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"DeCento anni fa nasceva il Futurismo, il massimo contributo italiano alla avanguardie che rivoluzionarono, nel primo
Novecento, l’arte internazionale.
Apparve a Parigi il 20 febbraio del 1909, su «Le Figaro», il «manifesto» di fondazione, firmato dal poeta-scrittore Filippo Tommaso Marinetti. Annunziava che «la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità». Si sviluppò da lì una vicenda tumultuosa, appassionante e controversa. Esemplare dell’utopia modernista, e decisiva nell’intuire la rottura degli argini e degli schemi fra le arti, e fra l’arte e la vita nella società di massa e mediale.
Il movimento ebbe il suo primo fervido tempo sino alla prima guerra mondiale, protagonisti Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini. Del secondo futurismo negli anni Venti-Trenta, si vanno rivalutando pulsioni e premonizioni, con autori nuovi da Prampolini a Depero. Proprio la riapertura a Rovereto, domani 17 gennaio, della Casa che il geniale artista trentino aveva concepito come suo museo-laboratorio, segna l’inizio delle celebrazioni in Italia del centenario. Nella stessa giornata si apre nel Mart – il grande Museo di arte contemporanea sorto nella piccola città di Depero – la prima di tre mostre che compongono il programma «Futurismo 100» a cura di Ester Coen.
A quella di Rovereto, intitolata «Illuminazione» e aperta sino al 7 giugno, il Mart farà seguire «Astrazione» nel Museo
Correr di Venezia (5 giugno – 4 ottobre) e «Simultaneità» nel Palazzo Reale di Milano, dal 15 ottobre (sino al 29 gennaio 2010). Ma prima – dal prossimo 6 febbraio al 7 giugno – lo stesso Palazzo Reale ospiterà un’altra e più grande mostra, «Futurismo 1909-2009 – Velocità + Arte + Azione», promossa dal Comune di Milano e curata da Giovanni
Lista
e Ada Masoero, che promette una rivisitazione a tutto campo, con ben 400 pezzi. Segue a ruota, il 20 febbraio – la data del manifesto – un’altra retrospettiva a Roma nelle Scuderie del Quirinale (sino al 24 maggio).
Replicherà – con diversi cambiamenti – la rassegna ancora aperta (dall’ottobre scorso sino al 27 gennaio) a Parigi nel Centre Pompidou, e che dopo Roma andrà alla Tate Modern di Londra.
Anche la versione italiana («Futurismo Avanguardia Avanguardie») punterà sugli esordi «parigini» del movimento,
dal manifesto di Marinetti alla prima esposizione dei pittori italiani nella galleria Bernheim-June, 1912. Al centro, il
rapporto col Cubismo francese, giocato sul filo delle date (per le avanguardie, il primato nella innovazione
appariva fondamentale).
Le prime opere degli italiani (ma Severini viveva già a Parigi) staranno a confronto con quelle di Picasso e Braque, con i
quadri «orfici» di Delaunay, ma anche col «Nudo che scende le scale» di Duchamp.
Su tanti temi converrà tornare a mostre viste, smaltendo l’orgia delle inaugurazioni. Per fortuna, la matassa è un po’ meno
ingarbugliata di quanto appaia a primo botto. La mostra che si apre (domani) al Mart salta le premesse parigine, e si concentra su altri rapporti fondamentali che il Futurismo italiano intrattenne con l’Europa e gli Usa.
Con la Germania, dalla mostra a Berlino nel 1912 – cioè con gli espressionisti di Der Sturm, e con l’astrattismo di Kandinsky.
Di particolare interesse è il raffronto fra lo «Spirituale» del russo e gli «Stati d’animo» di Boccioni.
Ancor più importante è il dialogo con la Russia, dopo il famoso viaggio di Marinetti del 1914, sul quale è proposto un resoconto inedito.
Ritorna il nodo della imitazione-competizione fra i nostri e gli avanguardisti russi (Majakovski, Malevic, i «raggisti» del gruppo Larionov-Gonciarova). Vicenda intrigante anche sul piano politico, come intuì Gramsci. Perché utopie avanguardistiche affini si illusero di cavalcare rivoluzioni opposte, il fascismo e il comunismo. Con fallimenti diversi: Majakovski si uccise, Marinetti divenne Accademico d’Italia (sul fondatore del Futurismo un’altra mostra è in programma a Milano, nella Fondazione Stelline, dal 12 febbraio). Tante storie, nutrite di immagini
idee e passioni. Un secolo da rivisitare, se la retorica celebrativa e la voglia di rivincita revisionista
non devieranno il senso di rassegne che promettono serietà: nel solco di studi e mostre che da quarant’anni vanno
interrogando il fenomeno, dopo la damnatio memoriae del dopoguerra. È una indagine che non riguarda solo il passato. La crisi del modernismo aveva infatti portato alla ribalta l’antagonista italiano del futurismo, De Chirico e la sua metafisica.
Oggi – mentre persino il post-modern va in liquidazione – molte letture si riaprono. Scrissi l’anno corso di una mostra curata da Giacinto Di Pietrantonio per la Gamec di Bergamo, «Il futuro del futurismo». Proponeva dialoghi arditi fra opere futuriste ed esperienze contemporanee. Ci sarebbe materia di riflessione. A Lecce stanno tentando di varare una mostra – forse per l’autunno – sulle vivaci esperienze salentine. Altro, all’orizzonte, non appare.