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Piers Faccini funambolo di stili in “My Wilderness”

25 dic 2011 | Nessun Comento | 568 Visite
Di:

My WildernessIn Piers Faccini convivono storie anagrafiche che lasciano pensare ad una formazione cosmopolita. Ma, evidentemente, discendenza condivisa tra Italia e Gran Bretagna e decisione quasi ascetica di vivere sui monti Cevenne in Francia, non hanno colmato certe urgenze di apertura al mondo. My Wilderness, quinto album del cantautore dal passaporto inglese, amplia la sperimentazione di suoni carpiti a terre lontane. Molteplici sono le sfumature custodite in questi 11 bozzetti di dolce potenza espressiva, capaci di donare un’esperienza suggestiva.

Chiaroscuri di vita e confessioni senza tempo si alternano tra chitarre acustiche, archi, ottoni, e strumenti meno noti nel nostro continente (come la kora africana e l’er-hu asiatico).
Affiorano rimandi alle modulazioni dei Tinariwen e al denso stile di Ben HarperTribe sembra un blues dell’americano – ma ad incantare è il ruolo preminente che Faccini assegna alla propria voce. Arricchito da un mucchio di quiete che protende alla mestizia, il modo euritmico di soffiare ogni vocabolo sembra lusinga al testo interpretato che ricorda quel tratto raffinato appartenuto a Jeff Buckley. Tracce se ne scorgono in The Beggar & The Thief, con quel mantra sibillino eppure chiarificatore (Roam until I roam no more/ Run until I run no more), che riluce tra le pieghe di uno spaccato di vita agrodolce: l’incontro tra un mendicante prostrato dalle avversità e un ladro che magnifica la vita slegata da opprimenti nodi geografici. Qui, e per quasi tutto l’album, il sound levantino aleggia verso l’arsura dei deserti africani, dove si carica di energia e si disperde in direzioni sorprendenti. Più vicine a linguaggi mainstream risultano No Reply, un folk mediterraneo (quasi partenopeo), My Wilderness ballad segnata da deviazioni qawwali e Say But Don’t Say scaldata dalle vibrazioni del contrabbasso e dal leggero lisciare di spazzole sul rullante, con il violino di Rodrigo D’Erasmo (Afterhours) a fare rotta verso occidente.

Faccini armeggia anche con ritmi gitani e andatura orientaleggiante per gran parte dell’album, ma è Dreamer che rende la cifra di quanto l’autore ami risolvere la propria musica in questa fusione di stili. Ad animare le sessions casalinghe che hanno dato vita a questo splendido disco, hanno contribuito il bassista Jules Bikoko, il batterista Simone Prattico e il già citato violinista Rodrigo D’Erasmo: un ensemble multietnico messaggero di accenti diversi.
Piers Faccini è un funambolo capace di accollarsi rischi, conscio che a maggior pericolo corrisponde maggior lustro. My Wilderness pare un trionfo.
[wp_youtube]C-6G2ffWGqE&feature=youtu.be[/wp_youtube]

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