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Standing ovation per l’apertura del BAM Culture Festival con il grande Steve Gadd

14 apr 2018 | Nessun Comento | 475 Visite
Di:

steve-gadd-band (1)Ogni batterista vorrebbe suonare come Steve Gadd perché lui suona in modo perfetto.” (Chick Corea)

Immaginate Dizzy Gillespie, Frank Sinatra,Ray Charles, Al Jarreau, Joe Cocker, Michel Petrucciani, Eric Clapton, Peter Gabriel, Paul McCartney, Paul Simon, Chick Corea, Al Di Meola, James Taylor, Bob James, Jim Croce, Eumir Deodato, Eddie Gomez, Michal Urbaniak, Steely Dan, Manhattan Transfer, Steps Ahead, Return To Forever, Manhattan Jazz Quintet, Bee Gees, Stuff, e tanti, tanti altri, sino a giungere al nostro Pino Daniele, tutti sullo stesso palco nella stessa sera, e potrete comprendere da voi le sensazioni che ci hanno catturato durante il concerto con cui Bari ha dato la doverosa accoglienza a quel monumento vivente della batteria che risponde al nome di Steve Gadd, giunto nel nostro capoluogo per una tappa del tour mondiale che fa seguito alla recentissima pubblicazione dell’ottimo album “Steve Gadd Band”.

In un Teatro Showville, sold out già da qualche giorno, affollato da un parterre di tutta eccezione, tra cui abbiamo finanche notato il Maestro Agostino Marangolo, altro mito vivente della batteria, si è consumato l’evento fortemente voluto dalle menti di Bass Culture e del BAM Festival, che hanno inteso aprire così la rassegna BAM Culture, figlia dell’edizione di tre anni fa e di cui raccoglie la dichiarazione di intenti di porre sotto le luci dei riflettori baresi la più incontaminata Black American Music, che, pur sviluppandosi in soli due giorni, ha un carnet pieno di appuntamenti davvero interessanti (e tutti ad ingresso libero, che non guasta mai) presso l’Officina degli Esordi, ove si avvicenderanno musicisti della fama Marcus Strickland e di Gaetano Partipilo, ma anche profondi conoscitori della materia, come il nostro Ugo Sbisà che presenterà il suo pregevolissimo libro “Puglia, le età del jazz”.

Tornando alla grande serata di musica già consumata, ci consentirete di non dilungarci sulla illimitata maestria del band leader, da gran parte della critica mondiale definito il miglior batterista in attività, perlomeno nella musica pop, ma di fermare la nostra attenzione sul gruppo che lo accompagnava più che degnamente. In particolare, il bassista Jimmy Johnson, il pianista Kevin Hays ed il trombettista Walt Fowler, collaboratore nientemeno che del divino Frank Zappa, ci sono apparsi in assoluto stato di grazia, pronti a seguire ogni battito delle pelli e dei piatti di Gadd, mentre appena più sottotono – e talvolta un po’ ripetitivo – ci è apparso il comunque rispettabilissimo chitarrista Michael Landau; quel che meravigliava soprattutto era il perfetto interplay tra i cinque, sublimato nell’intesa tra Steve e Jimmy, una macchina da guerra precisissima ed infallibile, vera colonna vertebrale della formazione.

Il set che ne è venuto fuori è stato esaltante, coinvolgente, inebriante, capace nello stesso momento di toccare vette di eccitazione e di profondità anche durante l’esecuzione di un solo brano, tanti e tali erano i cambiamenti di ritmo e sound in ognuna delle composizioni proposte, per lo più creature dei componenti della band, Gadd sopra tutti ovviamente. Naturalmente, da una offerta talmente caleidoscopica non ci si poteva aspettare anche una totale originalità, che – infatti – non era il punto di forza della performance, con sonorità che richiamavano tanto Donald Fagen ed i suoi Steely Dan, ma anche Eric Clapton ed il miglior blues, fino a Bob Dylan, finanche omaggiato nel finale con la cover di “Watch the river flow”, affidato alla bella voce di Hays; l’eccezionalità del concerto, che catturava l’osannante pubblico sino a spingerlo ad una meritatissima standing ovation, era da ricercare soprattutto nella attenzione maniacale alla resa del suono e, come detto, nell’altissimo livello qualitativo dei cinque musicisti, che realizzavano una fusione talmente assoluta e definitiva da permettere a Gadd di non ostentare quella superiorità che il mondo gli riconosce, magari abbandonandosi – come fanno molti suoi colleghi – ad assolo strabilianti e ridondanti che, però, lasciano il tempo che trovano, ma di poter dare sfogo a quello che sa fare meglio, vale a dire creare solchi e basi ritmiche che supportino la musica ed accentuino i concetti chiave di ogni canzone, caratteristica in cui – forse – è davvero il primo – se non unico – al mondo.

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