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"Obama-McCain"Una settimana soltanto alle elezioni del comandante in capo, l’impero aspetta e noi, come provincia, attendiamo di capire se sia possibile fare quel passo avanti, al di fuori della crisi. In primo luogo è di natura economica la risposta che attendiamo, capire quali misure verranno adottate per riparare le falle del sistema, capire quale nuova etica verrà trasmessa agli operatori economici in sostituzione ai comandamenti Tatcheriani e Reganiani del "tutto è lecito per fare soldi", comandamenti che ci hanno portati ad un passo del tracollo.
 Attendiamo una risposta, ma da chi possiamo attenderci la più attendibile? Da una parte c’è un uomo reduce dal Vietnam, patriota, concreto e, scusate il termini, "cazzuto" come un vecchio Chuck Norris prestato alla politica per combattere mitra in pugno la crisi e i problemi del globo. A noi pare poco credibile la ricetta offerta McCain, anzitutto perché c’era anche lui in quella parte di America che ha deciso di intraprendere la strada della guerra, della speculazione economica, della frenesia finanziaria, della tutela a chi ha istituito i mutui subprime e ha sfruttato fino all’osso i creditori aumentanto di percentuali impressionanti il tasso di povertà e disoccupazione, ridotto nettamente le aspettative di vita dei cittadini americani. Ha fatto parte anche lui, e ne porta tuttora i colori, di quella stessa fazione che ha finora devoluto 700 miliardi di dollari per salvare le banche in difficoltà e non ha speso un centesimo per sostenere le famiglie indebitate, peccando non tanto di cinismo e arroganza, quanto di mancanza di realismo economico dimenticando che chi muove l’economia, chi ne determina il successo è la gran massa di consumatori: privandola dei mezzi per spendere è naturale che si precipiti nella crisi. E poi siamo stanchi di questi rambo dalle poche parole, dalle risposte/slogan, dagli appelli alla lotta armata, alla difesa dei presunti valori occidentali, mentre tutto attorno si decompone. E forse lo sono pure gli americani…
 E’ da spiegarsi così, quindi, il vantaggio che si suppone abbia chi è dall’altra parte, il candidato democratico Barak Obama, e difatti più credibili appaiono le sue risposte: l’attenzione spostata dalle banche alle classi medie, da una nuova guerra al ritiro dall’Iraq, dall’appoggio incondizionato agli operatori economici a regole più ferree per far ripartire l’economia favorendo l’occupazione e ridando fiducia agli americani. Un candidato che non può che rappresentare una soluzione alla continuità arrogante dei neo-con sommi responsabili della sciagura che incombe sulle nostre teste. Noi non volgiamo siano costoro a gestire la crisi, non riponiamo alcuna fiducia negli adepti della linea Bush-Cheney, non possiamo pensare che i responsabili della luttuosa politica estera americana restino lì, sulla loro sella come tanti Chuck Norris nelle praterie texane. Ma noi non siamo americani, e poco possiamo con la nostra opinione. La decisione spetta a loro, ai cittadini della provincia centrale dell’impero, per questo temiamo che alla fine, la loro voglia di cambiamento sia, come avvenuto quattro anni fa, inferiore agli egoismi personali, alla paura di cambiare e ai pregiudizi.
 Ebbene dopo ciò ribadire che non stiamo parlando di un popolo illuminato, parliamo di un popolo a maggioranza conservatrice, rurale, attaccata alle tradizioni e all’idea di un’america guida per il mondo. Sono i primi che hanno creduto, nel fondo delle loro anime, che fossero stati davvero mandati da Dio in terra per farsi garanti del mondo, per insegnare democrazia e civiltà. Profonda è la loro ferita per l’undici settembre, tanto profonda da renderli cechi di fronte alle mancanze dei governanti e dell’apparato difensivo nell’affrontare quell’attacco o prevenirlo, tanto profonda da sentire ancora la voglia di una vendetta e l’umiliazione dell’affronto. Una comunità mista, certo, ma ancora dominata dalla cultura e dall’influenza WASP (White anglo saxon protestant), dal fondamentalismo cristiano, da una malcelata intolleranza verso il diverso. Può questa america aver voglia di cambiare? In effetti è bastata la comparsa della Palin per risvegliare le simpatie di chi, probabilemente, ancora non ha accettato che un nero possa diventare Presidente. E’ bastata questa "donnetta", simbolo di un altro, ennesimo, sogno americano, guerrafondaia e antiabortista, fiero rappresentante di tutto quello che è l’orgoglio americano, per ridurre le distanze e mettere in discussione quella voglia di cambiare che l’america sembrava covare.
 Concludendo, la risposta che davvero attendiamo il prossimo 4 novembre è soprattutto quella alla domanda fatidica: può l’america cambiare se stessa?