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“L’orizzonte degli eventi”, il nuovo libro di Cristò (Il Grillo editore)

24 Set 2011 | Nessun Commento | 3.068 Visite
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libroPenso che il segreto de “L’orizzonte degli eventi” (Il Grillo editore), il nuovo libro di Cristò uscito lo scorso giugno, stia in quella che André Gide chiamava la mise en abîme, raffinato artificio letterario con cui l’autore confonde il lettore portandolo, ignaro, da una dimensione all’altra del tempo e dello spazio, come in un gioco di specchi frontali: ogni storia sta dentro un’altra storia, che a sua volta è contenuta in un’altra storia successiva oppure precedente, e così via. Cristò si serve con acume e originalità di questa stessa tecnica, raccontandoci nel suo breve romanzo due storie che si confondono, poiché una sta dentro l’altra, ma potrebbe anche contenerla. E sembra, nell’ossessivo gioco che l’agente editoriale Davide fa con il fazzoletto di Caterina e la tovaglia, annunciarsi proprio questo ammaliante movimento di profondità sovrapponibili: “Davide entra e si siede ancora di fronte a lei. Riprende il fazzoletto con cui si era asciugata le lacrime e lo apre completamente sulla tovaglia. Ricomincia a sistemarlo in modo che combaci e sparisca nel disegno a rombi. […] Spera di avere l’illusione che il tovagliolo sparisca. Lo fa per questo, inconsciamente”.
Ne “L’orizzonte degli eventi”, si diceva, vengono raccontate due storie, la prima delle quali è una rielaborazione (i nomi vengono italianizzati) del rapporto tra John Barth e David Forster Wallace. Giovanni Bartolomeo è infatti un famoso scrittore che una malattia simile all’Alzheimer condanna a non ricordare nemmeno il romanzo che lo ha reso famoso, anzi a leggerne sempre le prime pagine disprezzandolo perentoriamente (si spiega così la frase sulla fascetta del volume). Nella casa in cui egli vive ormai recluso, il suo agente Davide e sua figlia lo accompagnano in questa esasperante esplorazione del buio, che tuttavia si arricchisce di improvvisi attimi di lucidità, soprattutto quando egli viene indotto a continuare il romanzo dal punto in cui lo aveva interrotto, spezzando brevemente la catena che lo condanna a un perpetuo, improduttivo inizio delle cose: “Se ogni volta che lo chiude ricomincia a leggerlo dall’inizio non lo finirà mai”. La seconda storia è proprio il suo libro, un romanzo di cui ci vengono proposti gli stralci che lo stesso Giovanni legge, e che parla dell’adolescenza di Donatello, un ragazzo con il dono della scrittura che potrebbe essere sia l’autore del volume che quello del libro. Ecco la mise en abîme: Cristò scrive un libro su un uomo che ha scritto un libro su un ragazzo che “scopre il piacere di parlare attraverso metafore”, quindi scrive un libro. Tutti possono essere autori di tutti quanti e non a caso a questa intricata struttura narrativa fa eco una citazione dei Sei personaggi in cerca d’autore. Ce lo dice anche lo stesso Giovanni, che per spiegare cosa sia la narrativa rispetto alla realtà, usa con un interlocutore casuale di una libreria queste precise parole: “è un gioco di scatole nelle scatole, di storie nelle storie. La narrativa è una finzione realistica che serve a parlare della realtà”. I volti di un’opera letteraria, ci sta dicendo Cristò, non sono creature immobili e dipendenti, ma vivono di vita propria, hanno autonomia, autocoscienza, possono influenzare l’autore fino a trasformarlo in personaggio, oppure essi stessi uscire dall’opera e diventare vivi, come scatole che escono da altre scatole e si aprono per contenere quelle da cui escono: sembrano risuonare, in questa affascinante teoria, sia il monito del protagonista delle Memorie dal sottosuolo, che di sé sa già tutto e non ha bisogno di nessun autore per far valere la propria identità, sia il vero John Barth, che nel suo romanzo Lettere (1979) immaginò di interagire con i propri personaggi. E Donatello lo dice chiaramente: “Io dico che l’autore ha la responsabilità di dare vita a delle creature reali”. Per quasi tutto il romanzo di Cristò, non abbiamo certezza che sia la storia di Giovanni Bartolomeo a contenere quella di Donatello, che una sia più realtà e una più fantasia, ma vi sono continui rimandi a questa misteriosa duplicità, non ultimo il fatto che lo stesso Donatello ritiene che il tempo possa scorrere in modi diversi nella veglia e nel sonno: “Aveva anche immaginato un esperimento: filmare l’orologio appeso nella sua camera per un’ora mentre era sveglio e poi filmarlo per un’ora, di notte, mentre dormiva. Poi guardare i due filmati contemporaneamente per vedere se le due lancette continuassero a girare alla stessa velocità”. Preziosi indizi seminati per tutto il testo e costruiti su un’opposizione tra stasi orizzontale e movimento verticale ci consentono poi di discernere il mondo immobile e patologico del vecchio protagonista, chiuso in una circolarità perpetua dove solo i gesti consueti gli danno sicurezza (“questo lo tranquillizza”), e quello più dinamico e fantasioso di Donatello, dove tutto si muove in continua evoluzione. Qui lo stile di Cristò si precisa e si definisce con grande personalità. Così, mentre il mondo di Giovanni Bartolomeo è visto come stagnante orizzontalità del presente, quello di Donatello matura nel fascino della verticalità, attraverso cui egli vede il passato e il futuro (“sapeva che sarebbe diventato un uomo, che avrebbe avuto una casa sua”), interpreta le proprie esperienze iniziatiche (l’erezione provocatagli dal bacio di Betta) e costruisce le proprie metafore (ad esempio quella dell’aquila) e fantasie, come quella di immaginare il palazzo che sprofonda mentre lui sale in ascensore. Alla fine, proprio alla fine di questo viaggio, scopriamo chi è il vero scrittore e chi il personaggio, ma la soglia tra l’uno e l’altro è un varco troppo largo perché l’interpretazione possibile sia una sola: ebbene, l’orizzonte degli eventi resta indeterminato per il lettore di Cristò.

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