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“Stanic Boulevard”. Pubblicato il gran disco jazz per i tipi della Verve Universal

27 Gen 2019 | Nessun Commento | 610 Visite
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cover_Stanic_Boulevard (1)Un titolo che evoca la visione e il desiderio di quattro musicisti, con un sound e un concept ben precisi, di raccontare – in musica – una “terra di mezzo” immaginaria, in cui la raffinatezza degli ambienti signorili e la decadenza delle periferie moderne e degradate si potessero incontrare. Stanic Boulevard è, dunque, la strada immaginaria che unisce idealmente queste due luoghi assai distanti, un non-luogo da cui è possibile solo rinascere

 

Stanic è, infatti, il nome del quartiere operaio sorto alla periferia della città di Bari negli anni 50’, nome mutuato dalla vecchia raffineria intorno alla quale esso si è sviluppato. Luogo di contrasti, cuore proletario di una città complessa, Stanic evoca un gioco di specchi che definisce le radici musicali di questo ensemble, in contrapposizione con Boulevard che, invece, richiama l’eleganza di ben altre “passeggiate”, la Parigi sontuosa dei jazz club d’antan e la poesia della Ville Lumière. Ebbene, dall’incontro di queste due visioni contrapposte, lo scheletro di una vecchia raffineria e la grandeur parigina, Mirko Maria Matera (piano, electronics, synth, vocoder), Fabio Pignataro (acoustic & electric guitars), Viz Maurogiovanni (bass) e Pierluigi Villani (drums, percussion) danno vita alla loro personalissima visione musicale, giocata sui contrasti accesi e sulle contrapposizioni.

Stanic Bloulevard 09 (1)In Stanic Boulevard, poliritmie, cambi metrici, interplay, suoni acustici ed elettronica si incontrano, e la chitarra elettrica e il pianoforte dialogano con i synth, il vocoder, il basso e la batteria. Nelle dieci tracce, composte da ognuno dei quattro, si fondono libertà espressiva e improvvisazione in studio. Ciascun musicista è autore all’interno dell’album, in cui si incrociano esperienze musicali distinte ma complementari.

 

Si parte con More or less, brano ispirato alle sonorità americane, alle big band, al blues, a una camminata tra le strade di una grande metropoli, in cui il passo cambia continuamente così come il tempo musicale del brano. L’inverno e altre storie è dedicato ad una donna; il pianoforte e la chitarra rimandano al suo incedere morbido ed elegante, in un insieme dinamico, ma equilibrato che aspira alla compostezza di uno standard jazz. Un ostinato ritmo frenetico caratterizza Escape for the soul, che si rifà ad un’altrettanta ostinata corsa verso la luce, finalmente fuori dal tunnel. Con Tomorrow we’ll see, l’intenzione è creare una dimensione seduttiva, sensuale e morbida come la musica da cui è composta. Allan Holdsworth è invece il tema centrale di The lonely Axeman, traccia che vuole ricordare la coerenza e la fierezza che ha contraddistinto la vita e l’opera musicale del grande musicista. Poi Svandea, la cronaca disimpegnata di un frammento di viaggio, in cui paesaggi e cose, immagini sfocate in movimento, sono meno importanti del gusto di viaggiare. Infine, Khamsin, il nome del vento caldo e potente del Sahara, parla di rinascita. Il brano, dal ritmo pulsante e dalla melodia avvolgente, è un inno alla forza della natura, da cui l’uomo prende energia e si evolve più forte di prima, trasformandosi nella Fenice che risorge dalle ceneri.

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