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“Pitecus”: l’universo geniale di Antonio Rezza e Flavia Mastrella al Teatro Kismet di Bari

4 gen 2019 | Nessun Commento | 424 Visite
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rezza pitecus“La gente pensa a fondo perduto; (la performance) non finisce quando pensate voi, perché sarebbe la fine di un’utopia. Quando non capite, finisce: prendetelo come metodo!” (Antonio Rezza) “Antonio Rezza è l’artista che fonde totalmente, in un solo corpo, le due distinzioni di attore e performer, distinzioni che grazie a lui perdono ogni barriera, creando una modalità dello stare in scena unica, per estro e a tratti per pura, folle e lucida genialità. Flavia Mastrella è l’artista che crea habitat e spazi scenici che sono forme d’arte che a sua volta Rezza abita e devasta con la sua strepitosa adesione; spazi che abita e al tempo stesso scardina, spazi che diventano oggetti che ispirano vicende e prendono vita, grazie alla forza performativa del corpo e della voce di Rezza. Da questo connubio sono nati spettacoli assolutamente innovativi dal punto di vista del linguaggio teatrale.” (dalla motivazione ufficiale al Leone d’Oro alla carriera assegnato dal Festival Internazionale di teatro della Biennale di Venezia 2018) In tempi oscuri come quelli che ci è dato in sorte di vivere, fa bene, di tanto in tanto, lasciarsi avvolgere da un senso di appartenenza, sentirsi parte di un popolo o, meglio, di una tribù che, ad intervalli pressoché regolari, sembra non poter fare a meno di riunirsi per farsi risvegliare, sollazzare, pungolare, insultare, stimolare da colui che ha eletto a suo sacerdote. E pur potendo immaginare il disappunto dell’interessato qualora venisse a conoscenza delle anzidette parole, non vi è dubbio che il nome di Antonio Rezza abbia ormai questa valenza per quanti (noi tra i primi) accorrono ad ogni nuovo appuntamento con l’artista novarese, ma romano d’adozione, e con la scultrice, regista ed autrice Flavia Mastrella, sua sodale artistica e di vita dal 1987, come è puntualmente accaduto anche quest’anno in un Teatro Kismet pullulante come non mai per l’unica replica dello spettacolo “Pitecus”, inserito nell’annuale cartellone dei Teatri di Bari ed in una intensa tournée del nostro in terra di Puglia che lo ha visto protagonista sempre al Kismet, con due affollatissime repliche di “Fratto_X”, (recensito in altra pagina del nostro Magazine cui vi rimandiamo), poi a Trani ed infine al risorto Teatro Radar di Monopoli per l’intera ultima notte dell’anno. “Pitecus”, che prende il titolo da una contrazione del nome scientifico degli australopitechi (letteralmente “scimmia del sud”), primati della famiglia degli ominidi probabilmente appartenuti alla linea evolutiva dell’uomo, è un cavallo di battaglia, un’icona del Rezza/Mastrella-pensiero, un lavoro che, da solo, può spiegare l’intero universo di questi due Artisti assolutamente unici nel panorama teatrale mondiale, ma, pur essendo uno spettacolo del 1995, è, anche e soprattutto, la – nient’affatto datata – fotografia di un’umanità disfatta, votata anch’essa, come le suddette scimmie, all’estinzione per effetto di un (in)comprensibile degrado naturale. Nella – come sempre – geniale scenografia ideata dalla Mastrella, essenziale per la riuscita della pièce, traboccante di teli che, scorrendo su un’asta, diverranno gli abiti di scena del nostro, se non addirittura la sua protesi, il mezzo attraverso cui il corpo dell’attore si offre al rito teatrale, Rezza, armato solo della sua improbabile fisicità e della sua caleidoscopica voce, riuscendo a produrre roboanti esplosioni di risate finanche con il solo spostamento delle ciglia o con l’emissione di un insignificante verso, si muove inspiegabilmente a suo agio, scoprendo di volta in volta i suoi personaggi, incontrandoli, lasciandosene attraversare, in un paradossale ed incalzante gioco al massacro ed al rialzo in cui la posta cresce in modo esponenziale, talvolta andando oltre la comprensione stessa del pubblico, lasciando che gli aspetti più abietti, meschini, boccacceschi e primitivi dell’essere umano emergano in modo esplosivo, per lo più deflagrante ed implodente, dalle viscere di un universo per troppo tempo celato, pronti a sommergere lo spettatore come un apocalittico tsunami. Affiorano disordinate le distorte, scorrette e non conformi storie di Gidio, solitario consapevole, delle sorellastre di Cenerentola, del padre preoccupato dell’omosessualità del figlio, del figlio preoccupato della dipendenza dalla droga dei genitori, del costruttore di barriere architettoniche che sfida i portatori di handicap, del tizio che aspetta l’autobus per ore, e di tanti altri animali suburbani, in un vortice inarrestabile ed infinito, animato da una ciclopica forza espressiva, certamente innata ma apparentemente finanche semplice da realizzarsi, tanto da far sembrare l’intera performance frutto di una gigantesca improvvisazione di Rezza e non – come, viceversa, in realtà è – di un folle e certosino lavoro di scrittura, se non di fine tessitura, operato negli anni assieme alla fida Mastrella, a fronte del quale occorre stare attenti ad ogni dettaglio, disponendosi al “ragionamento in tempo reale o finanche a quello retroattivo”, in cui l’affettuoso sberleffo nei confronti del pubblico diviene irrinunciabile e spassosissimo tormentone, ma – come ci è già capitato di scrivere in passato – “senza che vi sia modo di offendersi, a meno di dimostrare atavica ottusità ed assoluta difficoltà di abbandonarsi alle giullaresche intemperanze di un vero Genio del nostro teatro”, cui occorre invece abbandonarsi “così da poter riabbracciare, fosse anche solo per una sera nella propria vita, il proprio primigenio fanciullino, quel folle folletto che dimora nella nostra stessa natura ma preferiamo tener stipato nella più profonda voragine del nostro spirito, magari per celarlo agli occhi degli altri, un primordiale homo habilis che, solo grazie all’opera del fantastico duo, si slega dalla rete in cui anni, secoli di convenzioni lo hanno costretto, rinascendo a nuova vita, finalmente padrone della propria identità e pronto a realizzare la sua personalissima rivoluzione anarchica, l’unica possibile”, la sola che, come Rezza e Mastrella auspicano, può ancora permetterci di mantenere “vivi lo spirito critico e la fantasia”.

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