Di: Antonio Sasso
Università, studenti come prodotti diversificati
Lo studente che dovesse incautamente iscriversi oggi ad uno dei tanti corsi di laurea delle facoltà italiane si troverebbe di fronte all’amara e quasi amletica questione: passare gli esami o tentare di capirci qualcosa? Studiare quanto basta o cercare di formarsi nella maniera migliore?
Il sistema universitario italiano fornisce al dilemma due strade: fare in fretta gli esami e laurearsi in vista degli altrettanto vertiginosi ritmi della specialistica, oppure prendersi il tempo che effettivamente ci vuole e pagare un mucchio di soldi in tasse. Un corso di laurea triennale consta di un curriculum di 28-29 esami di media che, divisi in tre anni, senza considerare la tesi, fanno almeno otto esami l’anno. Cosa ne consegue? Programmi ridotti, ore di studio ridotte, formazione minima e spesso insufficiente. Ciò implica, che non c’è tempo per interessarsi davvero alle materie studiate, per amarle, per carpirne la vera essenza, ma solo per prepararsi il necessario a non fare scena muta dinnanzi al professore di turno. Ci si può al massimo dedicare con coscienza ad una materia, approfondirne gli aspetti e dunque specializzarsi in questo o quel ramo. Non si può davvero aspirare ad una cultura universale o meglio universitaria.
E’ ovvio che nessuno può davvero sapere tutto di tutto e nemmeno della facoltà prescelta, ma ciò a cui si assiste è una troppo profonda specializzazione. Il sistema universitario italiano ci diversifica, secondo una delle più efficaci leggi del mercato moderno: diversificare i prodotti per vendere meglio e di più, diversificare le attività per creare nuovi spazi di mercato. Ed è questo che siamo anche noi studenti: prodotti altamente diversificati. Prodotti da inserire nel mercato del lavoro che ci formerà prima, con master anche questi altamente specializzanti, e che poi ci distribuira nel precariato ove, sentite sentite, è richiesta un alto grado di flessibilità!
Insomma il paradosso è questo: specializzati quindi rigiadamente formati su un settore specifico, giungiamo in un mercato che invece richiede elasticità e la capacità di passare con non chalance da un settore all’altro.
Ma al di la di questo, quello che stona è il concetto stesso di questa presunta formazione universitaria. Un concetto che produce un sapere parcellizzato, insufficiente e massificato, come se il vero sapere fosse accessibile solo ai pochi che, imparentati con le caste dei professori universari, vi pervengono quasi per diritto divino. A dimostrazione di ciò le improbe condizioni per le quali si accede ai posti per il dottorato, sempre pochi e sempre già prenotati. E anche qualora vi si accedesse, l’ipotesi di dover studiare ancora per altri tre anni, dopo i 5 passati ad inseguire un esame dopo l’altro, con uno stipendio da fame e con scarse possibilità di poter alfine rimanere in ambiente universitario, appare molto poco allettante.
A conti fatti l’università non è più la sede del sapere, o comunque non è più quel luogo ove un tempo, dai più remoti spazi si giungeva solo per la passione di conoscere. L’università non è per chi voglia seguire le proprie passioni, ma è piuttosto un luogo per maratoneti, calcolatori ed economisiti, che sappiano cimentarsi con il tempo, le date, gli appunti fotocopiati, le registrazioni ambientali delle lezioni, gli orari di ricevimento, le ore di sonno, e le proprie risorse mentali, stando bene attenti a non cedere alla lussuosa tentazione di imparare davvero qualcosa.
Tag: flessibilità , laurea , sapere , sistema universitario italiano , specialistica , Università
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