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"AlinaLa regista dei documentari “Un’ora sola ti vorrei” e “Vogliamo anche le rose”, Alina Marazzi, ci accenna tre satelliti della sua vita: la famiglia, gli studi giovanili e la filmografia. Tutte irrinunciabili pennellate di uno stesso quadro.  

Sua madre, Liseli Hoepli, si suicida quando lei ha appena sette anni. Questa drammatica vicenda le lascia un vuoto nell’animo che riuscirà a colmare solo anni avanti. Alina, poi, da affermata film-maker, deciderà di raccontare tutto su sua madre nel film, commovente, “Un’ora sola ti vorrei”. Ci chiede di darle il “tu” mentre ci racconta le sue “rose”, ovvero le sue idee e i suoi ricordi – come fossero petali che isolati uno ad uno non permettono la normale composizione di quel nucleo di affetti ed esperienze – di cui la vita è ragion d’essere. 

E’ dolce e gentile la regista, da poco mamma per la seconda volta, con l’espressività dei suoi occhi e il fascino dei suoi atteggiamenti. Attraverso “Un’ora sola ti vorrei” indaga se stessa partendo dalla mappa di sua madre; in “Per sempre” osserva le donne che hanno preso la strada della clausura; in “Vogliamo anche le rose” si immerge ed analizza il plurimo significato di “corpo” e di “mente” delle donne del movimento femminista.  

I suoi documentari fungono anche da metodo introspettivo e da analisi sociale per raccontare una personale ma al tempo stesso collettiva dimensione ideologica in cui nodale di sicuro appare l’elemento temporale. 

Fin da giovanissima hai capito di voler fare cinema, così sei andata a studiare a Londra. Perché?

‹‹Nell’84, appena ventenne. Perché la mia famiglia, seppur disgregata, mi ha lasciata libera di valorizzare le mie risorse culturali. E’ stato formativo mettermi in gioco in un Paese in cui veniva dato valore al merito, e non all’appartenenza a famiglie o gruppi, alimentando in me un processo di autostima. Lì poi c’era un approccio di fare molto pragmatico che mi si addiceva››.  

Il tuo diario di viaggio, fino ad ora, lo potresti scandire in tre momenti importanti?

‹‹Non saprei. Non vorrei››.  

Dopo l’uscita del documentario “Un’ora sola ti vorrei”, vicino agli “anta”, hai avuto tua figlia Teresa. E’ stato un caso o il film ha rappresentato l’appagamento di qualcosa rimasto in sospeso, fungendo quasi da lasciapassare?

 ‹‹Nel caso si trovano delle letture: penso non fosse così casuale che la mia bambina sia arrivata dopo aver fatto quel film; dopo aver affrontato un lavoro molto lungo di introspezione: in qualche modo una resa dei conti con la mia storia, le mie origini, i miei ricordi. Di sicuro prima, inconsciamente, non mi sentivo pronta ad avere un figlio››.

 Non ti chiedo di tuo nonno, Ulrico Hoepli (figlio del fondatore dell’omonima casa editrice milanese, ndr), con cui tua mamma si scontrò tanto silenziosamente da ammalarsi di “sindrome depressiva di auto-svalutazione e di colpa”. Invece con tuo padre, Antonio, com’è stato il rapporto?

‹‹Mio padre si è comportato bene, come tutti i singoli che fanno da entrambi i genitori››.  

Se non avessi letto il diario di tua mamma ne avresti avuto la stessa idea?

‹‹Diciamo che prima non sapevo proprio nulla di lei e quindi leggere le sue cose mi ha permesso di conoscerla››. 

Credi nei metodi della psicoterapia?

‹‹Sì, trovando l’interlocutore giusto. Molti psicologi mi hanno detto che il film su mia madre è utilizzato in corsi di terapia, perché alcuni pazienti, identificandosi nella storia, per via di un trauma simile, hanno la speranza di superarlo come ho fatto io››. 

Si raggiunge mai, a tuo parere, una pienezza di vita?

‹‹Nell’adolescenza è giusto non si raggiunga perché si perderebbe la curiosità di sperimentare. Da adulti è bene alternare con equilibrio momenti di irrequietezza a momenti di tranquillità››. 

Una presenza importante è la tua amica, nonché montatrice, Ilaria Fraioli.

‹‹Montando la storia di mia madre Ilaria riusciva, quando era necessario, a riportarmi alla giusta distanza; quando occorreva ero io a farla infiltrare. E’ stato interessante inventare un linguaggio tutto nostro››.  

Cosa pensi piaccia di più nei tuoi film?

‹‹Forse, appunto, la prospettiva intimista, soggettiva…››. 

Con “Vogliamo anche le rose” si passa ad un racconto corale, un po’ un’esplosione dell’affermazione femminile collettiva. Da dove nasce l’esigenza di documentarlo?

‹‹Questo salto da un vissuto a diverse voci era nelle mie intenzioni sin dall’inizio, volendo raccontare il decennio degli anni ’70 e tutto quello che ne ha comportato il movimento femminista: un riconoscersi l’uno nell’altro››. 

In questo film, attraverso tre diari di vita – di Anita, Teresa e Valentina – parli in modo trasversale del movimento…

‹‹Infatti, nell’economia del racconto le ricerche sono incentrate non tanto sull’approfondimento del movimento del ’68 quanto sul trattare il primo momento di rottura con la generazione precedente (da parte delle donne e dei giovani in genere) e con gli schemi tradizionali per approdare al movimento femminista››.  

Ma la libertà oggi esiste, secondo te?

‹‹Diciamo che sicuramente oggi si può vivere in maniera più libera e disinvolta ciò che una volta si scontrava con le pressioni e le convenzioni sociali. Forse ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che le persone arrivino tutte a vivere in maniera armoniosa le loro relazioni››.