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Una musica senza confini ha risuonato al Redentore di Bari ad opera de “Nel gioco del jazz”

5 Gen 2019 | Nessun Commento | 537 Visite
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Roberto Ottaviano no borders (1)La musica è l’armonia dell’anima.” (Alessandro Baricco)

È inutile nasconderlo: le festività appena trascorse si sono ben presto trasformate, anche quest’anno come ogni suo predecessore, in un noto quanto ripetitivo copione fatto di appuntamenti, scadenze, incombenze. Così ci si ritrova immersi, nostro malgrado, nelle solite cose di sempre: regali, cene, brindisi, auguri. Rituali, non sempre del tutto piacevoli o graditi, a cui non sappiamo sottrarci. Per fortuna, poi, di tanto in tanto una sosta rigenerante si inserisce nel frenetico quanto rigido protocollo, giungendo talmente gradita da far sperare che possa diventare un appuntamento fisso, rituale anch’esso, negli anni a venire. Nei giorni scorsi questa ancora di salvezza si è materializzata davanti ai nostri occhi nell’ottimo concerto tenutosi nella Parrocchia del Redentore di Bari, sesto ed ultimo appuntamento tra quelli inseriti nel Progetto “Music Borders” con il quale l’Associazione “Nel Gioco del Jazz” si è aggiudicata la seconda edizione di “Sillumina Periferie Urbane”, attraverso un programma, messo a punto dalle tre anime dell’associazione, Donato Romito, Roberto Ottaviano e Pietro Laera, unitamente a Mariapia D’Attolico ed Antonio Coco, che si prefissava di promuovere la cultura e la musica, soprattutto jazz, in contesti urbani disagiati – nel caso specifico, tre periferie urbane del capoluogo pugliese – attraverso un percorso di integrazione sociale e culturale, contribuendo alla prevenzione della dispersione scolastica e dei comportamenti devianti in genere.

No borders”, questo il titolo dato all’ultimo concerto in cartellone, si proponeva, come del resto anche i precedenti, di far conoscere al grande pubblico tre giovani quanto valenti musicisti, Stefano De Vivo alla chitarra, Vincenzo Guerra alla batteria ed Enrico Palmieri al contrabbasso, tuttavia, complice anche l’assenza all’ultimo minuto di quest’ultimo, godeva del supporto di due artisti, anch’essi (a dispetto dell’anagrafe menzognera) “giovanissimi” ma ben più che noti alle platee internazionali, che rispondono al nome di Giuseppe “Fratello Joseph” Bassi, il cui contrabbasso è, tra l’altro, colonna inamovibile della band dell’immenso Gegè Telesforo, e di Roberto Ottaviano, qui non solo nelle vesti – come detto – di deus ex machina e direttore artistico dell’Associazione, ma anche di magnifico sassofonista, per cui non si è ancora – giustamente – spenta l’eco del successo dell’ultimo lavoro dato recentemente alle stampe, quell’“Eternal love” che dovrebbe essere un pilastro in tutte le personalissime discografie di quanti si professano amanti del vero jazz.

Alla presenza di un pubblico attento, nonostante la maestosità di un ambiente a noi più che familiare e particolarmente caro, il quartetto si esibiva in un set non sempre di facile fruibilità ma di sicuro fascino, tanto più gradito quanto più si allontanava dalle solite ed abusate scalette dei concerti natalizi, recuperando il linguaggio universale di una musica senza confini, che annoverava emozionanti versioni di brani mitici quali “First song” di Charlie Haden, che, nella nostra memoria, è indissolubilmente legato al cd capolavoro “Beyond the Missouri sky (Short stories)” che il compianto contrabbassista registrò con l’amico di una vita Pat Metheny, “Fort worth” di Joe Lovano, “Love theme from Spartacus”, accostata per sempre alle magiche mani di Bill Evans, “A lark” di Fred Hersch, “Strange meeting” di Bill Frisell e “Untitled 11386” del divino John Coltrane, composizioni che, anche grazie alla maestria degli esecutori, riuscivano a tracciare un solco nelle nostre anime agitate, progettando, disegnando ed infine realizzando una nuova strada, ove la musica del passato, del presente e del futuro potessero finalmente incontrarsi e riconoscersi.

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