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Un miracolo di accecante bellezza la versione teatrale de “Il Maestro e Margherita” firmata da Russo e Baracco

9 Gen 2019 | Nessun Commento | 583 Visite
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maestro e margherita 1Il premio Nobel Eugenio Montale lo definì “un miracolo che ognuno deve salutare con commozione”, mentre lo scrittore Veniamin Kaverin, discepolo di Evgenij Zamjatin, sentenziò che “per originalità, sarà difficile trovare un’opera che le sia pari in tutta la letteratura mondiale”. Noi, nel nostro piccolo, non ci stancheremo mai di affermare che “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov è un capolavoro, tra i più superbi romanzi del Novecento, se non il più grande in assoluto, frutto di un infinito lavoro di frenetica ed incessante riscrittura, che impegnò l’autore dal 1928 pressoché sino alla sua morte, avvenuta nel 1940, e successivamente anche la terza moglie Jelena Shilovskaja. Si pensa che il libro abbia conosciuto addirittura sei versioni, la prima delle quali fu bruciata nel marzo del 1930 dallo stesso Bulgakov per timore della ventilata imminente confisca e conseguente censura da parte della Polizia, dettaglio importante se rapportato ad una delle più famose citazioni presenti nel testo, quel “i manoscritti non bruciano” dal valore spiccatamente autobiografico; infatti, a seguito di quell’insano gesto, il genio di Kiev dovette riscrivere completamente il romanzo, attingendo solo alla sua memoria, componendolo e scomponendolo di continuo, sino a quando decise, nella primavera del 1939, di leggerne ad alta voce ai suoi più fidati amici una versione non definitiva, poi ancora mutata ed infine ultimata dalla vedova, che custodirà gelosamente l’unico esemplare del manoscritto, che lei stessa concedeva in prestito di tanto in tanto agli estimatori del Maestro. Ci vollero trenta lunghissimi anni perché questa pietra miliare della letteratura fosse pubblicata in Russia, sulla rivista Moskva, in forma parziale, censurata ed addirittura modificata, mentre solo nel 1967, un anno più tardi, la casa editrice Posev di Francoforte ne stampò una versione completa, subito seguita dalla Einaudi in Italia, con una edizione salutata dalle infervorate parole di Montale riportate in apertura d’articolo.

È, quindi, solo da un tempo relativamente breve che il mondo intero è a conoscenza delle due diverse storie essenzialmente contenute nel libro, a prima vista lontane tanto in senso storico quanto per contenuti, che giungono, infine, ad intersecarsi sciogliendo un enigma apparentemente inestricabile. La prima storia si apre in un parco di Mosca in una torrida primavera degli anni Venti / Trenta, quando il colloquio tra uno scrittore (Michail Aleksandrovič Berlioz) ed un poeta (Ivan Nikolaevič Ponyrëv) viene interrotto dall’irruzione di Woland, un uomo che, presentatosi come un esperto di magia nera, contesterà ai due il loro professarsi atei, assicurandoli sull’esistenza di Gesù Cristo, in quanto afferma di essere stato presente al suo processo a Gerusalemme. All’incredulo stupore degli intellettuali, Woland risponderà predicendo la cruenta morte per decapitazione di Berlioz; l’immediato avverarsi della profezia fa impazzire Ponyrëv, il quale, a seguito del suo ricovero in manicomio, conoscerà un altro scrittore, che si fa chiamare semplicemente “Maestro”, che gli rileverà che, in realtà, Woland è il diavolo, prima di confessargli di aver scelto volontariamente di essere rinchiuso, dopo aver avuto una storia d’amore clandestina con Margherita, bella ed agiata donna sposata, e, soprattutto, a seguito delle durissime critiche e relativi osteggiamenti da parte dei massimi esponenti della letteratura sovietica ufficiale alla pubblicazione di un suo romanzo in cui si tratteggia un immaginario intenso rapporto dialettico tra Gesù e Ponzio Pilato, tema portante della seconda storia descritta da Bulgakov. Nel mezzo c’è proprio la storia d’amore tra i due protagonisti (“Seguimi lettore! Chi ha detto che non c’è al mondo un amore vero, fedele, eterno? Gli taglino la lingua malefica a quel bugiardo! Seguimi lettore e io ti mostrerò un simile amore!”; e ancora: “L’amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpì subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico!”), con Margherita disposta ad accondiscendere alle luciferine richieste di Woland pur di vendicare il suo amato, volando nuda a cavallo di una scopa, come una strega, su Mosca, per distruggere la casa di uno dei suoi potenti vessatori, ed infine riabbracciare l’incredulo Maestro, cui il diavolo stesso, di comune accordo con il Regno dei cieli, concederà di riunirsi alla bramata donna nella sospirata pace eterna.

Io sono uno scrittore mistico. Mi servo di tinte cupe e mistiche per rappresentare le innumerevoli mostruosità della nostra vita quotidiana, il veleno di cui è intrisa la mia lingua, la trasfigurazione di alcune terribili caratteristiche del mio popolo. Io non ho espresso queste idee a bassa voce, in un angolo: ho dato loro forma e le ho portate in scena.” affermava Bulgakov, come abbiamo ricordato di recente su queste stesse telematiche pagine commentando l’ottima prova della Compagnia Licia Lanera alle prese con “Cuore di cane”, un altro capolavoro dello stesso autore; ma se nell’opera del 1925, il giovane Michail si prefiggeva di scandagliare i torbidi fondali della società sovietica corrotta, servendosi di una storia satirica, fantasiosa e fantastica, in quello che possiamo considerare a ragione il romanzo della sua vita, lo vediamo alzare l’asticella verso un concetto filosofico, metafisico, trascendente, così personale eppure talmente universale da far sì che ogni lettore, facendo proprie le domande che vi si celano, si interroghi sulla sua esistenza, su quell’umano tendere all’ascesi, ad immagine e somiglianza del Cristo, salvo poi ritrovarsi schiavo della sua innata propensione alla più solitaria delle individualità. A rendere il quadro ancor più intricato – ma anche intrigante, però -, nell’opera troneggiano gli interrogativi sull’apparizione di Lucifero: chi lo ha convocato sulla Terra? E sarà venuto a produrre il male o a smascherarlo, dimostrando coi fatti (“Questo è un fatto. E i fatti sono la cosa più ostinata del mondo.”) la meschinità, l’aridità e la ottusità di una (dis)umanità sempre miseramente uguale a se stessa (“il Diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini”, affermava Karl Kraus)? Alla seconda di queste domande sembra già rispondere il Mefistotele del Faust di Goethe quando si definisce “una parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene”, frase evocata nell’esergo de Il maestro e Margherita e, già di per sé, chiarificatrice del pensiero di Bulgakov, mentre alla prima, rimasta sinora senza responso, supponiamo – a nostro modesto parere – abbia proposto una convincente soluzione il prologo della trasposizione drammaturgica di Letizia Russo, messa in scena dal Teatro Stabile dell’Umbria per la regia di Andrea Baracco, allorquando ci mostra Margherita porsi di fronte ad uno specchio (“se il diavolo non esiste ma l’ha creato l’uomo, credo che egli l’abbia creato a propria immagine e somiglianza” diceva Dostoevskij), da sempre simbolo del demonio e, secondo alcune credenze popolari e pratiche esorcistiche, del portale attraverso cui gli esseri demoniaci potrebbero passare dal loro mondo a quello umano e viceversa, ricevendone indietro un’immagine distorta, come nel famoso dipinto di Picasso, e quindi attraversarlo, probabilmente rifacendosi all’Alice di carrolliana memoria: se non ci siamo ingannati, è lei, dunque, probabilmente già in preda alla sua sete di vendetta per l’amato nonché alla volontà di vedersi restituire il manoscritto già distrutto col fuoco dal suo autore, a richiamare il demonio dagli inferi e, quindi, a dare impulso a tutta l’avvincente storia, che infine si concluderà con la drammatica scelta della stessa Margherita di esercitare il concesso libero arbitrio, rinunciando ad una vita eterna, ma vuota di significato, in virtù di un’eterna dannazione, anteponendo l’imperfezione umana all’astratta serenità divina, non riuscendo ad adattarsi alla vita che, convenzionalmente, parrebbe aver potuto scegliere, ma che, invece, ha solo ricevuto in sorte, votandosi, al contrario, ad una contaminazione vitale, brillantemente sottolineata dalle roboanti e familiari note finali di “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones, composta a seguito della lettura del romanzo, regalatogli da Marianne Faithfull, da parte di Mick Jagger.

Riguardo alla versione teatrale, giunta nei giorni scorsi al Teatro Petruzzelli per due gremitissime repliche nell’ambito dell’annuale cartellone della sezione barese del Teatro Pubblico Pugliese, lasciateci immediatamente dire che, pur senza sottrarre alcunché al potere ed al fascino di quelle pagine che abbiamo immensamente amato, conservandole ancora oggi tra le letture cui fare costante riferimento, nonostante abbiamo imparato a mandarne a memoria più di un passaggio, mai e poi mai ci erano apparse così ammalianti, seducenti, magnetiche, ipnotiche, rilucenti di una bellezza accecante; il merito va senza dubbio alla Russo, che ne propone una rilettura di assoluto pregio, ricavandone, nonostante le infinite difficoltà che certamente avrà incontrato nel condensare e “riordinare” il corposo romanzo, un testo perfettamente consono all’utilizzo teatrale, una macchina dal potentissimo motore che, con la magnifica regia visionaria di Baracco, con un impiego integrale dello spazio scenico, platea compresa, che ci ha ricordato il divino Strehler, diventa un meccanismo perfetto, che lascia scorrere più che velocemente le quasi tre ore di pièce, grazie anche alla scelta, perpetuata dalle sublimi scenografie di Marta Crisolini Malatesta, creatrice anche degli splendidi costumi, di rinchiudere i personaggi in uno spazio claustrofobico (che ricordava un po’ quell’altro capolavoro teatrale che è il “Copenhagen” di Frayn), ad immagine del manicomio che ospita i due poeti, salvo poi lasciar loro intravedere una miriade di porte e accessi, quasi non si trattasse dello spazio esterno all’uomo ma di quello esistenziale, della mente, dell’anima, ovvero, anche, di quella tetra caverna da cui il demonio è giunto sino a noi, la stessa che l’uomo abitava e che, verosimilmente, non ha mai del tutto abbandonato.

Michele Riondino, pur non nascondendo i richiami al Pacino de “L’avvocato del diavolo” e, soprattutto, al Joker del compianto Heath Ledger, realizza un Woland indimenticabile, con cui ogni interprete luciferino dovrà d’ora in poi confrontarsi, ma è l’intera compagnia, sebbene gli attori fossero quasi tutti impegnati in più di un’interpretazione, a meritarsi infinite ovazioni, a partire dall’ottimo Francesco Bonomo (Maestro / Ponzio Pilato), per poi continuare con Federica Rosellini (bravissima a porre in rilievo ognuna delle tante anime di Margherita), Giordano Agrusta (il gattone Behemoth) in coppia con Alessandro Pezzali (Korov’ev), Francesco Bolo Rossini (Berlioz / Lichodeev / Levi Matteo), Oskar Winiarski (Ivan / Jeshua), Carolina Balucani (Hella / Praskov’ja / Frida), Caterina Fiocchetti (Donna che fuma / Natasha), Michele Nani (Marco l’Ammazzatopi / Varenucha) e Diego Sepe (Caifa / Stravinskij / Rimskij), tutti magnifici nel costruire un rapporto empatico con la sala, di straordinaria presa sul pubblico, restituendoci compiutamente personaggi attualissimi, perfette icone della storia dell’intera umanità e, quindi, anche dei nostri giorni.

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