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"scala-uomini"
Quella che ci proponiamo di raccontare è una storia meno che mai particolare, perché è la storia di tutti, la nostra storia, la storia dell’umanità. E lo faremo scandendo i suoi tempi con un simbolico orologio composto da un’unica lancetta che si muoverà dalle ore 0 alle 24 di un altrettanto simbolico giorno della durata di 7 milioni di anni (circa 300 mila anni all’ora), così che possa essere chiaro quanto poco cammino ha percorso fin’ora l’ homo sapiens su questa terra (l’homo sapiens è comparso circa 100 mila anni fa, ovvero, per il nostro particolare orologio, da soli 22 minuti). E sì, perché la nostra storia inizia circa 7 milioni di anni fa, quando il nostro più antico progenitore (la cui identità è ancora incerta, il proverbiale anello mancante, che se vi piace chiameremo "mister x") si separa dalla scimmia per dare inizio a tutto ciò che adesso chiamiamo "il nostro mondo".

Giorno -9
 Come ogni storia che si rispetti, la nostra ha degli antefatti che vanno raccontati perché determinanti per il suo sviluppo. Possiamo difatti iniziare a raccontare questa vicenda proprio da uno di questi, avvenuto, nel nostro particolare computo del tempo, nove giorni prima dell’ora 0, ovvero 65 milioni di anni fa. "Egittopiteco"Per un vero e proprio scherzo del destino, un asteroide, davvero molto grande, incrociò la sua orbita con quella della terra e per gli allora dominatori del pianeta, i dinosauri, la storia si chiuse definitivamente. Ancora più casuale fu il fatto che tra le poche specie rimaste (circa un 20% di quelle presenti all’impatto) ci fosse un piccolo ed insignificante roditore che cominciò a salire sugli alberi, per poi trovarsi, 30 milioni di anni dopo (per noi circa 4 giorni) ad evolversi in una specie di lemure denominato Egittopiteco (Aegyptopithecus), di cui i nostri bravi archeologi hanno rinvenuto i resti fossili. Sembra proprio essere stato questi l’antenato del Kenyapiteco (Keniapithecus), una grossa scimmia africana, vissuta tra i 10 e 15 milioni di anni orsono, da cui sono derivati: gli scimpanzé, i gorilla e, indovinate un pò, gli uomini.

Giorno -2
L’altro antefatto è cominciato più o meno nello stesso periodo (2 giorni prima dell’ora 0) in cui il kenyapiteco s’aggirava nella lussureggiante foresta africana. Lussureggiante?! Certo, al tempo, l’Africa era un’unica foresta umida e ricca di vegetazione dove i nostri antenati facevano la bella vita, vivendo pasciuti sugli alberi al sicuro da pericolosi predatori. Ma tutto ciò non poteva durare, altrimenti non saremmo qui a raccontarlo… Ed ecco che non dal cielo ma dalla terra, venne ciò che avrebbe dato il "la" alla nostra canzone: un grosso sconvolgimento delle placche terrestri mosse la placca araba a separasi da quella africana, generando una serie di fenomeni sismici che portarono alla formazione della celeberrima Rift valley, formazione conclusasi circa 8 milioni di anni fa, qualche "ora" prima della comparsa dei primi ominidi. La Rift valley, per chi non lo sapesse, è un enorme spaccatura che parte dalla Siria (valle del Giordano) e termina in Mozambico, tracciando un enorme ferita nell’Africa orientale (stile Gran Canyon): al di qua della spaccatura si formarono grandi catene montuose, al di là l’altopiano orientale. Secondo un famoso paleontologo, Yves Coppens, da quel momento la strada biologica delle due parti si divise muovendo le specie presenti in due direzioni diametralmente opposte; e così fu per i nostri antenati: le scimmie che rimasero nelle foreste al di qua della catena montuosa continuarono a fare la bella vita, le scimmie che si trovarono al di là dell’altopiano (ad oriente) si trovarono nel bel mezzo della savana. Pochi alberi, vegetazione molto bassa ove non era facile nascondersi e fuggire i predatori, poco cibo, insomma, passatemi il termine, una vita di merda!

Giorno 0
UN INIZIO DIFFICILE
Ore 0,00.  Non è un buon inizio dunque, per il nostro primo protagonista, "mister x", evolutosi da scimmia ad ominide proprio in seguito a quest’ultimo antefatto: l’orologio ha appena scandito il suo primo rintocco!
LA NOTTE BRAVA DEGLI ORRORIN
Ore 3,00 (circa 6 milioni di anni fa). Savana dell’Africa orientale, terra degli Orrorin. In queste tre ore, lo sfigato mister x, in cerca di cibo è stato costretto a scendere dai pochi alberi rimasti e ad attraversare la savana stando bene attento a non incontrare predatori ad ogni passo, perciò, per guardare più lontano ha dovuto alzare lo sguardo e drizzarsi in piedi. Così si è evoluto nel primo ominide scoperto dall’archeologia, l’Orrorin Tugenensis, costui non rimane in piedi per molto tempo, la sua struttura ossea non glielo permette, ma ha capito subito una cosa, cioè, che per restare vivo ha bisogno di stare in gruppo. Questa savana è l’habitat di voraci carnivori, felini con i denti a sciabola, grossi e veloci. E l’Orrorin non è né veloce, né grosso, da cui la necessità di sviluppare il suo ancor piccolo cervello almeno per ricordare a sé e al suo gruppo in quali zone può trovare rifugio o capire le abitudini dei predatori per sfuggirvi. Degli Orrorin sono stati ritrovati diversi resti fossili, ovviamente in Africa orientale, non erano molto alti, né molto intelligenti, ma già non erano più scimmie.
L’ALBA AFRICANA
Ore 5,00, l’alba africana porta con sé un clima sempre più arido. Nella notte appena trascorsa gli esseri della savana hanno continuato la lotta, quasi ottusa, per la sopravvivenza. Non molte tracce restano di questa, ma di sicuro, alcuni di essi, adattandosi sono stati portati nella nostra direzione, altri, invece, la maggir parte, saranno portati purtroppo verso una strada evolutiva rivelatasi poi cieca. Tra questi ultimi citiamo gli Ardipitechi evolutisi anche loro dagli Orrorin e più tardi i Kenyantropi e i Pitecantropi, nonché numerose specie derivate dal personaggio che stiamo per presentare. Tutto ciò per poter concludere che l’essere umano è solo una tra le molte forme con cui i primati hanno tentato di vincere una natura così ostile. Mentre il sole si solleva dal lontano mare ci si accorge come, questa spietata Africa sia stata la migliore palestra, la culla più adatta all’evoluzione di un essere così sofisticato come l’uomo. La notte appena trascorsa, così oscura ed indecifrabile, ha visto compiersi piccoli miracoli biologici evidentemente impossibili ad altre latitudini.
LE PASSEGGIATE MATTUTINE DEGLI AUSTROLOPITECHI
"Austrolopitechi6.50 – 13.45. La giornata che sta per iniziare sarà una giornata davvero vibrante. La vita esplode ed in svariate forme che si adattano, quasi ottuse ad ogni sorta di difficoltà, persino le più catastrofiche. Il sole alto all’orizzonte riserva difatti l’ennesima brutta sorpresa: la savana trema, in Tanzania il vulcano Sadiman (attivo 4 milioni di anni fa) prepara una terribile eruzione. Poco prima di mezzogiorno il vulcano erutta, lo scenario apocalittico seguente si mostra in tutto il suo tremendo splendore: la cenere nera e malsana si deposita spostata dal vento in ogni dove, le nuvole cariche di fumo mandano pioggia e l’acqua e la cenere formano una dura fanghiglia capace di registrare i passi degli esseri che si muovono sulla terra così devastata e riportali fino a noi. E così che presso la moderna Laetoli, 45 km a sud di Olduvai (Tanzania), un gruppo di ominidi si muove in fila indiana nel mezzogiorno africano alla ricerca di cibo, le loro orme, coperte in seguito da metri di terra verranno rinvenute nel 1977: sono molto simili alle nostre e questo ci indica che appartengono in maniera inequivocabile alla nostra linea evolutiva. Stiamo parlando degli Austrolopithecus della specie afarensis. Ciò che è avvenuto in quest’arida mattina, è stata la lenta trasformazione in esseri capaci di capire ancor meglio l’importanza della socialità e dell’azione di gruppo. Alti poco più di un metro e venti riescono a stare in posizione verticale molto più dei loro predecessori, tanto che hanno potuto diffondersi fino al Sud Africa in molteplici specie (tra le quali la più famosa e forse la nostra più probabile progenitrice è l’africanus). Si sono trasformati da raccoglitori onnivori -nel senso che oltre ai vegetali "raccoglievano" la carne dalle carcasse lasciate dai grandi predatori- in cacciatori abili a sfruttare il gioco di squadra, la strategia, la suddivisione dei compiti, in questo modo il loro cervello ha continuato a svilupparsi.
L’ESTRO NASCOSTO ALLA BASE DELL’UNICITA’ DELL’UOMO
Un’altra cosa che gli ha distinti in questo tempo trascorso dalle scimmie è stato il fatto che le donne della specie hanno sviluppato ciò che si definisce l’estro nascosto. Entriamo nel dettaglio. Si definisce estro il periodo entro cui la femmina di una specie animale è feconda. Nelle altre specie animali, compresa la scimmia, l’estro della femmina è manifesto, ovvero il maschio sa, attraverso odori particolari, versi, comportamenti, quando accoppiarsi per "fare centro" al primo colpo. Dunque, in vista di ciò, il maschio dominante fa il vuoto attorno a sé, allontanando tutti gli altri maschi in modo da non avere rivali: è il sistema dell’harem, basato sul principio che solo il più forte può riprodursi. Nell’uomo invece, anzi nella donna, l’estro è nascosto, ovvero il maschio non può sapere esattamente quando la femmina è feconda e quando no. La femmina è difatti feconda solo pochi giorni al mese, per potersi riprodurre il maschio è così "costretto" ad accoppiarsi di continuo, stare dunque sempre vicino alla sua donna, prendersene cura senza avere il tempo per le altre e dunque senza dover competere con tutti gli altri maschi del gruppo (a meno che la femmina non sia una modella!). E’ in questo modo che l’Austrolopitecus scopre la vita di coppia e soprattutto scopre che per conquistarla non ci vuole solo la forza bruta, ma deve dimostrare che con lui accanto lei sarà sempre al sicuro da ogni cosa, quindi dimostrare capacità di risolvere ogni problema con l’intelligenza, in primo luogo, con la caparbietà, l’intuizione e quando serve anche la forza. Inoltre, in questo modo la coppia si integra in maniera non violenta con il gruppo, il leader è colui che sa cavarsela meglio, ma a seconda delle difficoltà e dei campi in cui queste si esplicano, possono distinguersi più leader, ciascuno più abile nel proprio campo. E’ forse in questo stadio che nasce l’istinto di solidarietà che darà all’uomo una caratteristica vincente, rispetto ad ogni altra specie, ma di questo parleremo dopo.
DAL NOME DI UNA CANZONE…
Tornando al nostro simbolico giorno, sempre a mezzogiorno incontriamo una simpatica signora di afarensis, che attende qualcosa appollaiata su uno dei pochi alberi della savana. Di questa gentildonna conosciamo pure il nome, gliel’abbiamo dato noi, ma per adesso cerchiamo di descrivere la sua faccenda che, per quanto simile a molte altre di quel tempo, avrà per noi un’importanza capitale. La signora, affamata e stanca, è forse stata attratta da qualcosa di davvero unico ed irresistibile, proprio come le nostre signore quando passano dalle vetrine dei negozi di scarpe. E proprio come le nostre belle signore, si è attardata ad osservare l’oggetto, probabilmente qualcosa di bello e dalla forma particolare (magari un fiore o un oggetto sbrilluccicante comparso dal terreno), tanto che ha perso la cognizione del tempo ed è rimasta sola, mentre il suo gruppo si è diretto verso il fiume per attraversarlo. Ai nostri tempi ciò non rappresenta un reale problema, alla donna che si fosse distratta basterebbe una telefonata al cellulare per ritrovarsi con chi ha perduto. Ma nell’africa di 4 milioni di anni orsono, le cose sono un tantino differenti e la comunicazione tra primati è ben lungi dall’affermarsi.
"SweetLa dolce afarensis attende appollaiata  che qualcuno passi; una cosa per lei è certa, se rimane sola è finita (e per noi sarebbe stato un danno incommensurabile). Ad un tratto all’orizzonde compare un gruppo di suoi simili, non è il suo, ma a lei serve un passaggio, sa che dopo il fiume avrà buone possibilità di ritrovare il suo gruppo, in caso contrario ha già adocchiato un bel ragazzo tra questi nuovi compagni. E questi non rifiutano la sua compagnia, in effetti la galanteria non fa difetto ai maschi del clan, le ragazze mugugnano ma un amica in più, con cui ciarlare, può venir sempre comoda, quindi l’accolgono. Per fortuna il gruppo si dirige proprio verso il fiume, dunque si parte, in formazione savana, verso il guado più facile. Purtroppo nei giorni precedenti è caduta molta pioggia ed i nostri amici, giunti all’attraversamento, apprendono una brutta sorpresa: in quel punto il fiume non è più guadabile, devono spostarsi più a sud nella speranza di trovare un altro guado prima di notte. La camminata si fa sempre più lunga e la nostra protagonista, già spossata dall’ansia d’aver perduto i suoi è all’estremo delle forze. E’ la più lenta e spesso rimane indietro. Finalmente un nuovo guado si presenta ai loro occhi, è un punto nuovo e sconosciuto per loro, non è perfetto, l’acqua è un pò più alta dell’ideale e c’è una non indifferente corrente, ma bisogna attraversarlo. Piano piano gli afarensis cominciano ad attraversare, da ultima la nostra gentildonna, che riesce appena a stare in piedi ed è lenta, tanto che ad un certo momento rimane sola, sfinita, nel fiume. Mentre gli altri attendono ecco che la giornata della signora prende una piega terribilmente drammatica: la corrente si fa improvvisamente più forte ed in corrispondenza di un piccolo vortice, la signora perde l’equilibrio e ne viene trascinata. La scena che si presenta agli occhi dei suoi nuovi compagni è terribile, le urla della femmina li lasciano atterriti, in breve comparirà la morte, presenza del resto così comune a quegli esseri tanto che, presto, riusciranno a dimenticare. Tuttavia, l’annegamento della signora è solo l’inizio di questa storia: il corpo si inabisserà e verrà ricoperto dalla sabbia. La sabbia formerà sul corpo una tomba perfetta ed inattaccabile, nessun batterio potrà decomporla e consumarla fino al nulla, solo l’acqua riesce a penetrare e mentre consuma la carne, la pelle e gli organi, ecco che porta via dalle ossa i minerali che le compongono sostituendoli con altri minerali; in un processo di milioni di anni, le ossa della signora si trasformeranno in pietra, divenendo fossili, giungendo così fino a noi il 30 novembre 1974, ad Afar, in Etiopia, dove Yves Coppens, Donald Johanson, Maurice Taïeb e Tom Gray li ritroveranno perfettamente conservati. I paleontologi daranno a quella donna il celebre nome di Lucy (per gli ignoranti dalla canzone Lucy in the sky with diamond).
Altri fossili di ominidi verranno trovati sparsi un pò ovunque nell’Africa orientale (particolarmente ricco è il sito degli "inghiottitoi" Sterkfontain in Sud Africa), ma nessuno sarà paragonabile, per completezza antichità e integrità, alla nostra Lucy, o quanto meno nessuno di questi prenderà il nome da una canzone dei Beatles.