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Salvatore d’Onofrio e Carmine Maringola per la regia di Emma Dante superlativi per “La Scortecata”

16 Mar 2019 | Nessun Commento | 502 Visite
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60 Festival di Spoleto, spettacolo La ScortecataQualche anno fa, Matteo Garrone con la controversa opera cinematografica “Il racconto dei racconti – Tale of Tales”, che gli valse ben sette David di Donatello 2015, scandagliò – e fece conoscere o riscoprire ad un mondo dormiente – i fondali dell’oscuro mondo fiabesco creato dal genio di Giambattista Basile, soffermandosi su tre estratti dalla raccolta “Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille”, pubblicata postuma tra il 1634 ed il 1636; la scelta cadde, tra gli altri, su “La vecchia scortecata, trattenimiento decemo de la iornata primma”, senza dubbio una delle novelle più ironiche e sarcastiche tra le cinquanta contenute nel libro, soprattutto per quel suo irridere, con un vortice caleidoscopico di volgarità, oscenità ed invettive che finiscono per risucchiare il lettore in un labirinto semantico, la strenua ricerca dell’elisir di giovinezza che tanto ossessionava, ossessiona e – crediamo – sempre ossessionerà il genere umano, ma anche quel moto di pura invidia insito ed innato in ogni essere pensante. Anche Emma Dante si è rifatta, da par suo e con ben altri risultati, al testo di Basile per affidarlo alla sublime arte recitativa di Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola e costruire il suo “La Scortecata”, lo spettacolo prodotto da Festival di Spoleto 60 e Teatro Biondo di Palermo in collaborazione con Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, giunto al Teatro Kismet Opera per due affollatissime repliche inserite nell’annuale stagione dei Teatri di Bari.

Rusinella e Carolina sono due centenarie sorelle, “mai state mogli, senza mai figli ed (apparentemente) senza più voglie”, che vivono rinchiuse nel loro tugurio nel regno di Roccaforte, nascondendosi ad occhi indiscreti e, soprattutto, al re, uomo irascibile e dissoluto che però si innamora perdutamente non di giunoniche fattezze ma bensì di una soave voce, che lo ammalia con il suo canto, ignaro del fatto che la voce sia proprio quella di Carolina. Giunto alla porta della stamberga, il re insiste per conoscere la fonte della sua infatuazione e Carolina, lungi dal confessargli la verità, lo invita a tornare la settimana successiva, promettendogli che gli concederà la visione del solo dito mignolo; comincia così un’operazione di accanito quanto stolto ed inutile restyling nelle fattezze delle due sorelle, che inizialmente premia Rusinella, al punto che è lei a mostrare il dito al regnante, ancor più invasato e desideroso di possedere carnalmente la sua preda/carnefice. Carolina accetta di recarsi a palazzo purché l’incontro avvenga completamente al buio, forte del trattamento cui Rusinella l’ha sottoposta per stenderne e levigarne la pelle; il re accetta ed i due si abbandonano all’amplesso amoroso per tutta la notte, ma all’alba, scoperto l’inganno, la vecchia verrà scaraventata giù dalla finestra più alta della torre. Rimasta impigliata ad un albero durante la ferale caduta, Carolina si salverà e da una maga dei boschi verrà trasformata, tramite un allattamento che – naturalmente – le dona nuova linfa vitale, in una bellissima giovane dai capelli rossi.

Fin qui la fiaba di Basile, che si concluderebbe con il matrimonio tra l’inconsapevole re e la risorta Carolina a far da sfondo alla lucida follia di Rusinella, la quale crede di poter condividere l’evoluzione fisica della fortunata sorella lasciandosi scorticare da un arrotino senza scrupoli, così consegnandosi, in nome della più assurda invidiosa rivalità, all’agonia che la porterà alla morte. La Dante invece, dall’alto della sua infinita fantasia visionaria, a questo punto muta il gioco teatrale, virando verso un finale ad altissimo contenuto emotivo: Carolina, che ormai pareva rifiorita nelle – un tempo putride – carni grazie all’incantesimo, inaspettatamente si sveste del vestito nuziale e della parrucca cremisi, interrompendo quella che – lo comprendiamo solo ora – altro non è che una rappresentazione dei suoi più agognati e bramati sogni, che la più anziana Rusinella le concede ogni giorno di rivivere; ma questa volta Carolina, stanca della routine e vinta dai soprusi di una vita che non le ha concesso null’altro che irrealizzabili desideri, chiede alla sorella di spezzare per sempre quell’infinito loop operando un drammatico corto circuito: questa volta dovrà essere la maggiore, in un estremo gesto d’amore, a scorticare la sorella più piccola, concedendole così un’eutanasia che non spera in un ritorno a vivere in altre vesti e pelli, bensì anela ad una vita altra, lontana, libera, una vera rinascita che possa prescindere dalle negligenze di una natura matrigna.

Recuperando il riferimento iconografico e, soprattutto, la sua connotazione popolare, grazie anche ad una assai calzante scelta musicale che passa da “Mambo italiano” nella scena dell’amplesso (forse il momento più divertente dello spettacolo) a “Comme facette mammeta” nell’interpretazione di Pietra Montecorvino, fino a “Reginella”, cantata da Massimo Ranieri, per accompagnare la trasformazione di Carolina, Emma Dante rende prezioso omaggio al mondo di Basile, a partire dalla ricerca sul linguaggio, un dialetto partenopeo arcaico che dona al pubblico vette di ilarità, mirabilmente recuperando in chiave grottesca e buffonesca il tema caro all’autore della cura attraverso il riso, del suo effetto terapeutico nei confronti di quanti sono votati e – forse – condannati ad una inderogabile severa serietà, e trasporta l’intera osannante platea nei bassi di Napoli, con una regia che, nella sua apparente semplicità, moltiplica l’effetto parodistico allorquando la forzata promiscuità e la non dichiarata complicità delle due sorelle fa sì che le stesse si lascino andare a continue, rumorose, sferzanti, capricciose ed ironiche sceneggiate. Nel mondo della Dante, tutti gli elementi presenti in Basile si fondono in un corpo unico, sorretti da raffinatissimi riferimenti letterari e dal suo personalissimo – ed ormai riconoscibilissimo – impatto scenico, in questo coadiuvata dalle magnifiche luci di Cristian Zucaro, che permette a D’Onofrio e Maringola di realizzare, nonostante la prova fosse impervia, una performance perfetta, padroni assoluti della gergale parola e di una mimica ineguagliabile, talmente bravi da rendere credibile non solo l’illusione fiabesca, ma anche la loro prestazione en travesti, bardati negli orrendi – ma solo per imposizione scenica – costumi della stessa Dante, sublimi tanto nella parte più squisitamente ilare e goliardica, in cui interpretano, da sensazionali saltimbanchi, tutti i personaggi della vicenda, quanto nel commovente finale; anzi, forse proprio nel momento in cui la pièce si fa drammatica, colma di una straziante poetica che delinea il pensiero universale della Dante su di una vecchiaia che non appare più come un dolce declino dell’esistenza, bensì come un incubo, uno spettro che terrorizza il genere umano (e come non pensare ai tanti anziani costretti alla miseria economica e sociale?), la loro recitazione raggiunge il livello più alto, disegnando in modo eccelso, complice la splendida poesia in musica sul tema della vecchiaia (e forse dell’eutanasia) che è “Cammina cammina”, una delle perle più luminose della produzione di Pino Daniele, la più terribile parabola, quella che – purtroppo – accomuna quanti, all’alba della disillusione, si risvegliano dal sogno accarezzato per una vita intera, per concludere che la morte o, meglio, la libertà di darsi la morte è probabilmente l’unica via di fuga per liberarci da una indecente, irrimediabile, ineluttabile, intollerabile, insopportabile umana senescenza.

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