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STORIA. Giovanni Amendola il liberale vittima delle violenze fasciste

10 Feb 2019 | Nessun Commento | 742 Visite
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Giovanni-AmendolaGiovanni Amendola  nasce a Napoli nel 1882 da Pietro, originario di Sarno, carabiniere, e Adelaide Bianchi. Dopo due anni la famiglia si trasferisce a Firenze, dove il padre presta servizio per l’Arma. Poi a Roma, dove consegue la licenza media.

A quindici anni (1897) s’iscrive alla gioventù socialista. L’anno successivo (1898) è apprendista al quotidiano del Partito Radicale Italiano «La Capitale». Nello stesso anno avvengono a Milano i moti popolari. La repressione ordinata dal Governo impone lo scioglimento di molte sedi Socialiste in tutta Italia. Amendola viene arrestato per aver voluto impedire la chiusura della sede romana.

Negli anni successivi Amendola scrive alcuni articoli per «La Capitale», su esoterismo e teosofia. Tramite Arbib entra in contatto con la Loggia della Società Teosofica, che sul finire dell’Ottocento contava adepti quasi in ogni regione d’Italia. Tra il 1900 e il 1905 è membro della loggia capitolina, guidata da Isabel Cooper Oakley. Viene introdotto in un mondo cosmopolita, impara l’inglese e il francese. Quando capisce però che la teosofia che sta studiando, lungi dall’essere una teoria scientifica, altro non è che una variante del protestantesimo, lascia la loggia. Durante quel periodo conosce l’intellettuale lituana  Eva Oscarovna Kühn e se ne innamora. Si sposano religiosamente con rito valdese il 25 gennaio 1906 e civilmente il 7 febbraio. Dalla loro unione nasceranno quattro figli: Giorgio (1907-1980), Adelaide (1910), Antonio (1916) e Pietro (1918).

La sua ricerca interiore, volta ad individuare una sintesi tra misticismo e razionalismo, lo porta a studiare la poetica del drammaturgo norvegese Henrik  Ibsen (1828-1906). Scrive due articoli per la rivista letteraria fiorentina «Leonardo » di Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini. E collabora alla rivista modernista «Il Rinnovamento » (1907-1909). Il 24 maggio 1905 viene iniziato alla Massoneria di Palazzo Giustiniani, nella storica e nota Loggia “Giandomenico Romagnosi” all’Oriente di Roma. L‘anno successivo soggiorna con la moglie a Berlino e Lipsia, dove segue i corsi di Wilhelm  Wundt (1832-1920), fondatore di un noto metodo sperimentale in psicologia. Nel 1908 abbandona la Massoneria.

Nell’ottobre 1909 si stabilisce con la famiglia a Firenze, dove dirige la Biblioteca filosofica. Tenta di fondare una rivista di studi religiosi di ispirazione modernista finanziata da Alessandro Casati (che Amendola aveva conosciuto ai tempi della collaborazione a «Rinnovamento»), ma il progetto non vede la luce. Collabora con «La Voce», fondata nel 1908 da Prezzolini. Nel 1911 fonda e dirige una sua rivista assieme a Papini, «L’Anima». In quell’anno si laurea in filosofia con una tesi su Immanuel Kant. In quell’anno la questione più scottante del dibattito politico italiano è l’utilità di un intervento militare in Libia. Amendola, critico in un primo tempo verso la campagna coloniale in Libia, appoggia tuttavia lo sforzo bellico.

Collabora con <<il Resto del Carlino>> con articoli di carattere culturale, per diventare poi (luglio 1912) corrispondente da Roma del quotidiano. Alla vigilia delle elezioni politiche del 1913 sollecita i Radicali a schierarsi con Giovanni Giolitti (Capo del Governo) e a staccarsi dai Socialisti. Le elezioni confermarono la maggioranza uscente; risultano eletti quasi tutti i candidati del Patto Gentiloni. Amendola non è contrario all’ingresso dei cattolici nella vita nazionale, ma si esprime contro la creazione di un partito confessionale.

Tenta la carriera accademica ottenendo la libera docenza in Filosofia teoretica, ma nel 1913 non ottiene nessuna cattedra. L’anno successivo (aprile 1914) è nominato per un anno docente di Filosofia teoretica all’Università di Pisa. Pochi mesi dopo (giugno) viene assunto alla redazione romana del «Corriere della Sera », già all’epoca il maggiore quotidiano italiano. Rinuncia per sempre all’attività accademica, per rimanere a Roma e avviarsi alla carriera pubblicistica e politica.

Mantenendo posizioni irredentiste e democratiche, si schiera per l’intervento italiano nella prima guerra mondiale. Tenente di artiglieria sul fronte dell’Isonzo, è insignito di una medaglia di bronzo al valor militare. Tornato a casa, la carriera pubblicistica e quella politica proseguono parallelamente. Nel 1916 è capo dell’ufficio di Roma del «Corriere della Sera». Nel 1918 è tra i promotori del Patto di Roma, un accordo tra rappresentanti delle varie nazionalità sottomesse agli Asburgo per lo smembramento dell’impero austro-ungarico e l’autodeterminazione dei popoli. Tale iniziativa venne poi contraddetta dalla politica del ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino, con il quale Amendola polemizzò duramente tra il 1918 e il 1919.

 

Alle Elezioni politiche del 1919 Amendola si candida con il Partito Democrazia Liberale. È eletto nel collegio di Salerno, insieme ad Andrea Torre e ad altri tre candidati della lista.

Entra così per la prima volta in Parlamento. La sua lista sostiene la corrente che fa capo al leader Radicale Francesco Saverio Nitti, personaggio con il quale rimarrà in contatto fino alla morte.

Il Salernitano era la sua base elettorale più importante, anche se non ebbe mai un controllo completo della provincia, giacché era contrastato dai Liberali legati a Giovanni Giolitti, rappresentati in provincia da Giovanni Camera.

È rieletto alla Camera nel maggio 1921; entra nel gruppo parlamentare “Democrazia Unitaria” e lascia il «Corriere della Sera» per fondare un nuovo quotidiano con Andrea Torre, anch’egli salernitano e proveniente dal «Corriere» e Giovanni Ciraolo. Il 26 gennaio 1922 vede la luce «Il Mondo», destinato a diventare nel giro di pochi anni una delle voci più autorevoli della stampa democratica. Proteso ad unificare i vari gruppi liberaldemocratici in Parlamento, il 29 aprile 1922 Amendola fonda il Partito della Democrazia Sociale. Poi, alleandosi con Nitti, fonda il «Partito Democratico Italiano» nel giugno 1922. Alla nuova formazione aderiscono 32 deputati. Il gruppo dei fondatori del «Mondo» si spacca: Andrea Torre cede le sue quote alla corrente di Amendola. L’anno seguente aderirà al fascismo. In febbraio Amendola è chiamato nel primo Governo Facta, in quota liberaldemocratica, a ricoprire la carica di ministro delle Colonie.

Dopo la marcia su Roma e l’insediamento del governo Mussolini avvenuto il 16 novembre 1922, Amendola sceglie una linea di ferma opposizione. Difensore delle prerogative del Parlamento, si schiera decisamente contro il Governo Mussolini, non accettando le posizioni di compromesso che avanzano altri esponenti della classe dirigente Liberale, come Giovanni Giolitti e Antonio Salandra. Le sue posizioni critiche verso il regime gli valsero frequenti intimidazioni e aggressioni, fino a giungere all’aggressione fisica, quando fu bastonato da quattro fascisti e ferito alla testa, il 26 dicembre 1923 a Roma.

Nell’aprile 1924 si candida alla Camera nella circoscrizione della Campania. Viene rieletto, diventando uno degli esponenti più in vista dell’opposizione. Nel mese successivo dà vita all’«Unione Meridionale», trasformata in Unione Nazionale nel novembre successivo. Dopo il delitto Matteotti, Amendola scrive sul «Mondo» nel giugno 1924: “Quanto alle opposizioni, è chiaro che in siffatte condizioni, esse non hanno nulla da fare in un Parlamento che manca della sua fondamentale ragione di vita. […] Quando il Parlamento ha fuori di sé la milizia e l’illegalismo, esso è soltanto una burla”. Successivamente coalizza le opposizioni socialista, cattolica e liberale in quella che passerà alla storia come «Secessione dell’Aventino». Annuncia che non avrebbe partecipato alle attività parlamentari fino a quando non fosse stata ripristinata la legalità. Insieme al socialista Filippo Turati, promuove una linea di opposizione non violenta al Governo, confidando che, dinnanzi alle responsabilità del fascismo nella morte di Matteotti, il Re si decida a nominare un nuovo Governo. È contrario a qualsiasi partecipazione popolare nella lotta per abbattere il governo Mussolini ma, allo stesso tempo, rimane ostile a ricercare accordi con altri oppositori del fascismo che non avevano aderito all’Aventino ed erano restati in aula, i comunisti di Gramsci.

Qualche mese dopo propone a Benedetto Croce di scrivere un manifesto che riunisse le maggiori intelligenze anti-regime (da tale appello nacque poi il Manifesto degli Intellettuali Anti-fascisti). La secessione dell’Aventino non produce i risultati sperati, poiché alla fine del 1924 il Governo Mussolini è ancora in carica.

All’inizio del 1925 (il 3 gennaio), Mussolini dà il giro di vite decisivo alla già repressiva politica del governo nei confronti delle opposizioni.

Il 20 luglio 1925 Giovanni Amendola viene aggredito da una quindicina di uomini armati di bastone in località La Colonna a Pieve a Nievole, oggi in provincia di Pistoia. L’attentato, organizzato dallo squadrista Carlo Scorza, futuro segretario del Partito Nazionale Fascista, è l’ultimo di una lunga serie di intimidazioni ricevute dal Deputato, dal figlio Giorgio e dalla redazione de Il Mondo. Amendola decide di farsi curare a Parigi. Viene operato poiché i chirurghi hanno rilevato un ematoma (un tumore, secondo il figlio Giorgio) sulla regione corrispondente all’emitorace sinistro.

Per favorire il decorso post-operatorio i familiari trasferiscono Amendola a Cannes, in Provenza, ma egli muore all’alba del 7 aprile 1926 nella clinica Le Cassy Fleur, non essendosi mai ripreso dalle percosse ricevute.

Venne sepolto da esule a Cannes sotto una lapide che recita: «Qui vive Giovanni Amendola…aspettando». Solo nel 1950 la sua salma tornerà in Italia, nel cimitero di Poggioreale a Napoli.

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