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STORIA. Matera! Matera! Ricordo di una città d’altri tempi

17 Feb 2019 | Nessun Commento | 498 Visite
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materaRiceviamo dal prof. Pierfrancesco Moliterni un ricordo di una Matera d’altri
i tempi proprio in occasione degli eventi di Matera Capitale Europea della Cultura.

Le origini lucane si palesano dal mio stesso cognome, Moliterni, un toponimo che deriva da Moliterno, il bel paesino in provincia di Potenza dominato dai resti di un imponente castello normanno. Non a caso i Moliterno/Moliterni sono molto numerosi in Basilicata e ancor più a Matera, la città natale di tutti i miei parenti a partire dai bisnonni e nonni per finire ai miei genitori, zii e i molti cugini tuttora viventi e operanti nella città dei Sassi. La vicinanza di Bari città in cui risiedevamo (mia madre faceva di cognome Acito: altro segno distintivo delle nostre origini lucane, lei da Montalbano Jonico) mi ha permesso di frequentare, se non proprio di ‘vivere’ Matera sin dai primi anni cinquanta del secolo scorso: io fanciullo, adolescente e poi giovincello inurbato perchè nato a Bari, e che, proprio per quei vincoli di parentela, frequentava spessissimo la cittadina appollaiata ai margini del torrente Gravina. Mi sentivo insomma un materano d’adozione, e credermi nel contempo un barese di città col naso all’insù, il quale frequentava la città dei Sassi e le zone a ridosso del castello del conte Tramontano, il temutissimo signorotto locale vissuto nel 1500 di cui si favoleggiava un gran male. Per raggiungere Matera da Bari usavamo la scomoda Calabro-Lumaca, la ferrovia a scartamento ridotto delle ferrovie Calabro Lucane che tuttora  è operante ma che impiega circa due ore passando da paesi e paesotti come Grumo Appula, Bitetto, Binetto, Toritto, Mellitto, Altamura, Venusio: una grave limitazione che ne segnava l’isolamento e che tuttora ne limita la circolazione anche turistica perché per raggiungerla (non esistendo un aeroporto lucano) bisogna per forza di cose passare da Bari e arrivarci per strada percorrendo i fatidici 66 km. Da ragazzino, scorazzato dai due zii Nicola e ‘Stacchiùcc’ (Eustachio) concessionari delle mitiche macchine da cucire ‘Necchi’ (accessorio di vita vissuta, strumento prezioso per le giovani e povere contadine in età da matrimonio), ho avuto anche la possibilità di visitare il misero entroterra materano, quello descritto da Carlo Levi nel famoso Cristo si è fermato a Eboli:Bernalda, Irsina, Montescaglioso, Grassano, Policoro, Pisticci, Craco, Pomarico, Tricarico, Stigliano, Miglionico, Ferrandina…. Andando a ritroso, ricordo limpidamente che avevo appena sei anni quando ascoltai dai parenti materani di un avvenimento che mise finalmente in moto quel lungo processo di «incivilizzazione» foriero della Matera di oggi, Matera Capitale Europea delle Cultura 2019.

Come tutti sanno, furono Andreotti e il lucano Emilio Colombo a convincere il primo ministro dell’Italia del 1950, il civilissimo trentino di Mezzocorona, on.le De Gasperi, a recarsi a Matera per scoprirne le ’vergogne’ esistenziali insieme alla sua ’dolente bellezza’, e quindi ad avviare il risanamento statale dei Sassi a partire dalla legge speciale del 1954: i Sassi si svuotarono non senza alcune resistenze dei suoi ancestrali e umili abitanti; nacquero i rioni La Martella e Serra Venerdì disegnati dalla penna lungimirante di un urbanista-architetto di chiara fama come Quaroni. Ma questa è storia dell’oggi, un oggi ancora in movimento verso quella Matera del futuro che tutti attendono perché finalmente libera e liberata da un pesante e ignominioso passato di terra della disperazione.

Ma un (quasi) felice ricordo dei miei indimenticabili anni materani è legato alla mia famiglia Moliterni-Acito-Loperfido la quale era stata fortunata perché apparteneva alla laboriosa piccola borghesia del tempo. Succedeva che i miei nonni, all’ora di pranzo, davano a me, ragazzino di appena nove anni, l’incarico di andar giù nei Sassi a fare acquisti. Mi inoltravo ‘inorridito’ e spaventato da uno spettacolo che ancor oggi mi turba: passavo da casupole maleodoranti scavate nell’umido tufo e ricavate in un unico antro, un’unica stanza in cui vivevano non meno di dieci persone tra nonni, parenti e bambini d’ogni età. Tutti insieme mangiavano, dormivano, lavoravano alla buona, in attesa, all’imbrunire, dal rientro dei genitori dai campi e dal faticoso lavoro quotidiano, loro mesti e silenziosi appollaiati su carri tirati dai muli e con un cagnolino e un fioco lume a petrolio dondolante sotto ‘ u cuàrr’, l’umile carro delle loro immani fatiche agricole. Io schizzavo giù dal nostro ‘quartiere nobile’ che si affacciava sul Sasso barisano e andavo con 100 lire e un fiasco vuoto in mano, a comperare il vino rosé e poi asole, bottoni e cerniere di ricambio. Il vignaiolo di quel tempo aveva un nome-nomignolo tipico materano da tutti conosciuto e che tutti usavano: vista la sua mole imponente, un giro vita mica male.. egli era per me e per tutti gli avventori ‘panz a credènz’.

C’è da dire che la cantina era vicina ad una merceria i cui clienti lo avevano immortalato con un soprannome-epiteto che mi fa ancora sorridere. A chi come me si avvicinava al banco di vendita del titolare, quell’ormai mitico signore chiedeva, con voce stentorea: “ci bù? ci bù?” (che vuoi? cosa vuoi?). Egli non aveva, né ha mai avuto nome e cognome: era e sarebbe rimasto per me, e per tutti i materani dei Sassi di un tempo che fu, solo ed esclusivamente «il signor ci bù bù!».

 

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