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Storie di Puglia. In ricchezza e poverà. La nuova rubrica di Nicola Mascellaro

17 gen 2012 | Un Commento | 1.277 Visite
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MATRIMONIO11
Con questo articolo Nicola Mascellaro inizia un nuovo viaggio, una nuova rubrica, «Storie di Puglia», per il nostro giornale.  Dopo “Bari, storia di una città” da cui è nato il libro “C’era una volta Bari”, ecco altri piccoli episodi, scampoli di un tempo che fu, in una visione ampliata alla Regione.

Storie minime di personaggi veri, d’istituzioni pubbliche e private, di società, costume, ambiente, tradizioni, cultura, di ricchezza umana e povertà materiale, di vizi e di virtù attraverso tutta la prima metà del Novecento. Si racconterà la storia di un mondo diverso e lontano, di una società alla continua rincorsa del tempo perduto e da 150 anni discriminata con alibi indegni per non consentirle di allungare il passo.
Questa, dunque, è la storia di Filippo e Maria, due giovani nati alla vigilia del primo conflitto mondiale, in uno dei tanti paesi della pietrosa Murgia. Paesi poveri, arretrati, con un alto indice di analfabetismo, di mortalità infantile e di malattie endemiche. Paesi abbandonati dove si conservano usi e costumi, privazioni e sacrifici che si perdono nella notte dei tempi.

In ricchezza e povertà
«Amatevi e rispettatevi» stava dicendo don Sabino a Filippo e Maria mentre ufficiava il loro matrimonio nella grande e buia parrocchia di Santa Teresa. E quando aggiunge… «nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e povertà» Filippo, che è intento a guardare don Sabino, gira la testa a destra e trova lo sguardo di Maria. I suoi occhi dicevano la stessa cosa che stava pensando lui: più in povertà che in ricchezza.
Tutto, intorno a loro, è povertà, miseria, abbandono. Il paese in cui vivono è povero, i suoi abitanti rasentano l’indigenza. La maggior parte dei maschi, dai ragazzi agli adulti, sono pastori, cavatori di tufo, artigiani e contadini. Perfino la parrocchia, nonostante il fasto della Chiesa cattolica-romana, è ancora illuminata dalle candele. Solo la sacrestia è fornita di luce elettrica. Fino a qualche anno prima don Sabino che si cucinava i pasti sulla stufa a legna donata dai parrocchiani, mangiava a lume di candela.
Gli invitati pure erano alquanto dimessi. Sembravano assistere ad un funerale. Facce scure e serie sotto i soliti abiti indossati a tante feste patronali. Questo matrimonio proprio non ci voleva pensavano tutti. Un imprevisto. Quei due incoscienti hanno fatto la ‘frittata’, sono ‘scappati’ e le famiglie sono state costrette al matrimonio riparatore.
Anche gli sposi vestono modestamente. Un abito grigio scuro per lui, sopra ad una camicia che ha visto molte domeniche, e la solita cravatta nera. Nera è anche la gonna di Maria sotto la giacca corta di lana messa in risalto da una camicia bianca di seta, uno sfarzo.
Gli anelli nuziali li hanno avuti in prestito. Li compreranno più in là, se rimane qualcosa dalle regalie degli invitati dopo aver pagato qualche debituccio s’intende.
Ecco, la storia che stiamo per raccontare è quella di Filippo e Maria, una storia come tante che si svolge verso la fine degli anni Trenta quando il Duce, gonfiandosi il petto annuncia la nascita dell’Impero e dà inizio, proprio nell’anno in cui Maria e Filippo si sposano, alla più grande migrazione colonica che la storia ricordi verso le terre libiche. Migliaia di contadini, famiglie intere imbarcate nei porti di Genova e Napoli vengono mandate in Africa per dissodare e fertilizzare il deserto mentre migliaia di ettari di terre demaniali e latifondiste restavano abbandonate.
«La conquista dell’Impero – scrive Michele Viterbo su La Gazzetta del Mezzogiorno – apre un nuovo ciclo di storia per il Mezzogiorno. I contadini e braccianti del Veneto, della Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia che ora dissodano le terre etiopiche e libiche danno una nuova luminosa conferma della loro vigoria e capacità di lavoratori e di colonizzatori. Il Mezzogiorno, ritenuto elemento di debolezza dello Stato dai passati governi, diviene via via elemento di forza nelle mani dello Stato Fascista».
Tutta propaganda. Pura demagogia. Anche in Libia e in Etiopia gli italiani moriranno di fatica e di stenti come in Italia. Solo che sul suolo patrio si spegnevano con il conforto degli affetti più cari, nelle terre dell’Impero moriranno come tanti miserabili.
Filippo aveva visto Maria per la prima volta davanti alla fontana pubblica sotto ad una chiesa abbandonata. Le fontane erano i soli luoghi d’incontro dei giovani, oltre al consueto struscio in villa la domenica, senza dare adito a sospetti. Era il mattino presto di una rigida giornata di marzo del 1938 quando Filippo, lo ricorda ancora perché proprio quel mattino aveva disertato il cantiere, si era fermato per salutare la sorella, Angela.
La fontana, che gettava acqua senza interruzione, era gia affollata di ragazze con secchi e brocche di terra cotta e, malgrado la giornata fredda le ragazze indossavano, sulla camicia di flanella, solo uno scialle di lana a tre punte fatto a mano. La punta destra dello scialle veniva solitamente rimboccata sul fianco per trasportare meglio la grossa ‘quartana’ a due manici verticali raccordati al collo.
Che scempio quell’acqua che si perde, stava pensando Filippo. Poi, alza gli occhi e vede Maria che con grande disinvoltura si carica il pesante recipiente sul fianco, l’abbraccia, con la mano destra e con la sinistra afferra un secchio pieno per bilanciarsi.
«Angelina chi è quella ragazza?»
«F’lippe, lasciala perdere, non è per te! Non è di quelle che puoi portare a ballare a casa dei tuoi amici. È una ragazza seria di una famiglia seria. Perciò gira al largo».
«Perché, tu non sei seria?»
«Certo che lo sono, ma sono tua sorella. Per questo posso venire a ballare con te. Altrimenti mamma non mi farebbe uscire».
È la storia di tutta una generazione di giovani nati durante o dopo il primo conflitto mondiale.
Ma Filippo non è uno che si arrende facilmente. Caparbio e allo stesso tempo impertinente, ‘sfacciato’ era l’aggettivo più comune, ogni sabato, invece di andare alla sezione del Fascio o, meglio, alla sala da barba per le solite chiacchiere sulle ragazze, andava alla fontana, insieme alla sorella, sperando di ‘adocchiare’ Maria.
Lui si sarebbe pure avvicinato per parlarle, ma non si faceva. L’avrebbe messa in imbarazzo e forse Maria avrebbe cambiato fontanina.
Così, qualche mese dopo, a primavera, durante il periodo delle comunioni e dei matrimoni, Filippo avrà la sua occasione e non se la lascerà sfuggire.
Il giovane, come molti ragazzi dei centri pugliesi dell’epoca, faceva parte di un piccolo complesso musicale che si esibiva in quelle poche cerimonie private della gente di paese. Non era solo un modo per arrotondare. C’erano alcuni ricevimenti, specie i matrimoni, così ambiti per l’abbondanza delle vivande che anche il compenso per la prestazione musicale era irrilevante: ‘Don Alfré, quello che fate voi è ben fatto’ si diceva al sensale che provvedeva all’ingaggio. Quei ragazzi si portavano dietro una fame atavica. E ai matrimoni si mangiava. E come si mangiava!
BARBA11Era tutta povera gente, figli di famiglie numerose che dopo le scuole elementari andavano nelle botteghe del calzolaio, del falegname, nei tanti angusti forni di terracotta o i più svegli, i più intraprendenti nei ‘saloni’ da barba che, nell’assenza assoluta di ogni prospettiva, fungeva da scuola d’apprendistato ‘nobile’. Nei ‘saloni’, infatti, gli imberbi ragazzi apprendevano qualcosa in più che nelle botteghe, nelle cave di tufo o sui cantieri edili. La ‘sala da barba’, in paese, era ‘scuola di vita’, sinonimo di pulizia, eleganza, perfino di ‘cultura’ dove si discettava di tutto, specie di ‘arte’ musicale.
Era nelle sale da barba che nascevano musicisti dilettanti che successivamente formavano piccoli complessi musicali e che, da adulti e con un lavoro più redditizio, confluivano nelle bande cittadine.
Nelle sale da barba si accendevano discussioni infinite fra gli amanti di Verdi e di Puccini. I più giovani, invece, erano attenti alla musica leggera, alle novità discografiche. I barbieri erano melomani appassionati, come i baristi si reputavano esperti di calcio. Non di rado ‘u Maistr’ era un musicista.
Dopo la cerimonia nuziale, dunque, il rito antichissimo era quello di unire famiglie, testimoni e invitati per festeggiare gli sposi davanti ad una tavola imbandita. Ma i tempi erano magri, le famiglie povere vivevano praticamente senza denaro. I loro proventi venivano dalle poche cose che riuscivano a ricavare dal piccolo appezzamento di terra, in campagna: il raccolto dei legumi, l’allevamento di qualche pecora, pollami e, insieme alle uova, i formaggi. Molti contadini usano ancora il baratto per fornirsi di qualche abito dal sarto o di qualche mobile dal falegname. Nessuno faceva un mutuo per sposare una figlia né tanto meno pensava di chiederlo e ottenerlo.
Ma c’era anche chi se la passava bene. Proprietari terrieri, grandi allevatori, soprattutto di cavalli, e quanti commerciavano con gli animali. Perciò, dopo la cerimonia nuziale, c’erano solo due ricevimenti possibili: quello delle famiglie benestanti, che si ricordava per tutta la vita, e quello da dimenticare, della povera gente.
Le feste nuziali dei benestanti duravano tre giorni: dal sabato al lunedì sera. Quelle fra poveri venivano liquidate in una sola serata. Un tavolo imbandito alla meglio in casa di una delle famiglie – salsicce stagionate, soppressata, mortadella – il prosciutto dei poveri – le immancabili olive – nere, secche, carnose, in acqua e al forno con i peperoncini dolci e croccanti o con il seme di quelli piccanti – e formaggi, tanti formaggi, dalle mozzarelle alle scamorze fresche o affumicate, alle manteche, al caciocavallo, al pecorino stagionato e a quello ancora morbido con i vermi, a piacere. Poi, focacce e pizze di ogni tipo condite da vino rosso a volontà e verdeca dolce.
Per chiudere, due, tre passate di grosse teglie di biscotti e rosolio fatto in casa; auguri, auguri e poi baci e abbracci fra visi rugosi e cotti dal sole in vestiti scuri che avevano visto centinaia di domeniche. Alle 10 della sera, al massimo, a letto. Era tutta gente abituata a levarsi all’alba.
Filippo e Maria benché poveri anche loro, s’incontrano e si parlano per la prima volta nel ‘lamione’ delle feste di un ricco ricevimento nuziale. Maria, amica della sposa, insieme alla quale aveva frequentato le scuole elementari, è stata invitata con i genitori, persone ben considerate nella comunità locale. Il padre, Giovanni, è messo comunale e banditore pubblico, la madre, donna Rosa, è infermiera dell’ambulatorio comunale.
Filippo, invece, è lì per lavoro. E’ il cantante del complesso musicale ingaggiato per allietare gli invitati durante le tre serate di festeggiamenti ed è anche il caporchestra. Il complesso è composto da sei elementi e nessuno dei componenti ha chiesto qual era il compenso concordato. Di matrimoni come quello dove si sarebbero esibiti se ne celebravano tre, al massimo quattro in un anno in paese. Questo ricevimento in particolare era una manna dal cielo. Parteciparvi, sia pure per lavorare, era un’occasione unica: il ben di Dio che avrebbero mangiato in ‘quella tre giorni’, non aveva prezzo.
S’iniziava con prosciutti locali e formaggi freschi e si proseguiva con grandi padelle di lasagne al forno, timballi di tagliatelle, orecchiette e braciole fatte in casa da uno stuolo di nonne. Poi arrivavano enormi tegami d’arrosti di castrato, capretti e cosciotti di maiale con funghi cardoncelli. E ancora, salsicce di maiale a punta di coltello e salsicce di vitello con funghi e peperoncino serviti a volontà insieme a patate al forno e ad un trionfo di verdure cotte – cicorielle di campagna, cardi selvaggi al forno con una spalmata di formaggio – e crude.
E la sera, ancora e di nuovo, panzerottini di pasta fresca con ricotta, dolce e piccante, montagne di salumi e formaggi innaffiati da un robusto vino rosso nei ‘r’zzuli’, grossi boccali di terracotta posti a intervalli regolari sui lunghi tavoli di legno. Appena vuoti erano gli stessi commensali che provvedevano a riempirli dalle botti spesso in bella mostra tutt’intorno al lamione. E, sempre a intervalli regolari, sul lungo tavolo c’erano anche coppette di peperoncino piccante affogati nell’olio.
E così di seguito, il giorno dopo e l’altro ancora, in una sfrenata gara fantastica di cucina ‘povera’ e casereccia: cavatelli e fagioli con cotiche di maiale, linguine spezzate con lenticchie, grosse fette di pane di semola sepolte da una montagna di ceci, pan cotto con rape e fave e cicorie che profumavano ancora dello sfrigolio delle cipolle nell’olio bollente. Tutt’insieme, una portata dopo l’altra, in quei grandi piatti di terracotta verniciata a fuoco e decorati con fiorellini che, non a caso, si chiamavano ‘piatti reali’. Ogni piatto di legumi e verdura era rigorosamente condito con olio bollente dove attimi prima erano stati gettati peperoncino piccante e aglio.
Poi i dolci. Teglie di dolcetti di mandorle fatti in casa, pastiere di ricotta e torte di pasticceria, insieme a cassate, cremolate e sorbetti e tanti i liquori, rosoli di tutti i colori dell’arcobaleno.
Un’abbuffata indimenticabile. Nessuno si scandalizzava se oltre ai camerieri e agli strumentali, anche gli invitati si facevano preparare il ‘pacco’ da portare a casa. Era segno di gradimento. Anzi, alla fine delle tre serate gli sposi consegnavano, insieme alla bomboniera, un voluminoso pacco di dolci da portare ‘in famiglia’.
Chi veniva invitato a questi spettacolari ricevimenti ne parlava per mesi. Per Maria, in particolare, resterà il ricordo più bello della sua esistenza.
Storie di Puglia
Ed è in quel lamione che inizia la storia di Filippo e Maria.
Filippo è il tipico maschio paesano supponente: brillante, vanitoso, parlantina facile, sicuro di sé, capace di abbordare le ragazze con disinvoltura mentre la maggior parte ‘parlava con gli occhi’. Un merito assoluto per i suoi amici solitamente timidi, a corto di argomenti e parola. Filippo era il trascinatore della comitiva, uno che sapeva tenere insieme il ‘gruppo’. Figlio di un ciabattino e di una lavandaia, aveva cinque altri fratelli, quattro femmine ed un altro maschio, Peppino, più grande di lui, falegname e ‘bandista’. Suonava la tromba nella banda cittadina che più che su una cassarmonica nelle feste religiose, era chiamata ad accompagnare i defunti.
Che lavoro fa Filippo? Lui si definisce ‘muratore discontinuo’, piastrellista. Di solito lo ‘sfaccendato’, l’amicone, quello che organizza feste nelle case degli amici… non ti preoccupare, vengo io a parlare con i tuoi genitori… e spesso riusciva a convincerli. Filippo è quello con la lampadina della fantasia sempre accesa, il più spiritoso, quello che s’inventa scherzi e giochi per passare le lunghe serate invernali.
Lo burla preferita dal gruppo di Filippo è la ‘caccia al lardo’ il sabato sera. È una vera e propria battuta di caccia a danno delle beccherie del paese.
All’epoca le macellerie usavano esporre le carni, per la maggior parte quelle del maiale, all’esterno delle botteghe su robusti uncini d’acciaio. Vi appendevano anche capretti e agnelli ma erano un’eccezione. Quelle lunghe, candide strisce di lardo della pancetta del maiale, soffici e spesse almeno tre dita, costituivano una tentazione irresistibile per quei ragazzi sempre affamati. Ed erano proprio quelle morbide, strisce di lardo l’obiettivo della compagnia, la preda.
Il gioco era semplice: quattro, cinque ragazzi della comitiva riempivano la bottega, distraevano ‘u v’cciere’ con una scusa qualunque e qualche istante dopo uscivano. Il macellaio nel chiedersi cosa cercavano quei ragazzi, guarda negli occhi gli altri avventori che con un cenno della testa fanno segno alla striscia di lardo: solo allora il beccaio si accorgeva che uno di loro aveva avuto il tempo di addentare, con un morso enorme, il magnifico tappeto di lana attaccato all’uncino.
Compiuta l’operazione si allontanavano per colpire un’altra macelleria finché, a turno, tutti avevano tirato il loro morso. Qualche volta accadeva che Francesco, il chitarrista del complesso, disoccupato con moglie e due figli, invece del morso estraeva un coltello da tasca e ne tagliava una fetta. Era scorretto. Quello non faceva parte del gioco. Ma Ciccillo, detto l’antifascista, non era uno sfaccendato, anzi, si dannava l’anima per portare qualche soldo a casa e sfamare la famiglia. Ma quando proprio era al limite della disperazione, andava in ‘villa’, radunava un po’ di gente e faceva un comizio antifascista. Venti minuti dopo era arrestato.
Le prime volte lo tenevano per qualche giorno nel piccolo carcere cittadino. Poi, da recidivo, cominciarono a mandarlo per qualche mese al confino su un’isola del mediterraneo dove, quantomeno, due pasti al giorno non glieli toglieva nessuno mentre moglie e figli sopravvivevano alla tavola dei suoi genitori e dei suoceri. Ci andava anche lui, prima di diventare ‘antifascista’, ma se ne vergognava. Era umiliante e non gli riusciva di sopportare gli sguardi del padre che a zappare la terra con lui non lo voleva.
La famiglia di Maria, invece, era meno povera di quella di Filippo. I suoi genitori lavoravano entrambi, ma non avevano una famiglia, avevano un esercito. Maria era l’ultima di nove fratelli, sei femmine, compresa lei, e tre maschi. Alcuni erano gia sposati e vivevano tutti nella stessa casa, in un’ala di un labirinto, un antico convento di proprietà del Comune.
Erano tempi difficili. Bisognava aguzzare l’ingegno per cercare di sopravvivere. Ci si accontentava di poco. Si viveva di espedienti. E il complesso di Filippo non faceva eccezione. Erano sei componenti, compreso lui, ma potevano diventare sette e a volte, avvicendandosi, anche otto o nove, tanto nessuno se ne accorgeva.

Così accadeva che il fisarmonicista della prima serata non era lo stesso della sera dopo, uguale per il batterista e il chitarrista. Il sabato sera, poi, c’erano i panettieri, qualche muratore o Peppino, il fratello di Filippo con la tromba; la domenica e il lunedì erano presenti tutti, barbieri, muratori e panettieri. Il ben di Dio che riuscivano a mangiare valeva molto più del compenso che comunque non cambiava.
Filippo, invece, il cantante, non perdeva una serata: era l’unico che durante l’esecuzione dei ballabili – tarantelle, polche, mazurche, valzer e qualche lento – entrava in pista per ‘comandare’ le tarantelle, rompere il ghiaccio fra i ragazzi che altrimenti ballavano fra loro o se ne stavano addossati ai muri a fare tappezzeria.
Per quelle tre serate, in quel fatidico e fantastico ricevimento, Filippo si sceglieva la ragazza della serata, e naturalmente è la Maria adocchiata alla fontana pubblica.
Da tempo immemorabile, il primo approccio fra i ragazzi è sempre stato lo stesso: signorina, vorrei parlarle. Maria, che ha un caratterino non c’è male, dispettosa e strafottente, si fa ripetere quelle tre parole per due sere senza mai degnarlo di uno sguardo, tanto meno pensa di rispondergli. La terza sera Filippo, esasperato, sbotta: signorina, ma lei è sordomuta?
E Maria, appellata in quel modo, tutta sdegnosa risponde: non sono né sorda né muta. Ma con te non parlo. Sei proprio antipatico.
Quel… ‘con te non parlo’ con l’aggiunta di ‘antipatico’ erano le parole che Filippo voleva sentire: Maria intendeva dire esattamente il contrario.
Non si sbagliava. Nel giro di qualche mese Filippo e Maria saranno letteralmente travolti dalla passione.
Avversati dai genitori di Maria, specie dalla madre che aveva avuto notizie poco incoraggianti sul giovane cantante e gli aveva parlato una sola volta prima del ‘fattaccio’, le aveva detto… stai attenta, figlia mia, quello ti darà un sacco di dispiaceri.
Nel novembre del 1938, in un fienile dello stesso convento, Maria perde la sua verginità e, come di consueto, si rifugia in casa di parenti compiacenti.
Era la storia di sempre. Più i giovani rifiutavano matrimoni combinati, più i genitori si ostinavano a combinarli… per il loro bene… dicevano. Più i ragazzi tendevano a vivere la loro vita, più i genitori, specie delle figlie femmine, pretendevano di trovarle ‘un buon partito’. E l’amore? L’amore passa figlia mia e restano i sacrifici, i figli da sfamare, vestire, educare, l’affitto di casa e le esigenze di ogni giorno.
Filippo e Maria ripararono al ‘disonore’ che avevano gettato sulle loro famiglie sposandosi il mese successivo. Un matrimonio semplice, modesto, severo. Quel ‘vagabondo’ aveva infranto i sogni della ragazza e tradito le aspettative dei genitori. Dovevano essere puniti. Ma il giorno successivo, Giovanni, il padre della sposa prima si reca dal Podestà per presentare la domanda del premio di nuzialità, poi visita il Federale per assicurarsi il buon fine della domanda.
Filippo, che ovviamente non ha notizie del ‘premio di nuzialità’, da novello sposo cominciò ad essere più assiduo sul cantiere edile. Per qualche mese avevano abitato nel casermone di donna Rosa, ma volevano una stanzetta tutta per loro. Maria era in attesa.
La trovarono vicino al cimitero, dove la pigione costava meno. Una sola stanza in una palazzina appena costruita da una famiglia di contadini che si ritenevano puniti dalla sorte. Avevano avuto solo una figlia già sposata ad un giovane lavoratore. Così, dopo tanti anni di sacrifici e fatiche erano riusciti a farsi quella casa.
L’abitazione dei due contadini era composta da tre stanze al piano terra e altrettante al piano superiore. Si entrava da un grande portone centrale fatto apposta per portare all’interno il carro e il mulo nella stalla ricavata dietro alla scala per andare al piano superiore. Lì, al primo piano, vi avevano sistemato il genero, la figlia e i loro due bambini. Loro, già anziani, per non fare le scale, si erano fermati nelle due stanze al piano terra. A Filippo e Maria, avevano dato l’ultima stanzetta, quella destinata a deposito d’attrezzi e di derrate alimentari.
Nella stanza dei giovani sposi, si entrava da una porta a vetri coperti da pannelli di legno. L’ingresso, posto accanto al portone principale, era sulla strada. La cameretta, senza servizi come tutta la palazzina, aveva la fontana dell’acqua a cento metri e il pozzo nero dietro la casa in corrispondenza della stalla.
In quella stanzetta Maria e Filippo misero le poche cose che ebbero in dote. Un letto in ferro battuto, un enorme comò a cinque cassetti completo di appoggio in marmo e specchio, due comodini dove ognuno conservava il proprio pitale, un armadio di seconda mano senza specchio, un vecchio tavolo e quattro sedie con sedute impagliate, un catino in ferro battuto completo di brocca, porta sapone, braccio a scomparsa per l’asciugamano e bacinella smaltata. Il corredo di Maria era poca cosa. Donna Rosa non era riuscita a completarlo.
Non avevano avuto altro e, del resto, nella stanza non entrava altro. Niente lampadario, neanche uno di quelli economici di vetro che sembravano ventagli aperti. Filippo aveva tirato giù un filo e vi aveva appeso un portalampada e una lampadina.
Non ci volle molto ai due innamorati per accorgersi che la realtà, nonostante l’amore e la passione giovanile, era proprio dura. E presto Maria scopre perché Filippo si definiva ‘muratore discontinuo’.
Ogni mattina Filippo si levava regolarmente all’alba, visitava due, tre cantieri edili e chiedeva al capo mastro se aveva bisogno di un piastrellista e quanto gli dava per la giornata. Se il capo-cantiere diceva 9 lire, quanto cioè realmente gli spettava, secondo gli accordi della corporazione fascista, Filippo lavorava. Se invece gli venivano offerte 7 lire girava le spalle e se ne andava. Preferiva passare la mattinata nel vicino bosco, con un carretto preso a prestito, per un carico di fascine dal quale non ricavava neppure le sette lire offerte dal capo-mastro, ma salvava il principio che nessuno doveva speculare sul suo casa-antica1lavoro. Spesso la scenetta avveniva proprio sulla porta di casa e a nulla servivano le proteste di Maria.
Quando non avevano nulla, ma proprio nulla, neppure di che sfamarsi, cercavano rifugio nelle rispettive famiglie. Ma quanta sofferenza per tutti!
Una fredda mattina di febbraio del 1939 il Federale convoca Giovanni, il padre di Maria, per informarlo che il premio di nuzialità per la figlia e per quello ‘scapestrato’ del genero, era arrivato: vai con lui dal Podestà per firmare le carte e digli che quando gli offrono 7 lire per una giornata di lavoro, farebbe bene ad accettarle.
Quella sera Filippo si ferma nella sala biliardo con gli amici fino a tardi. Vuole fare una sorpresa alla moglie. Quando torna a casa, spingendo la porta a vetri senza far rumore, Maria dorme già da ore. Il mattino dopo si sveglia di soprassalto: Gesù, nota con sgomento, Filippo ha dimenticato di mettere la sveglia. Anzi, non l’ha messa proprio ed è sul punto di scuoterlo quando nota che sul marmo del comò, non c’erano le solite due sigarette Alfa, ma un pacchetto intero. Strano, così come era strano che ancora non fosse sveglio. Forse sapeva già di non dover lavorare quella mattina.
Infatti Filippo, che è ben sveglio e sta aspettando che la moglie liberi il catino, si alza dal letto con comodo, beve il caffè che Maria aveva già preparato, fuma la sua prima Alfa e infine si avvicina al catino dell’acqua gelida. Mentre si lava, senza farsi notare, maneggia in modo di far sparire l’asciugamano e, col viso bagnato, gira la testa… «Marié, che fine ha fatto l’asciugamano, me ne dai un altro?» Maria, prim’ancora di chiedersi com’è che non era al solito posto dopo che lei stessa l’aveva usato, corre al comò, apre il primo tiretto e … resta impietrita. Le gambe prima cominciarono a tremarle, poi a cedere tanto che dovette appoggiare i gomiti al cassettone per non cadere: il primo tiretto del grande comò era interamente ricoperto da grandi, luccicanti biglietti da 100 lire. Erano così grandi che li chiamavano ‘lenzuola’.
Maria non riesce a contarli, lo sguardo le corre da un lato all’altro del cassettone, ma comincia ad aver paura dei suoi pensieri. Filippo, che l’osserva, si accorge che la moglie sta per cedere ai nervi e scoppia in una sonora risata rassicurante… «no, sta tranquilla, quel denaro non è il frutto di una ‘malazione’ è il premio di nuzialità».
«E tu che ne sapevi?»
«Io non lo sapevo – sostiene Filippo – ma per fortuna tuo padre sì».
Erano 1.100 lire. Una ricchezza inaudita per loro.
Neanche Maria sa di avere in grembo due gemelli, ma aveva da tempo un desiderio inconfessabile: mettere le mani su tanta di quella mortadella e saziarsi fino a stare male.
Filippo, invece, che si atteggia a uomo di mondo, prima compra un pacchetto intero di Nazionali, poi entra nella bottega di Vincenzo, il salumiere, e ordina: «una pagnotta di pane bianco, un pezzo di romano da grattugiare e quattro capi di salsiccia piccante».
«Che più?» dice Vincenzo alquanto sorpreso per tanta abbondanza.
«Sì, tagliami un poco di mortadella» risponde Filippo.
Dopo la quarta fetta Vincenzo si ferma e chiede: «F’lippe, è più di un etto, basta?» «Taglia, taglia», replica Filippo. E mentre taglia, Vincenzo si ricorda che la moglie di Filippo è in attesa. Tuttavia, alla decima fetta il salumiere torna a fermarsi ed a chiedere… «sono due etti e mezzo, basta?»
«Vincé, e tagliala sta mortadella. Fermati quando te lo dico io».
Ma Vincenzo, che lo conosce, sbotta… «Filippo, non facciamo scherzi. Chi se la deve mangiare tutta questa mortadella? C’è un battesimo in vista?»
Mezzo chilo di mortadella taglierà Vincenzo e dal salumiere Alfredo passa dal beccaio per ordinare un chilo di costolette di capretto che mangiò con gli occhi insieme alla moglie mentre sulla graticola a carbone facevano fss… fss.
Nel settembre del 1939 Maria darà alla luce i gemelli. Lo stesso anno mentre il Fascismo istituisce il premio di natalità, i tedeschi invasero la piccola Cecoslovacchia.
Ancora una volta Filippo non sa nulla. Ma il suocero, Giovanni, messo comunale, è sempre ben informato e torna di nuovo a scappellarsi con il Federale. Il genero, dopo tutto, non è proprio quel che si dice ‘un buon fascista’. Non ha la tessera del Partito, non partecipa all’attività di sezione e soprattutto non lesina qualche contestazione.
«È vero, è una ‘testa calda’ – dirà Giovanni al Federale – ma è innocuo. Un giovinastro con qualche pretesa, nulla a che vedere con quei fastidiosi intellettuali che sanno tutto».
All’inizio del 1940 Filippo e Maria ricevono il nuovo sostanzioso premio, più ricco del primo perché doppio e, per diversi mesi vissero ‘in ricchezza’. Paradossalmente proprio per quella nuova condizione l’amore fra Filippo e Maria si affievolisce, e quando il denaro dei ‘premi’ finisce e il Duce annuncia che per la Nazione è giunto il ‘destino fatale’, Filippo si arruola volontario e parte per la Grecia.
Nel 1943, quando tutto è perduto, quando l’Impero si sgretola e il grande Paese diventa una piccola Nazione, devastata, disprezzata e povera, Filippo non torna più, è andato disperso fra le sabbie della Libia.

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