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"crisi"No, non è così che può funzionare. Sfruttati, scippati, sfiancati, e poi usati, derisi e pure sbeffeggiati. In pratica, “cornuti e mazziati” come si è soliti apostrofare da queste parti. La storia del Mezzogiorno, dal dopoguerra in poi, è una continua trasfusione delle sue risorse migliori, a scapito di un chimerico ed evanescente riscatto, e a favore del Nord del Paese: il cuore pulsante dell’economia nazionale.

Dapprima le braccia e le pance, per sostenere un boom economico a unica trazione settentrionale. Successivamente è stata la volta dei risparmi, che poco a poco dai libretti vincolati o al portatore delle banche del Sud sono finiti sui conti correnti scoperti delle aziende del Nord o nei giochi di Borsa di una Milano industriale, che risucchiava risorse come un’idrovora. Poi è stata la volta di un’inversione di tendenza dei flussi in genere. Ma questa volta a tornare giù è stata solo una marea di rifiuti nocivi. Riversata nei sottosuoli di un Sud da sempre costretto alla sete più dannata, e pertanto votato al pragmatismo accidioso del “poco, maledetto e subito”, anziché proiettato verso una più coraggiosa e lungimirante visione programmatica.

Ma il saccheggio incessante non si è limitato ai soli settori tangibili e primari. Da qualche tempo si è raffinato, assumendo gli aspetti eleganti e persuasivi dello sviluppo sostenibile. Non certo per il Sud, che continua ad accontentarsi delle cosiddette briciole, quanto ancora una volta per quel cuore pulsante, che una crisi senza precedenti rischia di collassate in maniera seria. Ed allora si prendono i Fas (Fondi europei per le aree sottosviluppate), per sostenere aree e settori tutt’altro che sottosviluppati. Si prende il vento, attraverso le pale di moderni mulini che non producono più per i bisogni e la ricchezza dei suoi territori, bensì per esigenze di sviluppo terze e per crescenti e lontani fabbisogni energetici.

Ora pensano persino al sole, i cui raggi si vogliono dirigere verso invadenti pannelli foto-voltaici, anziché incanalarli lungo i solchi di una produzione agricola più genuina, più tipica e più rispettosa dell’intangibile ed incommensurabile patrimonio delle tipiche identità agro-alimentari territoriali. Facendo tra l’altro evaporare, giorno dopo giorno, la stessa questione meridionale, per lasciare il posto a una nuova, fittizia e strumentale questione settentrionale.

C’era rimasta una sola cosa: il Mare nostrum, a cui ancorare le speranze e le ambizioni dei vari Sud ripetutamente mortificati e bistrattati. Quel Mediterraneo culla e crocevia di civiltà, ponte naturale tra etnie da sempre segnate dal sole e dal sale, archivio formidabile di cultura, creatività e ricchezze d’ogni genere. Opportunità per un riscatto niente affatto scontato, tutto da perseguire e tutto da modellare con tenacia, orgoglio e rinnovato spirito levantino.

E invece vogliono prendersi anche quello. Con un improvviso colpo di bacchetta in un’Italia considerata sempre più magica, anziché unica, e in un improbabile battesimo della lombardissima Milano quale “capitale mediterranea”. Gli stregoni sono già all’opera e l’Expo 2015 si prospetta come il calderone adatto alla preparazione della pozione fatale.

Il progetto è stato lanciato al Med Forum (Forum economico e finanziario per il Mediterraneo) organizzato dalla Camera di Commercio milanese. D’ora in poi la richiesta sarà sistematicamente rilanciata e rivendicata ad ogni occasione e a tutti i livelli. Forse è tempo che Bari, Napoli, Palermo e Cagliari facciano fronte comune, per testimoniare ed affermare con voce ed azione unica una centralità protagonista e pro-attiva. E lo facciano in fretta, dato che nulla è più riconosciuto per elezione geografica.

Lo facciano in fretta, prima che Berlusconi porti sotto la stessa tenda Muammar Gheddafi e Roberto Calderoli, mondato e senza tee-shirt, magari sotto lo sguardo sorridente e benedicente del presidente egiziano Mubarak e gli onori di casa di Letizia Moratti.