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Sold out per Enrico Rava e Makiko Hirabayashi nella rassegna Ecotopia dell’associazione Nel gioco del jazz

6 ott 2017 | Nessun Comento | 342 Visite
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rava_makikoUn sold out non capita quasi mai per caso; tre di fila, poi, è praticamente impossibile inanellarli. La titanica impresa è invece riuscita all’Associazione barese Nel gioco del jazz – e, naturalmente, alle belle menti che vi si celano, i padroni di casa Roberto Ottaviano, Donato Romito e Pietro Laera - già per tre degli appuntamenti inseriti nella prima parte della sua IX rassegna annuale denominata “Ecotopia”, vale a dire nella tranche dedicata ai grandi trombettisti italiani che il mondo ci invidia. Tra questi non poteva mancare il Maestro per eccellenza, il musicista che ha influenzato schiere di colleghi, peraltro scoprendone talmente tanti da poter essere considerato, a tutti gli effetti, un padre con una moltitudine infinita di figli. Enrico Rava è tutto questo e molto di più per gli amanti del jazz, che nei confronti del Maestro nutrono autentica passione, la stessa che, probabilmente, folgorò nel 1956 il tredicenne Enrico, dedicatosi fino a quel momento allo studio del pianoforte e del trombone, allorquando assistette al Teatro Nuovo di Torino ad un concerto del divino Miles Davis; da lì fu quasi naturale la scelta di studiare tromba così come di abbandonare la musica classica per il jazz e di dedicarsi alla ricerca di un suono personalissimo, caldo e suggestivo, vero marchio di fabbrica di tutta la sua vastissima produzione, sempre interessante e di qualità superiore. E – come già ricordato – un’altra somma qualità del nostro è quella di essere un insindacabile talent scout; nonostante lui si schernisca sull’argomento (“è un ruolo che non mi appartiene, suono con i musicisti che mi piacciono, con coloro che condividono più o meno la mia visione della musica. Per me è indifferente che siano adolescenti o anziani. L’età è l’ultima cosa a cui faccio caso.”), non vi è dubbio che abbia valorizzato notevolmente le qualità di molti giovani jazzisti italiani, ormai stelle splendenti nel firmamento musicale non solo italiano (basti pensare a Stefano Bollani, Gianluca Petrella e Giovanni Guidi, tanto per citarne alcuni), fungendo per loro da sublime mentore, se non da amorevole chioccia. Oggi un nome nuovo deve essere iscritto a lettere d’oro in quell’elenco, quello della pianista giapponese – ma residente in Danimarca – Makiko Hirabayashi, sublime alter ego del Maestro nell’evento tenutosi in un gremito quanto osannante Teatro Forma di Bari, la quale, nonostante possa vantare più di un’ottima produzione a proprio nome e molteplici collaborazioni, incomprensibilmente non conosce ancora – pur avendo già superato le cinquanta primavere – la notorietà mondiale se non tra gli addetti ai lavori.

Il concerto che è scaturito dall’incontro di queste due anime è stato assolutamente straordinario, ora impetuoso, ora dal passo felpato, sempre travolgente, coinvolgente ed emozionante, difficilmente eguagliabile in bellezza, che ha toccato la perfezione in più di un passaggio, collocandosi di forza tra le cose migliori realizzate da Rava negli ultimi tempi, se non in assoluto, e che – ça va sans dire – faceva immediatamente tornare alla mente il duo Rava / Bollani, soprattutto nella fase che fu immortalata in capolavori discografici quali “Montréal diary” e “The third man”. Ma se in quelle occasioni ci era parso che fosse l’innata entusiasmante energia di Stefano a prendere il sopravvento, con buona pace della sua guida musicale, così da trasformare ogni performance in un vero e proprio duello all’ultimo sangue, in questa nuova formazione lo scontro lascia il posto all’incontro di due artisti che mostrano tutta la loro raffinata sensibilità, talmente perfetti nel comprendersi anche con una sola occhiata da non credere che fosse la prima occasione in cui dividevano il palco senza l’ausilio di una band.

Rava non riusciva a nascondere la sua totale soddisfazione per l’evidente interplay, ed anche il suo – sempre ottimo – fraseggio sembrava rinvigorito dalla presenza della Hirabayashi, in taluni momenti davvero sublime, la quale lasciava che fosse il Maestro a dettare leggi e tempi, grazie anche ad una scaletta quasi esclusivamente posata su brani di composizione del trombettista, perle che rispondono al nome di “Interiors”, con cui si è aperto il set, “Bandoleros”, “Theme for Jessica”, dedicata dal Maestro a sua moglie (che però si chiama Livia!), “Le solite cose” ed altre, assieme a pochi standard, tra cui non poteva mancare la sublime “Retrato em branco y preto” (che, a dire il vero, nella versione strumentale dovrebbe intitolarsi “Zingaro”, come volle il suo creatore Tom Jobim, mutando nome solo dopo l’aggiunta del testo di Chico Buarque), brano che fu cavallo di battaglia dell’indimenticato Chet Baker, capolavori che ci venivano restituiti come gemme grezze, incontaminate, pure.

Enrico e Makiko si consegnavano al pubblico barese rinunciando a sfavillanti effetti speciali, tanto di moda ai giorni nostri, andando “a togliere” anche nei momenti di maggior impeto improvvisativo, tornando all’essenza della musica stessa, in un incondizionato ed incessante gioco che faceva dello scomporre e ricomporre la sua dote migliore, sublimato ed esaltato nell’esecuzione nei bis di “My funny Valentine”, una versione così differente da quelle ascoltate e talmente avvincente da non temere confronti e da condurci alla meravigliosa scoperta di “certi angoli segreti” (altro titolo della produzione di Rava) celati nell’animo dei due musicisti.

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