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REPORTAGE. Somaliland, la terra che non c’è

4 Gen 2015 | Nessun Commento | 1.571 Visite
Di:

somalilandDal giornalista Angelo Calianno fondatore del sito www.senzacodice.com, grande conoscitore di luoghi sconosciuti e considerati pericolosi riceviamo un suo articolo sulla Somalia e noi di LSDmagazine sempre aperti a dare voce agli “sconosciuti” lo pubblichiamo con piacere.

Un convoglio di 4 mezzi si muove verso l’ aeroporto di Hargeisa capitale del Somaliland, in uno di questi ci sono io, infilato  in un pick-up dai vetri oscurati circondato da soldati e poliziotti armati fino ai denti.

Partendo da questa scena si possono immaginare mille storie diverse, ma le cose non sono mai come sembrano, soprattutto qui…

Un mese prima.

Cosa rende un Paese tale? Chi dà ad un luogo il diritto di esistere, chiamarsi con un determinato nome, essere riconosciuto dagli altri come nazione?

Questo oggi è un discorso un po’ complicato, non bastano solo le rivoluzioni  ma ci sono difficili connessioni politiche e complicati  accordi internazionali.

Nel 1991, dopo una sanguinosissima guerra,  la Somalia unita crolla e si divide in Somalia, Puntland e Somaliland che si auto proclama repubblica indipendente, il paese non viene però riconosciuto dalla comunità internazionale (tranne che da Etiopia ed Inghilterra) e dalle Nazioni Unite risultando così di fatto inesistente, un paese che non c’è.

Come si vive in un luogo di cui i più ignorano l’ esistenza compresi gli stessi Stati vicini?

Affrontando un lungo viaggio via terra dall’ Etiopia cerchiamo di scoprirlo.

somaliland1Il posto di controllo del Somaliland è una casupola di mattoni con tetto in lamiera, dipinta su c’è la bandiera dello Stato, la “no man’s land” tra Somaliland ed Etiopia è uno dei posti più tristi che esista tra queste regioni.

Montagne di immondizia affollano i circa 300 metri della “terra di nessuno”.  Tra un cumulo e l’ altro, cani e gatti affamati si cibano delle carogne dei loro simili morti di fame, tra lo sporco ed in mezzo a questo scenario surreale i bambini giocano e cercano di scovare qualcosa di utile da portare a casa contendendoselo con i compagni.

Ci sarebbe molto da riflettere sul modo di pensare occidentale, quello che non vuole costruire discariche o pozzi di petrolio davanti alla sua vista ma che non batte ciglio se lo si fa altrove, il risultato sono questi luoghi, come tutto arrivi qui è un’ altra storia che un giorno racconteremo in maniera più esaustiva.

Per arrivare in Somaliland via terra il viaggio è scomodo ma di certo avventuroso, si pernotta in posti improbabili, e come in questo caso, si viaggia trovando come unico posto il cofano di una vecchia Mercedes che fa spola tra una confine e l’ altro, in queste macchine omologate per 5 persone a volte si arriva a stare in 10.

Dopo il confine, un strada piena di buche, posti di blocco e fango, si arriva finalmente ad Hargeisa, la capitale  porta ancora i segni della guerra con case diroccate e murales che mostrano i mutilati della guerra trionfanti dopo la rivoluzione.

somaliland2Ufficialmente, capitale a parte, per girare e poter intervistare le persone in questo paese c’è bisogno di pagare un soldato di scorta che viaggi con me per tutto il tempo, ma un colpo di fortuna si materializza in una voce che esce da un pick-up in mezzo alla strada dove un ufficiale mi chiede in inglese : “buongiorno, benvenuto, da dove viene?”

Alla mia risposta l’ ufficiale comincia a parlare in italiano rivelando che, quando la Somalia era sotto controllo italiano, aveva frequentato la scuola sottufficiali carabinieri a Modena, davanti ad un caffè al posto di polizia, Faisal, ufficiale di polizia, mi dona un lascia passare per poter girare il paese in libertà e senza scorta.

Il Somaliland è un paese radicalmente islamico, ma molto lontano dalle Jihad mediorientali, questo Stato ha lottato per la sua indipendenza perché stanco delle continue violenze e lotte dei gruppi estremisti somali come Al-Shabab.

Un uomo tornato qui dopo aver vissuto per anni tra Canada e Yemen racconta:

“nessuno qui ci riconosce, molti non sanno che esistiamo, ma il Somaliland è un luogo strategico, siamo stati riconosciuti dall’ Etiopia perché tutto quello di cui hanno bisogno arriva dal mare: cibo, vestiti, telefoni, computer,  arrivano dalla Cina via medio oriente  e visto che sono in guerra con l’ Eritrea,  l’ unico accesso è il porto di Berbera qui in Somaliland.

L’ Inghilterra ci riconosce perché può usarci come avamposto contro Al-shabab e la pirateria del golfo di Aden, insomma come sempre le nazioni ti sono amiche solo quando gli servi, non serviamo a nessun altro quindi non abbiamo una nostra economia, non possiamo esportare niente, non esistendo ufficialmente, e siamo anche soggetti a diversi attentanti da parte degli estremisti somali che vorrebbero riconquistare i nostri porti.

Io sono tornato per starmene in pace nella mia terra, masticare chat (la droga locale in foglie che si trova in ogni angolo della strada) e vendere i miei anelli al mercato, non ho bisogno di molto altro.”

Attraversato questi posti remoti  spesso ci si chiede come si vive in un luogo che gli altri non riconoscono, la risposta è: esattamente come nel resto del mondo ma con molti, molti più problemi.

Un convoglio di 4 mezzi mi accompagna all’ aeroporto di Hargeisa, sono i militari e le forze di polizia che in questo mese ho intervistato  e con cui ho condiviso tante storie, sono qui tutti per salutarmi, il confine via terra è chiuso ed ora l’ unico modo di uscire è la via area.

Tra abbracci, strette di mano e saluti militari mi chiedo se mai verrà il giorno in cui non avremo più bisogno di un pezzo di carta per dire che esistiamo, in cui non avremo bisogno che qualcun altro ci dia il permesso di essere quello che sogniamo di diventare, fino ad allora posti come questi saranno sempre “ una terra che non c’è”.

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