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"Velo

Con la sentenza di ieri, la Corte Costituzionale turca sancisce e riafferma il divieto per le donne di indossare il velo islamico. La motivazione dell’alta Corte, garante della laicità dello stato fondato da Ataturk, è appunto quella di difendere la laicità dello stato da qualsiasi deriva religiosa o da qualsiasi integralismo. I commentatori più vicini al mondo laico turco (filo-occidentale per intenderci) definiscono la sentenza "il primo chiodo nella bara del partito di radici islamiche al governo Giustizia e Sviluppo (Akp), accusato dalle opposizioni di avere una "agenda segreta" per instaurare un sistema all’iraniana" (commento di Furio Morroni, ANSA).
Dunque anche in questo caso, un piccolo pezzo di stoffa diviene simbolo di una minaccia alla laicità e alla democrazia, imposto alle donne da una sotto-cultura oscurantista dominata dagli uomini che in tal modo controllano e strumentalizzano le proprie donne. Ma si può affermare senza tema di smentite che la scelta di indossare il velo sia solo il frutto di un obbligo da parte degli uomini per affermare i valori e le strategie dell’integralismo islamico? Soprattutto lo si può fare se le donne in questione sono universitarie o studentesse, ovvero notoriemente più emancipate (specie se inserite in contesti europei come la Francia ove il velo è proibito nei luoghi come la scuola dal 2004)? Spesso i fautori di queste proibizioni dimenticano di interpellare proprio le donne  nella costruzione delle donne. Come dice il giurista Silvio Ferrari, "la volontà femminile  no è presa in considerazione mentre si tenta di liberare le donne" (è il famoso e antico teorema secondo cui divieti e limiti all’autodeterminazione sono spacciati per misure atte a garantire la libertà dei soggetti interessati).
Dunque mettimiaci un attimo dalla parte di queste donne che scelgono il velo. Da diversi studi effettuati sulla questione (tra i quali citiamo per brevità quelli di Farhad Khosrokhavar, Zakya Daud, Abdelmalek Sayad; raccolti in "La guerra dei simboli", Annamaria Rivera, edizioni Dedalo – Bari 2005) risulta che la scelta del velo di alcune donne appartenenti a minoranze di religione islamica in occidente è: un segno di emancipazione delle nuove generazioni dalle passate, quest’ultime accusate dalle nuove di mimetizzarsi con i costumi locali; una forma di negoziazione tra le giovani e i propri genitori (del tipo "puoi stare fuori a patto che metti il velo); il segno all’adesione ad una tradizione "reinventata" (N.b.) a cui ancorarsi per sfuggire all’indifferenza della società globale; il modo più concreto per far risaltare la propria individualità. All’esterno dell’ occidente (perché la Turchia si può dire ancor oggi esterna all’occidente), il velo risulta da una libera scelta nei paesi come la Turchia o il Marocco, mentre a Giava, da uno studio di Suzanne Brenner, risulta che le donne che indossano il velo siano tutte donne emancipate e occupanti posizioni sociali molto elevate; in Maghreb, il velo è perfino ostentato come stendardo per occupare spazio sociale  e politico. Naturalmente bisogna fare le dovute eccezioni, difatti non possiamo dimenticare il caso iraniano, né quello delle cosiddete tribù (definizione strumentale ed artefatta, come già detto in precedenti occasioni)  afgane, ove la donna è di fatto costretta ad indossare il velo. Nè bisogna dimenticare la distinzione tra velo usato come costume (e in questi casi non vi è consapevolezza né volontà di significare) o come simbolo.
Ora è il caso di porci un altra domanda, perché tali proibiozioni e , in particolare quella del velo, fanno tanto rumore nei dibattiti pubblici? Per quale motivo questo piccolo pezzo di stoffa è così "feticizzato" nel dibattito occidentale o in quello dei paesi che aspirano ad occidentalizzarsi?
"Il velo, evoca e esorcizza la crisi del processo d’integrazione dell’altro e di egualitarizzazione fra i sessi, inducendo la società a una sostituzione dei problemi reali sociali non risolti con questo che non è altro che un capo di abbigliamento" (Annamaria Rivera). Farhad Khosrokhavar sostiene che le polemiche sul velo sono un "esorcismo" che ha la funzione di rassicurare la coscienza nazionale, presunta omogenea e uniforme, in un momento in cui la società francese (l’autore parla della società francese in relazione al dibattito sulla legge proibizionista del 15 marzo 2004, ma pò essere estesa alla società europea) ha perso la capacità di integrare ed insieme la sua identità.
La giusitficazione ufficiale di tali proibizioni parla di difendere la laicità, ma la laicità non è forse offrire la garanzia di raggiungere la libertà di pensiero? Oggetti e costumi così stigmatizzati rischiano di divenire strumenti ideologici per fomentare la separazione, la ghettizzazione e quindi quello che molti politoligi amano definire lo "scontro di civiltà".
Del resto viviamo in una società ove la laicità appare sempre più come un puro principio, nel corso della nostra esistenza conviviamo con i simboli della cristianità, il nostro calendario è scandito dalle festività cattoliche, tanto da assumere naturalmetne l’idea che il cattolicesimo sia persino più tollerante di altre religioni, quando questa tolleranza si deve piuttosto ad altre conquiste del pensiero affatto lontane dal pensiero religioso, quando lo stesso islam, ai tempi del suo splendore, si è spesso dimostrato più tollerante della cristianità (vedi L’antropologia del medioevo arabo).
A chiosa di questo articolo le dichiarazioni del nostro presidente del consiglio alla vigilia dell’incontro di oggi con il papa: "La Chiesa rappresenta una ricchezza per lo Stato. E lo Stato, volendo essere e restare laico, deve fuggire dal pericolo di diventare ideologico, settario e alla fine totalitario. Il dialogo è assolutamente positivo perché risiede nella natura della società". Perché il dialogo con la chiesa è dunque positivo, perché non potrebbe esserlo anche quello con l’islam o con l’ebraismo? Perché il modello cristiano può essere assunto come riferimento ad uno sviluppo civile (vedi dibattito sulle origini cristiane dell’ Europa) mentre gli altri modelli religiosi sono per forza di cose minaccia alla laicità?
Concludiamo dicendo che in Italia non è proibito esibire simoli religiosi, tuttavia in molti casi tale capo ha creato non pochi problemi ed in certe città del nord si è tentato di rispolverare una antica legge fascista, che impediva a chicchessia di coprisi il volto onde non essere identificato, per portare il divieto anche sulle nostre strade.