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Riccardo3 / L’Avversario: Vetrano e Randisi scandagliano l’animo umano alla ricerca del seme della follia

18 Feb 2019 | Nessun Commento | 639 Visite
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riccardo3Riccardo è impersonale come la storia. Mette in moto il rullo compressore della storia, dopodiché il rullo lo stritola. Riccardo non è neanche crudele. Non rientra in nessuno schema psicologico. È la storia pura. Uno dei suoi capitoli ricorrenti. Non ha volto.” (Jan Kott)

Ma mi chiedevo: che cosa accade, adesso, nel suo cuore durante le ore notturne di veglia e di preghiera? Sono sicuro che non stia recitando per ingannare gli altri, mi chiedo però se il bugiardo che c’è in lui non lo stia ingannando. Quando Cristo entra nel suo cuore, quando la certezza di essere amato nonostante tutto gli fa scorrere sulle guance lacrime di gioia, non sarà caduto ancora una volta nella rete dell’Avversario?” (Emmanuel Carrère)

L’Avversario”, il romanzo / verità di Emmanuel Carrère, portato sul grande schermo nel 2002 da Nicole Garcia con uno strepitoso Daniel Auteuil nel ruolo del protagonista, raccontava dettagliatamente la drammatica quanto folle storia di Jean-Claude Romand, un uomo mite e rispettato che il 9 gennaio 1993 compì una memorabile efferata strage, brutalmente assassinando la moglie, i due figli, i genitori e poi dando fuoco alla casa dove viveva, al solo scopo di non dover loro confessare di aver costruito, nel giro di vent’anni, un castello di bugie che annoverava una finta laurea in medicina, un lavoro inesistente, una relazione clandestina e appropriazioni indebite di denaro ai danni dei suoi familiari. Merito di Carrère fu quello di non farsi catturare da una smania scandalistica o da una malsana curiosità voyeuristica per il cruento fatto di cronaca nera, o, ancora, dalla volontà di creare un’icona negativa; il suo approccio apparve quasi scientifico, da studioso della (dis)umana genia, da uomo che cerca di capire un altro uomo, che vuole vedere cosa ci sia dietro il mostro, il Diavolo, l’Avversario appunto, che cerca di comprendere quali terribili forze lo abbiano determinato, soggiogato, posseduto, condotto sino a quel punto, di dare un senso – se può mai esservi un senso – a un gesto così estremo, con la precisa consapevolezza di non potersi mai completamente dissociare da quella stessa natura che ci rende tutti umani, finiti, fallibili, labili, incapaci di riconoscere e non superare il flebile confine tra bene e male.

La vicenda di Romand e l’opera letteraria di Carrère sono stati utilizzati come incipit e punti di riferimento nel testo che l’ottima penna di Francesco Niccolini ha regalato alle cure registiche ed attoriali del magnifico duo del nostro teatro formato da Enzo Vetrano e Stefano Randisi per realizzare questo magnifico “Riccardo3 – L’Avversario”, la produzione Arca Azzurra Produzioni, Emilia Romagna Teatro, in collaborazione con Le Tre Corde – Compagnia Vetrano Randisi, giunta al Teatro Abeliano di Bari per quattro affollatissime repliche nell’ambito della Stagione del Teatro Pubblico Pugliese, pièce di accecante bellezza, generatrice di una serie infinite di domande che, da sole, ne varrebbero la visione.

Riccardo3 Vetrano Randisi MoschellaUn uomo, macchiatosi di un feroce assassinio, si risveglia, vinto dai suoi incubi, e, sotto lo sguardo vigile ed attento dei suoi controllori, rivive i suoi delitti immedesimandosi nel Riccardo III shakespeariano. Dove ci troviamo? In un manicomio criminale, come sarebbe facile affermare, o in un girone dantesco, dove l’omicida è costretto a rivivere perennemente i suoi delitti? Chi sono i due riluttanti figuri che lo accompagnano in questa rivisitazione? Infermieri, medici, psichiatri, diavoli, secondini, giudici? E, soprattutto, sono reali o immaginarie proiezioni della mente malata dell’uomo? Il protagonista decide scientemente di essere Riccardo, costringendo i due malcapitati a seguirlo ed assecondarlo in questa rappresentazione, quasi avesse preso spunto dall’Enrico IV pirandelliano, o vi è costretto, come fosse l’Alex dell’Arancia meccanica di Stanley Kubrick? Al termine del suo viaggio nell’orrore, la siringa che gli viene somministrata gli sarà letale (anche Romand ha tentato, invano, di togliersi la vita dopo la strage) o, in aperto richiamo alla amletica definizione del sonno, servirà solo ad addormentarlo in attesa del risveglio e della infinita riproposizione della sua diabolica performance, attore in uno spettacolo che non avrà mai fine, ostaggio di un angoscioso metateatro (in fondo, “recitare” per definizione del divino Vittorio Gassman “non è molto diverso da una malattia mentale: un attore non fa altro che ripartire la propria persona con altre; è una specie di schizofrenia”)? Guardandoci bene dal riportarvi le nostre risposte, non possiamo tacere che ancora una volta Vetrano e Randisi hanno vinto la loro personale battaglia con i classici, costruendo uno spettacolo che merita più di una visione, in cui le – giustamente – claustrofobiche scene ed i convincenti costumi di Mela Dell’Erba (in parte indossati al contrario da Vetrano, come fossero una volontaria camicia di forza), assieme alle perfette luci di Max Mugnai, sono un valore aggiunto per quella che si delinea come una folle corsa nella mente malata del protagonista, un inanellarsi di tessere che vanno a comporre la deviata e frustrata personalità di chi, come dice il Bardo, non può nemmeno accostarsi al mondo animale (“Non c’è bestia che sia tanto feroce da non conoscere almeno un briciolo di pietà. Ma io non la conosco, perciò non sono bestia.”), una continua apertura e chiusura di scatole cinesi, partendo dal numero del titolo – arabo e non romano – che è già di per sé una sollecitazione: tre come numero malvagio e difettivo; tre come numero cristianamente perfetto, che richiama la Trinità; tre come il simbolo atomico in chimica del litio, ritenuto indispensabile per la cura del disturbo bipolare dell’umore e nella prevenzione della fase maniacale e schizofrenica; tre come e-terno ripetersi della espiazione dell’omicida; tre come gli splendidi attori che si muovono sulla scena, Vetrano, Randisi e Giovanni Moschella. Il primo, nelle “sole” vesti del protagonista, è un Riccardo da antologia, cui non occorrono orpelli e malformazioni fisiche per donare profondità ed intensità ad una prova maiuscola, che rende perfettamente riconoscibile il suo personaggio come il mostro della porta accanto (a noi sono tornati in mente i coniugi Romano e la strage di Erba), una – in fin dei conti – simpatica canaglia, talvolta finanche divertente, con licenza di uccidere, un folle ma con metodo, un omuncolo finanche troppo piccolo quando si scopre preda di un infantile attacco isterico dovuto alla paura ed alla precisa individuazione delle sue colpe, mentre Randisi e Moschella sono addirittura stoici nell’affrontare un’impresa davvero erculea, pronti, ad un richiamo del loro aguzzino/vittima, ad interpretare tutti gli altri “sterminati” ruoli della creatura shakespeariana, confessori senza capacità assolutorie, testimoni senza colpe e condivisioni, impalpabili fantasmi terrorizzanti e terrorizzati: tre giganti, tutti tesi a costruire un meccanismo perfetto, una vera lezione di teatro che andrebbe mandata a memoria.

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