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Certo che lo so, non crediate di fare i furbi. A leggere la parola "ebrei" avete drizzato, per così dire, le orecchie (sarebbe meglio dire gli occhi) e vi siete detti: ecco un altro bel caso di discriminazione razziale con cui alimentare la nostra indignazione: chi sarà stato stavolta, la destra extra-parlamentare (e in questo caso ne son rimasti davvero in pochi,"extra") o la lega del tavoliere? Dispiace deludervi, non si tratta di questo, ma di uno strano caso appunto, di un caso etnografico e della sua analisi etnologica nel contesto di un discorso sulla costruzione dell’identità!
Ecco ci risiamo, Lsd torna a raccontarcele sull’identità! E del resto cosa volete, ciascuno c’ha la sua "missione" e noi abbiamo la nostra, farvi conoscere con quali modalità il "noi" si rappresenta nei confronti delgi "altri", come queste siano invenzioni efficaci e come tali impiegata al servizio di strategie di conflitto e non nella difesa di una presunta origine comune o di una cultura minacciata. Insomma, quello che vogliamo dimostare con questo articolo è (sulla scia dei precedenti sul medioevo arabo e sull’invenzione dell’identità etnica della Lega), fra le altre cose, l’importanza del tema dell’ "altro" in una società in cui il pensiero dominante occidentale cerca d’imporsi sul non-occidentale, interno ed esterno (identificato a sua volta con un improbabile mondo musulmano), sbandierando i valori di una identità occidentale superiore (reputata universale, laica e di origini cristiane) che, lo ripeteremo fino alla nausea, non esiste nella realtà naturale! Il nostro scopo è dichiarare che non si tratta di una battaglia per la difesa di alcunché ma di una mera aggressione verso l’altro, il diverso, l’alternativo.
Ma il caso degli ebrei di San Nicandro, per quanto esemplare di questa tanto vituperata invenzione, è anche un caso che desta una certa curiosità nella sua stranezza e forse una certa simpatia. Avvalendoci del lavoro dell’etnologa Elena Cassin (1957) e dell’analisi dell’antropologo Ugo Fabietti ("L’identità etnica", edizioni Cacucci – Bari 2003) addentriamoci pure nella sua esposizione.

Poco dopo il 1930 nella cittadina del Gargano, un gruppo di contadini e artigiani si convertì alla religione ebraica. Ad ispirare questa improvvisa conversione fu un giovane, Donato Manduzio. Chi era costui? Manduzio era un giovane che, tornato dalla guerra sapendo appena scrivere e leggere, aveva letto la Bibbia scoprendo la "vera" religione.
La Puglia, allora come sempre, è stata luogo di una particocolare effervescenza religiosa (Cassin 1957). Movimenti  e culti si sono susseguiti e radicati nel territorio dal medioevo in avanti, conventi e santuari sono sorti a seguito della cristianizzazione di luoghi di culto pagani (S. Antangelo, Montevergine, S. Maria a Pulsano ecc…). Negli ultimi centocinquant’anni poi, il Gargano è stato caratterizzato, insieme ad altre zone della Puglia, da movimenti dissidenti cristiani, quali pentecostali, evangelici, e avventisti. Secondo l’etnologa, tale diffusione di dissidenze si deve alla frattura tra ceto popolare e gli esponenti del clero cattolico, nonché all’incomprensione della chiesa di Roma rispetto al sostrato arcaico dei culti locali. Dunque il caso Manduzio, non è un caso isolato. Tuttavia insolito per la sua conversione proprio all’ebraismo (Fabietti).
Cominciamo con il dire che, quando Manduzio promosse e costituì il suo gruppo, egli non sapeva esistessero altri ebrei sulla terra!  Lo scoprì per caso, e tentò di far riconoscere il suo gruppo, dalla comunità rabbinica di Roma, come "ebrei per razza". La religione ebraica non prevede conversioni, l’unico modo per un individuo di accedervi sono i legami bilologici o di parentela. Perciò, pur aiutando Manduzio nel meglio definire i suoi culti, la risposta dei rabbini romani fu negativa. L’ebreo pugliese non si arrese, e non fu una scelta da poco visto l’imperversare delle leggi raziali nello stato fascista. Egli, mantenne fermamente le sue intenzioni, tanto per dimostrare l’atavica avversione del popolo del Mezzogiorno nei confronti di un potere centrale allora rappresentato dal fascismo. Finché , nel 1943, non ci fu la svolta.
Giunsero gli alleati e, nella fattispecie, un gruppo di ebrei palestinesi inquadrati nell’Armanta britannica. Con la loro jeep marchiata da una stella di David, si trovarono a passare proprio da San Nicandro, entrando a contatto con la comunità ebraica autoctona. Da quel momento molti dei sannicandresi convertiti concepirono, sollecitati dai palestinesi,  l’idea di trasferirsi in "terra promessa". Manduzio vi si oppose sin da subito, egli voleva diffondere l’ebraismo all’intero Gargano, in quanto si sentiva designato da Dio nel compimento di questa missione. Alla fine, però, la maggior parte di loro emigrò verso la terra dei padri Abramo, Isacco e Israele.  In Puglia vi rimase Manduzio e pochi altri, e dopo la morte dell’ispiratore di questa strana comunità, si compì un vero e proprio esodo biblico.
Dovevano un pò sembrare come gli ebrei di Train de vie, scanzonati e inconsapevoli, questo gruppo di neo ebrei che si installava nel nord di Israele, la differenza era che non dovevano travestirsi da tedeschi per salvarsi la vita, come nel film (Train de vie appunto), ma da israeliani e quello che dovevano salvare era l’identità acquisita per opera del profeta Manduzio. E quale maniera migliore per salvare un’identità se non quella di reinventarla agendo sulla memoria (in questo caso etnica)? Così l’intera vicenda si trasfigurò col passare delle generazioni.
I sannicandresi di prima generazione giunti in terra santa, erano certo consapevoli della loro genesi e della tensione interna al loro gruppo, al momento della partenza, per l’opposizione di Manduzio, ma i loro nipoti, invece ne conoscono una versione al quanto diversa, una versione decisamente più biblica: Manduzio è il profeta a cui Dio addita la terra promessa, Israele. Proprio come Mosé, sarà destinato a non vederla mai e sepolto in un punto elevato dal quale questa è idealmente visibile. In pratica, i giovani discendenti di quel gruppetto di ebrei pugliesi, sa di essere "ebreo da sempre", di esserlo stato anche prima dell’arrivo del loro profeta, e questi, in quanto profeta, ha avuto appunto da Dio il compito di rivelarlo per poi sacrificarsi rimanendo in Italia.

"Mosé"

Per dirlo con le parole della Cassin:
"Sei settimane prima che partissero [Manduzio] ebbe una visione della terra di Nephtali[terra dell’abbondanza], delle sue montagne, delle valli e dei campi senza padrone […] Ordinò loro di fare tutte queste cose, ma aggiunse che lui non li avrebbe accompagnati nel viaggio. E così, due settimane prima dell’imbarco, li chiamò ancora tutti insieme e ingiunse di distruggere dopo la sua morte tutti i suoi ricordi senza conservare alcuna immagine. […] Dovevano seppellirlo su punto più alto della collina di San Nicandro, di fronte al sol levante: uno stemma di David in legno doveva essere l’unica insegna su quella tomba senza nome […]. Queste furono le sue ultime volontà." (cit. Cassin, 1995, p. 87; Fabietti, 2003, p.70)
Come potete facilmente notare nulla di quanto fa parte di questa descrizione è vero! Eppure, se andassimo a cercare i discendenti di questo mitico gruppo potremmo forse affermare che costoro non sono ebrei? Si comportano come tali, praticano i culti ebraici, onorano le feste ebraiche, parlano la stessa lingua (con un certo accento del nord Israele) e si fanno circoncidere. Per loro, la loro origine sta nella rivelazione di un profeta: sono ebrei da sempre! Noi sappiamo che sono tali perché hanno voluto esserlo contribuendo a mostrare quanto poco le qualificazioni culturali ed etniche dell’identità siano attinenti alla realtà.

Dunque vi invitiamo ancora una volta a riflettere: siete certi che coloro che ci spingono ad una battaglia di civiltà, nell’affermare la superiorità della nostra identità, della nostra cultura, del nostro modo di vedere le cose "alla" occidentale, stiano effettivamente difendendo qualcosa che esiste realmente? E non stiano, piùttosto, tentando di coinvolgerci nella loro battaglia per difendere un primato tanto politico quanto economico? Siamo certi di essere così occidentali da non comprendere l’altro?
Mi preme concludere dicendo che comprendere l’altro non significa accettare le pratiche disumane e avvilenti in seno alle altre società (come alla nostra) ma bensì capire la natura di ogni pratica culturale (buona o cattiva, ammesso che così le si possa definire) in modo da non incorrere nella discriminazione e nel pregiudizio, in modo da non combattere battaglie che non ci appartengono, non ci difiniscono nella nostra vera e universale essenza: quella che attiene alla nostra umanità.