Di: Gianluca Lomuto
Una lezione di cinema con Rubini inusuale per “Il cinema italiano” n. 0

“L’attore è una persona che dà al regista, al pubblico, la sua nudità, la sua essenza, credo che la metafora dell’attore con la valigia piena di diversi abiti (a significare i diversi tipi di personaggio n.d.r.) sia una grande sciocchezza”.
E’ forse questo il passaggio più significativo della lezione di cinema tenuta questa mattina da Sergio Rubini, introdotto da Oscar Iarussi, critico cinematografico di chiara fama nazionale oltre che presidente dell’Apulia Film Commission, chiamato ad aprire la serie di Lezioni di Cinema previste nell’ambito dell’ItaliaFilmFest apertosi questa mattina a Bari.
L’incontro con il regista-attore di Grumo Appula inizia con un leggero ritardo dovuto ad un inconveniente tecnico ad un video-proiettore rapidamente sostituito. E così, terminata la proiezione di “La Terra” diretto ed interpretato dallo stesso Rubini, inizia la sua lezione, trasformatasi rapidamente in una conversazione a tutto campo con la sala gremita. Argomento principale, la Puglia.
“Ho un rapporto conflittuale con la mia terra, a volte mi dico che dovrei smettere di girare qui i miei film, andare all’estero magari, poi alla fine ci ritorno sempre. Il film, il cinema, in qualche modo ha a che vedere col sogno, ed io ancora oggi quando dormo, sogno la mia Grumo, i miei sogni sono ambientati per le vie della mia città, nei suoi luoghi, nei suoi paesaggi, di dice Rubini. Nessuno si può spogliare di ciò che è, liberare delle proprie radici, e questo si vede anche nel film, in cui Fabrizio Bentivoglio interpreta un professore ormai trapiantato a Milano: in un attimo tutti i suoi modi settentrionalizzati vengono spazzati via dalla natura meridionale che riemerge prepotentemente.”
“Qualcuno se l’è presa con me, continua l’attore-regista, per l’immagine del sud che scaturisce dai miei film, in realtà il racconto ha bisogno di qualcosa che non funziona per poterlo mostrare ed in qualche modo migliorare, magari senza proporre delle soluzioni ma per poter sottolineare il problema, se tutto va bene, se funziona tutto il film non ha senso. Quello che non mi piace del sud è la sua immobilità, quella che io chiamo l’iniezione letale, che ognuno qui fa al suo prossimo:<<Ddò addà scì>> (dove vuoi andare n.d.r), che cosa vuoi fare, dove vuoi andare, lascia perdere. Ecco io vorrei che invece si trasformasse in un <<vai vai>, in uno stimolo, uno sprone a fare di più e meglio”.
Rubini incarna il mito di colui che c’è l’ha fatta, che avuto successo nella vita andando via da casa, inevitabile allora la domanda di uno spettatore sul suo rapporto con Roma, con la capitale, partendo dalla condizione di svantaggiato perché nato a sud.
“Sento un po’ la sofferenza dell’esule, pur vivendo a Roma da quando avevo diciotto anni, frequento dei luoghi che non sento miei, quelli dove mi sono formato e cresciuto. Certo la sofferenza è spesso alla base di grandi capolavori in ogni forma d’arte, in tutti i campi, ma non fatelo sapere ai nostri politici perché potrebbero usarlo come scusa per tartassarci ancora di più, per stimolare la crescita di nuovi talenti”- aggiunge ridendo forse amaramente -“mi sento esule anche quando torno a casa e non mi ritrovo perché scopro che qualcosa è cambiato, chi va via ha sempre la pretesa di ritrovare tutto come lo ha lasciato”.
Ricorda gli inizi della sua carriera, quando studiava recitazione: “Ho dovuto studiare dizione, disimparare i miei suoni che sono poi le mie origini, le radici di ognuno di noi. Poi da attore ho dovuto recuperare ciò che sono, un attore quando non recita non è niente, non può mettere una targa sulla sua porta con scritto attore, come fa un professionista, un medico magari, che si chiama quando qualcuno sta male. Un attore è solamente ciò che è, dietro un attore c’è una persona, privata di se stessa non è niente. Quando lavoro con gli attori sul set dei miei film, cerco sempre di lavorare sulla persona e non sull’attore, perché il pianto di un attore nasce dai pianti che quella persona ha fatto in passato. Paradossalmente, un attore professionista deve disimparare di essere attore, deve spogliarsi dagli abiti del suo personaggio e tornare ad essere persona, perché se si formalizza sulla tipologia del personaggio, muore la persona che c’è dietro e quindi muore anche l’attore”.
Tag: , Bari , Cinema , Fabrizio Bentivoglio , festival , film , Oscar Iarussi , Puglia , Sergio RubiniAltri articoli:

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