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“Uno, nessuno e centomila”: l’ipnotico ritorno al teatro Abeliano di Enrico Lo Verso

11 apr 2017 | Nessun Commento | 563 Visite
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lovcersoIl Teatro non è archeologia. Il non rimettere le mani nelle opere antiche, per aggiornarle e renderle adatte a nuovo spettacolo, significa incuria, non già scrupolo degno di rispetto. Il Teatro vuole questi rimaneggiamenti, e se n’è giovato incessantemente, in tutte le epoche ch’era più vivo. Il testo resta integro per chi se lo vorrà rileggere in casa, per sua cultura; chi vorrà divertircisi, andrà a teatro, dove gli sarà ripresentato mondo di tutte le parti vizze, rinnovato nelle espressioni non più correnti, riadattato ai gusti dell’oggi. E perché questo è legittimo? Perché l’opera d’arte, in teatro, non è più il lavoro di uno scrittore, che si può sempre del resto in altro modo salvaguardare, ma un atto di vita da creare, momento per momento, sulla scena, col concorso del pubblico, che deve bearsene.”

Forse sbagliamo, ma siamo portati a credere fermamente che Alessandra Pizzi ed Enrico Lo Verso abbiano mandato a memoria, ispirandovisi, queste parole del sommo Luigi Pirandello prima di affrontare la riscrittura e la regia – per la prima – e l’interpretazione – per il secondo – dello spettacolo teatrale tratto dall’ultimo romanzo del Maestro, “il più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita” come egli stesso definì “Uno, nessuno e centomila”. In effetti, l’operazione aveva moltissime insidie ed il solo pensiero di mettere in scena l’opera monumentale, inizialmente pubblicata nel 1925, dopo ben sedici anni di gestazione, a puntate nella rivista “La fiera letteraria” e poi l’anno successivo in volume, poteva far tremare i polsi; ed, in effetti, non deve essere stato facile entrare nei solchi del pensiero pirandelliano attraverso la sua opera più complessa, la summa definitiva di tutta la sua concezione di vita, di quella personalissima quanto geniale analisi, partita da molto lontano e poi mai abbandonata e richiamata in ogni testo, che vuole “la realtà in perpetuo movimento, in eterno divenire, in incessante trasformazione da uno stato all’altro”, con l’essere umano che, staccatosi da questo flusso in un impeto di folle individualismo, si condanna ad assumere una forma, un’immagine, a diventare un manichino (“Pupi siamo! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Ognuno poi si fa pupo per conto suo: quel pupo che può essere o che si crede d’essere” diceva già ne “Il berretto a sonagli”), sino a costringersi ad indossare prima la maschera con cui si presenta a se stesso, e poi migliaia di maschere corrispondenti alle infinite visioni che gli altri hanno di uno stesso uomo che, pertanto, perde la sua individualità diventando, da “uno”, “centomila” e, quindi, “nessuno”. Per spiegarci meglio, permetteteci di ricorrere a quanto magnificamente affermava il Maestro Giorgio Gaber nel suo album “Anche per oggi non si vola”: “Anch’io, ogni volta che mi incontro con qualcuno, tac, avverto subito, da parte di chi mi guarda, una percezione che mi viene ributtata addosso, e sapendo di essere percepito così, e magari anche accettato, non posso più stravolgere l’idea che si sono fatti di me. Guai a presentarsi, guai a raccontare la propria storia personale, sei bloccato. Cambiare diventa difficilissimo. Si potrebbe quasi dire, che è impossibile sfuggire al destino di essere congelati nei pensieri degli altri”. Non accettare questa verità inconfutabile o addirittura tentare di superarla in piena coscienza ed autonomia, non può, per Pirandello, che condurre alla follia, iperbole definitiva che viene tracciata, particolareggiata ed, infine, percorsa dal protagonista del romanzo, Vitangelo Moscarda, uomo che vive la sua vita di agio ed ozio grazie al lascito ereditario del padre che gli ha intestato una banca, inconsapevole dei suoi infiniti “io”, fino a quando una semplice – e se vogliamo stupida – osservazione della moglie sul suo naso (“ma sí, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra”) non lo costringerà a ripensare a se stesso e, soprattutto, all’immagine che hanno di lui gli altri. Scoprire “chi è veramente Vitangelo Moscarda” sarà da quel momento l’unico scopo della sua esistenza: nel tentativo di comprendere, cambierà vita, rinunciando ai facili guadagni della sua banca, costruiti sull’infelicità altrui, e finanche all’amore della giovane moglie ed alla compagnia della signorina Anna Rosa, che ha per il nostro eroe sentimenti di attrazione e di terrore nel medesimo istante; eppure tale trasformazione non sembra dettata da un desiderio di salvifico miglioramento, di purezza spirituale, bensì – semmai – dalla necessità di confondere, sbalordire, scioccare e – perchè no – traumatizzare il prossimo, nell’incessante tentativo di non farsi mai trovare dove gli altri credono tu sia, accelerando in curva al solo scopo di far perdere le proprie tracce, vivendo appieno ogni istante della vita, senza schemi e senza alcuna soluzione di continuità, rinunciando persino al proprio nome per rinascere continuamente a se stessi.

La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola, domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo. E l’aria è nuova. E tutto, attimo per attimo, è com’è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere piú nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Cosí soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo.”: sono queste le ultime parole di uno dei capolavori assoluti della letteratura di tutti i tempi (mentre quel “sono figlio del Caos” che, perfettamente in linea con la pièce, appare infine sul grande schermo alle spalle dell’attore è un frammento dell’autobiografia dettata all’amico Pio Spezi, in cui il Maestro alludeva alla rustica casa, denominata “il Caos”, nella campagna intorno ad Agrigento dove era nato), parole che scandagliano la nostra coscienza mettendoci di fronte agli specchi deformanti della nostra stessa esistenza, di quella tanto rassicurante quanto falsa immagine che abbiamo eletto a nostra realtà, temi a noi cari che oggi ci sono stati magistralmente riproposti dal lavoro di cesello della Pizzi, reso indimenticabile dalla sublime interpretazione di Lo Verso, tornato al teatro dopo dieci anni per questa titanica quanto vittoriosa tenzone ingaggiata con gli spettatori, che affronta in totale solitudine, nudo, seppur vestito di un camicione bianco (profezia della camicia di forza?), rinunciando ad orpelli e diavolerie, padrone “solo” della sua voce, della sua espressività, della sua immensa Arte. L’attore palermitano, permettendosi il lusso di poter essere davvero ogni sera uno, centomila o nessuno, potendo mutare a suo piacimento le corde da toccare nel rapporto empatico con la sala,ci restituisce compiutamente la figura di Vitangelo Moscarda, che si staglia come uno dei maggiori rivoluzionari non solo tra i personaggi pirandelliani ma della stessa storia dell’umanità, un eroe dei nostri tempi, attualissimo, perfetta icona di quanti decidono ancora oggi di votarsi alla resistenza, al rigore, al coraggio, rifiutando decisamente di sottostare all’altrui idea di libertà, non riuscendo ad adattarsi alla vita che, convenzionalmente, crediamo di aver potuto scegliere, ma che, invece, abbiamo ricevuto in sorte; ed il merito di questa impressione di contemporaneità, di vicinanza, di somiglianza quasi, con Moscarda si deve soprattutto alla perfetta prova d’attore di Enrico Lo Verso, incondizionatamente ipnotica pur nella sua studiata naturalezza e sincerità, sottilmente ironica ed autoironica, di straordinaria presa sul pubblico che ha affollato ed affolla ogni tappa della lunga tournée, come accaduto a Bari con ben cinque sold out del Teatro Abeliano in soli due giorni, meritatissima accoglienza che lo ha addirittura spinto ad affermare, davanti a quanti lo salutavano al termine di una delle repliche baresi, di voler restare in pianta stabile nel capoluogo pugliese. La prendiamo come una promessa, caro Enrico; vigileremo che vi tenga fede.

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