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Woman to woman: il jazz al femminile illumina il Petruzzelli di Bari

12 lug 2017 | Nessun Comento | 223 Visite
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cecileNel jazz tutti vogliono suonare in modo differente. Devi imparare ad ascoltare modi diversi di fare le cose. E siccome suoni con gli altri, devi accordarti. Ed è quando sei a tempo che sai quando startene quieto e quando essere assertivo. Sai stabilire quando il tuo suono è la risposta a quello dell’altro e quando far partire l’invenzione.(Winton Marsalis).

Il Festival Metropolitano Bari in Jazz non ha certo bisogno di presentazioni; giunto ormai alla sua tredicesima edizione, forte della rilevanza e dello spessore guadagnati sul campo e di un manifesto dinamismo culturale, propone sempre appuntamenti di altissimo prestigio, pur avendo, col tempo, superato le iniziali dichiarazioni d’intenti incastonate nel nome che si è dato. Nel cartellone 2017 brillava, a nostro modesto parere, di luce accecante l’evento, organizzato dall’Associazione Abusuan e dall’Associazione Murattiano, in collaborazione con Bass Culture Srl e Stati Generali delle Donne, denominato “Woman to woman”, l’ambizioso progetto che riunisce in una sola formazione ben sette stelle di primissima grandezza del jazz al femminile mondiale. Sul palco del Teatro Petruzzelli di Bari, inserito tra le prestigiose tappe, tra cui Perugia e Parigi, toccate dalla tournée, si sono dati battaglia il pianoforte della canadese Renee Rosnes (nei panni anche di direttrice ed arrangiatrice), il clarinetto della israeliana Anat Cohen (sorella del magnifico e più affermato trombettista Avishai, ascoltato di recente a Bari), il sax tenore della cilena Melissa Aldana, la tromba della canadese Ingrid Jensen, il contrabbasso della giapponese Noriko Ueda, la batteria della californiana Sylvia Cuenca e, dulcis in fundo, la voce della statunitense Cécile McLorin Salvant, le quali, pur avendo tutte all’attivo progetti solistici e, addirittura, formazioni a proprio nome (davvero strabiliante in tal senso, tra gli altri, il quartetto della Cohen), trovano modo e tempo per dare vita a questo piacevole intermezzo comunitario. Ed invero, anche a giudicare dai volti delle artiste durante la performance, non crediamo che, nelle intenzioni, il progetto vada al di là di un incantevole divertissement, che di certo delizia i padiglioni auricolari degli ascoltatori ma nulla aggiunge al tanto jazz già suonato ed alle innumerevoli versioni già ascoltate degli standard affrontati. Insomma, non possiamo non affermare che, preventivamente, ci saremmo aspettati un po’ di più dalla band, soprattutto in coraggio, in voglia di tentare, in desiderio di cercare nuove vie, di lasciarsi andare allo sturm und drang che il vigore, la giovane età e la bravura delle forze in campo promettevano; invece quel che abbiamo sentito è stato dettato da molta tecnica e poco cuore, ma anche (e questo forse è il dettaglio più grave della serata) da uno scarso interplay tra le musiciste, contravvenendo ai dettami dell’ottimo Marsalis riportati in apertura di articolo. In tale contesto, erano le incursioni soliste a dare maggiori brividi e a donare i momenti più esaltanti della serata, che – diciamolo con assoluta chiarezza – non sono affatto mancati, anzi proliferavano soprattutto nella seconda parte del set, con vere ovazioni per la Cohen e, soprattutto, per la Aldana, protagonista assoluta di un’ottima versione del capolavoro monkiano “Ask me now”, tra i momenti migliori del concerto. Un discorso a parte merita la splendida voce di Cécile: la sua performance, nonostante fosse visibilmente funestata da una fastidiosissima tosse, è stata ancora una volta eccelsa, ci ha nuovamente conquistati, come nel concerto tenuto nel marzo dell’anno scorso (era accompagnata dalla Rosnes anche in quell’occasione) al Teatro Forma di Bari per le belle menti del Nel gioco del jazz, ed oggi ci spinge a rinnovare gli ingombranti confronti con la divina Ella Fitzgerald, la sublime Sarah Vaughan e finanche con l’irraggiungibileBillie Holiday. La porteriana “Easy to love”, I didn’t know what time it was” di Rodgers ed Hart, e “The Peacocks”, composta da Jimmie Rowles per l’omonimo album capolavoro registrato con Stan Getz, sono solo alcune delle gemme che colmano il forziere della McLorin Salvant e che, estratte per l’occasione, ci riconsegnavano la assoluta perfezione del canto jazz e blues. E quando, proprio nell’ultimo bis, Cécile affrontava la splendida “Retrato em branco e preto” di Tom Jobim, uno dei brani preferiti in assoluto da chi scrive, non abbiamo potuto non credere di essere in presenza di un dono assoluto ricevuto da uno (se non “dal”) più grande talento mondiale di questi tempi bui che ci è stato dato in sorte di vivere. A proposito di tempi bui, consentiteci, in finale di scritto, di dolerci dei tanti posti vuoti nel nostro Politeama: un concerto di tale portata, che ha fatto addirittura concorrenza al titolato Umbria Jazz, avrebbe dovuto far accorrere folle oceaniche, soprattutto a seguito delle tante polemiche che si sono levate sulla scarsità di eventi culturali estivi nel nostro accaldato capoluogo, diatriba che ha del giusto (ammettiamolo) ma che resta assolutamente sterile se non si premiano quanti, pubblici o privati, cercano, al contrario, di operare per il meglio anche in tempi – per i più – di vacche magre; invece, ancora una volta, chi non c’era ha perso l’occasione di ascoltare ottima musica.

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