Randolfo Pacciardi, in ricordo dell’ultimo mazziniano
Uno dei problemi che la storia non ha mai affrontato in modo esaustivo, dell’Italia post-bellica è rappresentato dall’accusa formulata a carico di chiunque ponesse in dubbio l’esigenza di modifica della Carta Costituzionale del 1948: golpista o neo-fascista.
Randolfo Pacciardi nasce nel 1899 a Giuncarico, vicino a Grosseto. Fin da ragazzo abbraccia le idee mazziniane, e si distinse per la fede democratica e repubblicana. Animato da questi sentimenti, a sedici anni, falsifica i suoi documenti e combatte, come volontario nella prima guerra mondiale; questo conflitto, nelle speranze di molti democratici, avrebbe dovuto essere l’ultima lotta del Risorgimento. Sul campo, conquista varie decorazioni, e tuttavia, ma a motivo delle sue idee politiche, non ottiene la medaglia d’oro. Finita la guerra, “l’insulso avvocatino di Grosseto”, come lo definisce Mussolini, fonda, insieme a Raffaele Rossetti, “Italia Libera” il movimento degli ex-combattenti antifascisti. Fino al 1922 si impegnò nella lotta su due fronti, al fascismo ed al socialismo massimalista, in favore della Repubblica Democratica; ma dopo la marcia su Roma, la lotta al fascismo divenne prioritaria. Con i suoi compagni sfilerà anche sotto il balcone di Mussolini; dopo questo atto di coraggio fu invitato ad un incontro con Gramsci; la proposta del leader comunista era di unire le forze antifasciste. Poco dopo Gramsci fu arrestato e Pacciardi venne espulso dall’Italia (’26), così il progetto cadde e non fu più ripreso. Aderì, come indicava il partito repubblicano, a “Giustizia e Libertà“. Da allora rimase sempre un convinto fautore del fronte comune antifascista. Durante il suo esilio si adoperò per “esportare” l’antifascismo nell’opinione pubblica estera e per dimostrare agli italiani che gli antifascisti continuavano ad esistere e a combattere, nonostante la stampa fascistizzata li considerasse ormai completamente annientati. Fu lui a scrivere i manifesti antifascisti lanciati da Bassanesi su Milano. Allo scoppio della guerra di Spagna nel 1936, fu tra i primi militanti antifascisti italiani a recarsi a combattere contro Franco in favore del Fronte Popolare. Quando si formarono le brigate internazionali, Pacciardi, grazie alla sua grande abilità militare, divenne il comandante del battaglione Garibaldi, alla cui guida, nel marzo del 1937, sconfisse le truppe fasciste a Guadalajara. Fu la prima sconfitta del fascismo.
In Spagna conobbe e strinse amicizia con Hemingway e Malraux, oltre che con molti giornalisti. Il personaggio Pacciardi, grazie agli scritti di questi giornalisti e scrittori, fece il giro del mondo; fioriscono gli aneddoti su quel periodo, e non tutti di natura militare: pare, ad esempio, che il film “Casablanca” sia stato ispirato a Curtiz proprio dal “Leone di Guadalajara“, come venne soprannominato. Il suo impegno sul fronte spagnolo si interruppe quando Stalin ordinò la repressione degli anarchici e dei comunisti dissidenti del POUM. Pacciardi si oppose a questa decisione e dovette abbandonare le brigate internazionali e, la lotta in Spagna. Non si esaurì, tuttavia, la sua azione di antifascista. In Francia 1938-39 fu il direttore di un settimanale, “Giovane Europa“, di ispirazione mazziniana, che propugnava la lotta antifascista ed antinazista unitamente ad un forte europeismo. Nel 1941 giunse negli Stati Uniti, dopo un viaggio avventuroso, iniziato a Casablanca, a bordo del piroscafo Serpa Pinto. Qui propose la formazione di una legione di volontari italiani da impiegare poi sul fronte tedesco contro Hitler, ma non contro gli italiani di Mussolini, a fianco degli U.S.A. Il progetto fallì nonostante adesioni importanti, tra cui Sforza, Sturzo, Salvemini, Toscanini e, in generale, tutta la Mazzini Society, per l’opposizione del Governo statunitense. Dopo lo sbarco in Sicilia, non accettò alcun compromesso con Badoglio e con la Monarchia; per la sua intransigenza fu osteggiato da Churchill, e non poté rientrare in Italia. Terminata la guerra Pacciardi, finalmente in patria, divenne dirigente del Partito Repubblicano e dal 1948 al 1953 ricoprì la carica di segretario politico; fu eletto alla Costituente e più volte in parlamento. Fu nominato vicepresidente del Consiglio 1947-48 e Ministro della Difesa (dal ‘48 al ‘53), con De Gasperi. In quegli anni si radicalizzarono le sue posizioni anticomuniste e atlantiste; sono di quel periodo le prime polemiche con i socialisti, i comunisti e persino con alcuni esponenti del suo stesso partito. Nel 1960-64, si oppose fortemente alla formazione dei governi di centrosinistra. All’interno del suo stesso partito si delineò così un violento contrasto con Ugo La Malfa, che del centrosinistra fu tra i più convinti fautori. Lo scontro giunse al suo massimo nel 1961 quando Pacciardi malmenò La Malfa. Con la vittoria della formula di centrosinistra Pacciardi fu, di fatto, cancellato dal panorama politico italiano. Tutta la classe dirigente italiana era ormai su posizioni lontanissime dalle sue. Nel 1963 fu espulso dal P.R.I.con la mozione così detta della “pacciardizzazione”. Da allora, le sue lotte non furono mai condivise dai partiti di governo e il rapporto coi Repubblicani si deteriò ulteriormente. Pacciardi nel 1964, ormai su posizioni apertamente di destra, chiese al Capo dello Stato di sciogliere le Camere e di nominare un Governo di salute nazionale, per scongiurare una supposta minaccia comunista. Questo Governo sarebbe dovuto essere composto da militari e tecnici. Dopo questa proposta, considerata ai limiti della Costituzione, lo strappo con gli organi di potere divenne insanabile e la sua esclusione dal mondo politico fu pressoché totale.
Nello stesso anno, aveva fondato un movimento, denominato “Unione popolare Democratica per una Nuova Repubblica“, che si proponeva di modificare l’ordinamento istituzionale italiano in favore di una Repubblica Presidenziale, proposta portata avanti coerentemente fin dal 1922, secondo l’insegnamento mazziniano e l’esempio americano; il nuovo movimento era nettamente orientato a destra, e nelle sue fila si inserirono parecchi post-fascisti, conservatori, e post-monarchici. La sua idea politica era quella di rendere il Governo più indipendente dal Parlamento, guardando anche al modello presidenziale applicato da De Gaulle in Francia, e, per conseguenza, di limitare i poteri del Parlamento stesso, ossia delle segreterie dei partiti e delle clientele. E, inoltre, sosteneva che nelle Repubbliche Presidenziali la sovranità popolare è effettiva, non finzione, come nella nostra Repubblica, infatti, tutte le cariche istituzionali più importanti, eccetto quelle giudiziarie, sono elette direttamente dal popolo. Le sue critiche alla Costituzione, che pure aveva contribuito a scrivere, si fecero sempre più ampie: oggetto dei suoi attacchi, quindi, fu il numero esagerato di parlamentari, ed eccessiva gli appariva la maggioranza del 75% necessaria per modificare la Costituzione. Le sue proposte, assai radicali e formulate quando, forse, non erano ancora maturi i tempi, gli provocarono una sostanziale esclusione dalla vita politica. Fu anche accusato di aver cospirato contro la repubblica per eliminare i comunisti, e, in particolare, di aver partecipato al presunto tentativo di colpo di stato ideato da Edgardo Sogno 1974. Secondo il progetto di Sogno, Pacciardi sarebbe diventato il futuro Presidente forte della Repubblica secondo il progetto di riforma.
Molto tempo dopo fu riaccolto nel Partito Repubblicano, che aveva ormai fatto proprie molte delle battaglie di Pacciardi, a partire dal presidenzialismo. A novantadue anni, nel 1991, è morto a Roma.
Tag: battaglione garibaldi , giovane europa , giustizia e libertà , italia libera , raffaele rossetti , randolfo pacciardi
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