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Roberto Ottaviano parla la lingua della smisurata bellezza e dell’amore in concerto al Teatro Forma

10 nov 2018 | Nessun Commento | 233 Visite
Di:

ottaviano_band

“Coloro che vivono d’amore, vivono d’eterno.” (Émile Verhaeren)

“È la prima volta che sento il bisogno di un bagno mistico in cui il jazz si fa infine…

Musics Totale, ma soprattutto travalica l’idea fine a se stessa di fare musica, per scavare a fondo nel nostro ego e capire se esiste un “noi” universale da cui ripartire.” (Roberto Ottaviano)

Superare le barriere del tempo e dello spazio, annullare le lontananze, le diversità, le dissomiglianze, le discordanze, senza mai costringersi, nel subdolo tentativo di bypassarle, ad ignorarle, ma infilandosi in quelle discrepanze per allargarne le fenditure sino a farne entrare abbagliante luce e, infine, vincerne totalmente le resistenze sino a frantumarle. Per anni, l’arte in generale e la musica in particolare si sono autoassegnate questo ingrato quanto esaltante compito, ultimo – e spesso unico – baluardo di una concezione dell’esistenza e della natura umana che cercava e trovava il proprio scopo di vita nella conoscenza, consapevolezza e comprensione dell’altro, nel riconoscerlo per riconoscersi, per identificarsi non più come un’unità singola e finita, bensì come l’infinitesimale particella di una infinita cellula, finalmente comprendendo che vi può essere senso solo nel sentirsi parte di quel tutto. Oggi, purtroppo per noi, sono davvero pochi gli Artisti ad essere ancora stimolati da questi principi, tanto che viene da chiedersi dove abbiamo sbagliato, dove ci siamo persi, quando abbiamo rinunciato al grado di civiltà e libertà che avevamo a fatica conquistato, quando abbiamo vilmente abdicato, lasciando che le invasioni barbariche ci conquistassero, invece di lottare sino allo stremo delle nostre forze, quantomeno nella speranza di consegnare un mondo migliore a quanti sarebbero venuti dopo di noi.

Fosse solo per aver dedicato “ai miei figli e a tutti i figli dell’umanità, che possano perdonarci per come gli stiamo consegnando questo mondo” il suo ultimo splendido cd, quell’“Eternal love” di recente dato alle stampe dall’etichetta salentina Dodicilune, non possiamo non annoverare tra gli strenui difensori di quell’ideale che ancora ci conquista, il nostro – aggettivo che deve essere letto in più di un’accezione – Roberto Ottaviano, protagonista in questi giorni di un mini tour promozionale che ha fatto tappa a Bari in un osannante Teatro Forma nell’ambito dell’annuale cartellone dell’associazione Nel gioco del jazz, di cui pure Ottaviano è infaticabile direttore artistico, condividendone oneri ed onori con Donato Romito e Pietro Laera; un lavoro, quello di Ottaviano, che non tarderemmo a definire – proprio in omaggio al passato – un “concept album” strumentale, un’opera essenziale, necessaria, indispensabile, imprescindibile per chi voglia barcamenarsi tra le altissime e trascinanti onde innalzatesi sulle note di brani epici composti da miti della musica di tutti i tempi che rispondono al nome di Charlie Haden, Dewey Redman, Dollar Brand, Elton Dean, Don Cherry e John Coltrane, nel mezzo dei quali non sfigurano creazioni dello stesso Ottaviano, che dimostra – qualora ve ne fosse ancora bisogno – una elevata sensibilità compositiva che, nel contempo, non riconosce alcun limite alla creatività.

Con queste più che solide evidenze a guidarne i passi, nel sublime appuntamento live – ça va sans dire – era l’Ottaviano esecutore ad imporsi, forte della sua recentissima doppia vittoria nella categoria dei sassofonisti negli annuali referendum delle riviste “Musica Jazz” e Jazzit” e, soprattutto, di una band eccelsa, la stessa presente nell’album, che annovera il contrabbasso di Giovanni Maier e la batteria di Zeno De Rossi, dalla ritmica perfetta, mai scontata e ripetitiva ma sempre propositiva, i clarinetti di Marco Colonna, superbo musicista che esprimeva e manifestava un interplay con il band leader che aveva dell’incredibile, quasi fossero due proiezioni della stessa anima, una sorta di dio Giano al servizio della musica, ed il pianoforte di Alexander Hawkins, cui era concesso di involarsi – da par suo – su vette difficilmente raggiungibili. E su tutti, con tutti, al servizio di tutti, il Maestro Roberto Ottaviano, magnifico – anche se, ne siamo certi, inconsapevole e finanche riluttante – Maestro, pronto a segnare la via per poi lasciare piena libertà ai suoi eccezionali compagni, in un caleidoscopico gioco di rimandi in cui si realizzava la sua personalissima rivoluzione, rendendo ogni concetto ed anelito della sua anima perfettamente comprensibili ad una attentissima platea, cui trasmetteva ogni emozione in modo profondamente indelebile, riuscendo a tradurle in musica, proferendole nella lingua della smisurata bellezza e dell’eterno amore.

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