellezza, il sacro e il profano, l’orgoglio e l’innocenza di questa grande città. Cosa ha ispirato questo libro? Perché il titolo Siren City?

Ho passato gli ultimi otto anni visitando Napoli. Ho esplorato le strade con una vecchia roloflex degli anni sessanta per vedere cosa ci fosse dietro ogni angolo di strada – a volte c’era qualcosa. Otto anni di fotografie sono state condensati in questo libro. L’ho chiamato ‘Siren City‘ perché Napoli è conosciuta come la città Sirena: le fondamenta giacerebbero sul corpo della sirena Partenope.  Il libro è come una favola; all’inizio è triste, poi allegra, ma alla  fine è molto dark. È come una storia di fantasmi, non ci sono didascalie nel libro. Le fotografie sembrano porgere domande che non trovano risposta, ma che incuriosiscono e incitano a incontrare la Sirena.

Cosa l’ha portata a Napoli per la prima volta?

Nel 2000 mi è stata introdotta una galleria di Napoli, dove ho fatto una mostra per 3 mesi. Questo è accaduto in un momento nella mia vita  quando avevo bisogno di andar via da Londra. Ai principi ho detestato Napoli, ma poi me ne sono innamorato.

In qualità di fotografo assume un ruolo di attore e regista. Ha mai oltrepassato il limite della privacy con la sua macchina fotografica?

Il fotografo deve essere un po’ voyeur. Osservo la gente in continuazione, e ciò a volte mi causa problemi. Ovviamente, non lo  faccio con cattive intenzioni: mi piace osservare le persone, la gente mi affascina. Ho mai oltrepassato il limite? Direi di no. Una delle ragioni che mi consente di entrare nelle vite altrui è perché la  gente si fida di me – la fiducia è qualcosa di sacro: se la perdi una volta, l’hai perduta per sempre.

Quale il suo consiglio per giovani aspiranti fotografi?

Prima di tutto passione per la fotografia, che si può fare senza avere soldi – basta una macchinetta per cominciare a capire se fotografare appaga abbastanza. Se non si e’ appassionati e’ inutile andare oltre. Oggi c’e’ una concorrenza spietata. In particolare nel mondo della moda sono tanti coloro disposti a fotografare l’ultimo vestitino. Sono davvero pochi coloro che hanno successo, e questi sono i più spietati e determinati a raggiungere il top. Comunque ci sono tanti diversi stili e tipi di fotografia. Per esempio, ci sono artisti che usano la fotografia. Io non mi vedo come un’artista, mi vedo come un cronista.

Pensa di andare in paradiso o all’inferno?

Non ci credo, ma dato che la maggior parte dei miei amici andranno all’inferno, sara’ bene unirsi a loro.