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"guinness"Il giorno prima che la festa cominci sono già a Dublino. L’ufficio del Turismo irlandese di Milano si è preso cura dei dettagli, volo Air Lingus, la compagnia che copre la tratta per l’Irlanda; albergo, trasferimenti, informazioni, suggerimenti, consigli e accredito stampa. Ci si sente la mandorla nel confetto. Il clima nella sala stampa dell’hotel è pre-elettrico, tutti si agitano in modo molto controllato. Ricordo immediatamente che la pronuncia dell’inglese inzuppata nel quadrifoglio verde irlandese è cosa altra, direi lana bagnata, gira in bocca con la consistenza del pane nero di segala, che qui abbonda. Il tempo è buono. Le strade sono ramazzate da un vento cordiale, ogni tanto cambia di posto alle nuvole pizzicandole sull’orlo.
Le vie di Dublino, che in questi anni è molto cambiata, divenendo un nodo nevralgico per lo studio, lo svago e il lavoro, sono invase dalle bandiere nere e oro della Guinness.
La data che riportano è il fatidico 1759. Infatti nel 1759 Arthur Guinness firmò un contratto per avere in affitto il birrificio di St James’s Gate a Dublino per 9000 anni al prezzo di 45 sterline l’anno.
Da allora a oggi sono passati esattamente duecentocinquant’anni. A tutti deve essere parso irrinunciabile onorare a dovere l’accaduto. Quindi i pub, che qui sono una specie di istituzione sacrale, si apprestano ai festeggiamenti. Migliaia di fusti ai blocchi di partenza, un esercito di boccali pronti per il corpo a corpo, banconi di legno color violino lustri come uno yacht, angolo per i concerti dal vivo sotto costante osservazione, impazienza da giornata storica. L’idea clou della Guinness è quella di un brindisi collettivo. Una cosa semplice semplice ma di inequivocabile essenza. Un brindisi mondiale. In ogni angolo di estensione del vecchio globo dove si serve una liquido scuro, denso e setoso, cavalcato da una corona spessa e schiumosa color avorio, si invita ad alzare il bicchiere appena appena, giusto all’altezza della fronte. Magari per accorgersi che dietro ad un brindisi c’è anche un pensiero, un auspicio, una riflessione, un saluto, una forma di rispetto verso qualcosa di ineffabile come l’antropologica condivisione di una bevanda o di un gusto. Questo alla prima bicchierata, la mia sensazione e che dopo qualche giro gli intenti siano meno blasonati, nobili, e i pensieri in minor grado decorosi e slanciati.
Ovunque è allestita la diretta televisiva con lo Storehouse della Guinness, ove si terrà un concerto gremito di star.

"guinness"Il giorno di Arthur, 24 settembre, inizia nel tardo pomeriggio, tutto il mondo della stampa è spalmata lungo il red carpet steso all’interno di una immensa sala del grande birrificio. Si attende l’entrata delle star che canteranno. Tra questi la vecchia tigre Tom Jones, Estelle, i Kasabian, e una imprecisata schiera di vip locali.
Tra tutti spicca per bellezza, eleganza e fascino una donna altissima e sconosciuta, le voci la danno per una discendente della famiglia Guinness. Ma la cosa rimane priva di conferme. Intorno alle 19, veniamo tutti guidati allo Hope store 12.
Biglietto, controlli, e primo boccale color mou offerto.
La sala per il concerto è grande quanto un dirigibile, muri altissimi di mattoni rossi, palco da astronave, e appena Tom Jones sale acclamatissimo, impugna il microfono e invita al brindisi, la folla esplode. In quel momento si vede solo il bagliore delle luci sui bicchieri colmi di birra alzati in alto. La festa di mister Arthur adesso può davvero cominciare nel tentativo panteistico di inglobare la globalizzazione.
Tom Jones qui è un eroe. Abbronzato, su di giri, giacca camicia pantaloni scarpe tutto nero sotto occhi azzurrissimi. Si muove piano, da vecchio felino, quando la musica stacca, parte la mossa da boxeur. La voce è ancora piena, bella, una pinta scura da gospel messianico. La gente lo adora ma è disposta a perdersi qualcosa per andare a fare rifornimento di Guinness omaggiata in quantità senza limiti dall’organizzazione.

Estelle delude. Soprattutto non è magra come la si vede nei video, anzi. Parla un sacco, e dimentica di sorridere. Ha orecchini d’oro rotondi, grandi come piatti da batteria, invoca un ennesimo brindisi senza bicchiere in mano. Gli irlandesi non se ne hanno a male, basta che adesso canti. Finalmente si ricorda di essere lì per quello.
I Kasabian si materializzano sul palco e la potenza dell’elettronica impastata con il brit rock conquista la scena. Il cantante vanta origini italiane, possiede un bella presenza scenica e voce, niente di incendiario nel sound ma un risultato godibile e in sintonia con la serata.
Il rientro dalla festa celebrativa è un susseguirsi di pub in festa, musica che rimbalza tra coloro che cantano all’interno con quelli che suonano per le strade. Folle di giovani sostano in ogni angolo, il mix generazionale qui ha diritto di abitare gli stessi spazi.

"guinness"Quel che lascia interdetti, il giorno seguente, è l’accurata pulizia che vige. Tutto sparito. Nettato a dovere. Restano a sventolare in alto le arpe gialle su fondo nero, simbolo acustico di un luogo che ama e sa di musica, impresso sulle bandiere della fabbrica più importante del paese, che proprio da qui ha iniziato a far risuonare la sua musica e il suo successo.

Le foto sono state scattate dal nostro inviato Edmondo Bertaina durante la serata di gala