Di: Denise Ania
Robert Rauschenberg: l’artista che sa dare un senso agli scarti. A Venezia “Gluts”, eccessi rivitalizzanti, la materia che può essere poesia
Robert Rauschenberg, grande forza creativa nel panorama artistico americano dagli anni ’50, rivivrà, con l’energia degli scarti a cui a sua volta diede vita, nei quaranta lavori esposti dalla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.
L’esposizione, iniziata il 30 maggio e che durerà fino al 20 settembre 2009, presenta un corpus di opere in metallo, poco conosciute dal grande pubblico, provenienti dal Rauschenberg Estate nonché da istituzioni e collezioni private americane e non solo.
Incline al riciclo, attento a quello che lo circonda, al quotidiano, opera nelle sue composizioni una combinazione di elementi matrici, oggetti vari per poi fonderli con quella magica cosa a cui comunque non rinuncia: la pittura.
L’esigenza di Rauschenberg di portare la realtà quotidiana nell’opera era da lui stesso chiamata combine-paintings (o combines), ossia “pitture combinate”, metodo che non trova collocazione, per la sua unicità, in una specifico movimento artistico.
Nonostante l’artista texano sia lontano dalla più fredda pop art, comunemente lo si considera un precursore, insieme a Jasper Johns, per una tecnica che effettivamente è comune alla pop art, la serigrafia (tecnica di stampa artistica di immagini e grafiche su qualsiasi supporto o superficie mediante l’uso di un tessuto) di cui è venuto a conoscenza frequentando lo studio di Andy Warhol.
Nel suo caso è giusto parlare piuttosto di “espressionismo astratto”, in cui domina la spontaneità del rapporto dell’artista con l’opera e il ruolo privilegiato dell’inconscio nel processo creativo, con abilità e creatività nello sviluppare un senso estetico che non fosse negli standard europei di bellezza.
L’idea di presentare oggetti di uso quotidiano o rottami come opere d’arte era stata precedentemente lanciata dai dadaisti, e nel periodo in cui Rauschenberg ripropose questi soggetti, l’intento non era dissacrante o polemico, ma una semplice fotografia personalizzata della realtà: segnaletica stradale, cartelloni pubblicitari, mass media.
E così, davanti agli oggetti più disparati, ammucchiati nel suo studio, impiega il medesimo approccio diretto per affrontare i Gluts (in italiano eccessi, saturazione) assemblaggi di oggetti di recupero, la maggior parte in metallo, che rappresentano la sua ultima serie di sculture.
A metà degli anni ‘80 l’economia del Texas si ritrova nel bel mezzo di una recessione dovuta ad una saturazione del mercato petrolifero. Rauschenberg prende nota della devastazione economica della regione raccogliendo insegne di distributori di benzina, pezzi di automobili abbandonate e altri rifiuti industriali dannosi per l’ambiente. Al suo ritorno nello studio di Captiva, in Florida, Rauschenberg trasforma i detriti raccolti in altorilievi e sculture che ricordano i suoi primi Combines.
E così tubi di scappamento, radiatori, saracinesche, oggetti vari raccolti nell’arco di una decennio nei pressi della Gulf Iron e Metal Junkyard, discarica fuori Fort Myers, Florida, vicino alla sua casa-studio, vengono da lui trasformati in questi assemblaggi poetici e spiritosi, in cui il risultato finale ha un effetto ben diverso dalla somma delle singole parti.
Le “cose”si vestono di vita, hanno un lato poetico.
A chi gli chiese allora di commentare il significato dei Gluts, Rauschenberg rispose: “E’ il momento dell’eccesso, l’avidità è rampante. Tento solo di mostrarlo, cercando di svegliare la gente. Voglio semplicemente rappresentare le persone con le loro rovine […] Penso ai Gluts come a souvenir privi di nostalgia. Ciò che devono realmente fare è offrire alle persone l’esperienza di guardare le cose in relazione alle loro molteplici possibilità”.
Ed è questa la cosa che ci incuriosisce, la sua simpatia per gli oggetti abbandonati, l’utilizzo di materiali di scarto a cui con maestria e creatività conferiva una certa qualità espressiva, unendo il linguaggio dell’astrazione formale a quello della vita reale.
L’esposizione è accompagnata da un catalogo riccamente illustrato in italiano e inglese, edito da Guggenheim Publications. Il volume include una rilettura del lavoro dell’artista come scultore, scritto dalla nota pittrice e autrice Mimi Thompson, un’introduzione di Susan Davidson, che prende in esame lo sviluppo stilistico dei Gluts, un saggio della coreografa Trisha Brown che racconta di come Rauschenberg la salvò quando, in Italia, le sue scene andarono perdute e poi trasformate nei Gluts napoletani, e infine una storia illustrata delle esposizioni.
Robert Rauschenberg: Gluts curata da: Susan Davidson, Senior Curator, Collections & Exhibitions, Museo Solomon R. Guggenheim, e David White, Curator, Robert Rauschenberg Estate.
Dove: Palazzo Venier dei Leoni, Venezia
Quando: 30 maggio – 20 settembre, 2009
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