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"verdone-chiatti"Carlo Verdone è «un pedinatore di italiani», come lui stesso si definisce. «La natura mi ha dotato di un buon senso dell’osservazione, da sempre sono curioso dei dettagli e mi piace capire le persone. Nel mio cinema ho messo umanità e verità. Io ho raccontato persone fragili», dice il regista che a gennaio uscirà con il nuovo film Io, loro e Lara per il quale ha voluto accanto come protagonista femminile Laura Chiatti. Il film sarà dedicato, anche nei titoli, al padre Mario, professore di cinema, scomparso recentemente.

«Io vorrei essere ricordato come il regista che amava le sue attrici, forse perché sono nato in un matriarcato, tra mia madre, mia nonna, due collaboratrici domestiche, una vecchia zia. Ho cominciato da piccolo ad apprezzare la psiche femminile a 360 gradi e col tempo ho scoperto che le donne sono le più forti», dice Verdone all’Est Film Festival a Montefiascone (Vt) dove ha ritirato l’Arco alla Carriera, assegnato dai due giovani organizzatori il produttore Vaniel Maestosi e il direttore artistico Riccardo Rizzo.

«E credo anche di aver cercato di risaltare le qualità di attrici come Eleonora Giorgi, Ornella Muti, Claudia Gerini, Asia Argento, che diciassettenne girò con me Perdiamoci di vista, Margherita Buy, che con me ha fatto Maledetto il giorno che t’ho incontrato in un ruolo comico per la prima volta, e adesso Laura Chiatti in Io, loro e Lara. Oltre al primo piano serve temperamento e carattere, e la Chiatti ha dimostrato di averli. Il film racconta la storia di un missionario che torna dall’Africa in crisi e che verrà risucchiato in una crisi familiare», spiega Verdone.

Verdone fa un bilancio della sua carriera. «Io quando mi guardo indietro vedo l’attore che sono stato, mi guardo da spettatore, come se fossi un’altra persona. L’attore è in continua evoluzione, anno dopo anno cambia molto. Oggi vedo la mia recitazione più asciutta ed essenziale, con un’ottima padronanza gestuale. Ma forse prima ero più caratterista – prosegue – io non sono mai stato molto cosciente di quello che mi stava capitando nella vita, e credo che questa sia stata una fortuna. Il nostro è un lavoro molto delicato, io non mi sono mai sentito arrivato e forse non ho ancora fatto la mia cosa più importante. E, soprattutto, ho ancora voglia di osservare e d’ora in poi può darsi mi vedrete soprattutto come regista».

Della sua carriera non cambierebbe niente: «anche i film minori mi hanno dato la forza di proseguire. E, secondo me, è giusto avere questi momenti ondulatori. Anche Fellini, che per me è il più grande, ha avuto momenti di difficoltà d’ispirazione, ma servono a trovare carica ed energia. Quando smetterò di alzarmi la mattina e parlare col giornalaio, l’elettrauto, il corniciaio e tutti gli altri, smetterò di essere un autore. Io vivo di loro, delle persone che lavorano umilmente, fanno lavori sani».

Nei primi lavori, quelli con Elena Fabrizi, la grande Sora Lella, che usava le battute di una Trastevere che non c’è più, «credo di aver reso omaggio alla grande commedia all’italiana, alla Roma popolare».