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Piero Gobetti il Liberale ammazzato dalle manganellate fasciste

16 ott 2018 | Nessun Commento | 204 Visite
Di:

Piero_Gobetti“Cosa ho a che fare io con gli schiavi?”

Una delle figure più importanti ma quasi dimenticata dell’anti-fascismo, serio, maturo, concreto, ideale è sicuramente Piero Gobetti. Giovanissimo studioso e scrittore, Liberale ed Illuminista. Nato a Torino nel 1901 da una famiglia di piccoli commercianti e di carattere modesto, figlio unico è destinato subito agli studi, al liceo incontra un professore che lo inizia agli scritti di Giovanni Gentile. Inoltre, legge L’Unità di Gaetano Salvemini che gli ispira l’interventismo democratico, così anticipa di un anno la maturità per poter partire volontario nel 1918 alla prima guerra mondiale.

Terminata la guerra si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza all’Università di Torino ed incontra Luigi Einaudi che rafforza il suo spirito anti-statale in economia, il liberalismo ed il liberismo, inoltre, incontra Gaetano Mosca, Gioele Solari, ecc.

Il 1º novembre del 1918  esce il primo numero del quindicinale Energie Nuove, nel quale scrive di voler «portare una fresca onda di spiritualità nella gretta cultura di oggi non c’è mai momento inopportuno per lavorare seriamente». Ispirata alle idee liberali di Einaudi, è vicina all’Unità di Salvemini, del quale riporta, nel secondo numero, l’aspra critica alla classe dirigente italiana.  Inizia anche la collaborazione con Giuseppe Prezzolini a “La Voce”.

Nell’aprile del 1918, Gobetti sospende la pubblicazione della rivista per poter partecipare, a Firenze, al Primo Congresso degli Unitari, i sostenitori della rivista di Salvemini, della quale egli è fondatore e rappresentante del Gruppo torinese. Può così conoscere di persona l’intellettuale pugliese. A seguito del Congresso, gli Unitari fondano la Lega democratica per il rinnovamento della politica nazionale, una formazione politica che non riuscirà nemmeno a presentarsi alle elezioni del 1919.

Salvemini deve aver compreso le qualità di Gobetti se arriva a offrirgli la direzione de L’Unità, una proposta che il giovane torinese, però, lascia cadere. Non si sente pronto per tanto impegno. E s’impone un piano di studi: studiare e ristudiare Gentile, Croce, Labriola e Sorel.

Queste note sembrano riflettere anche la polemica che, appena riprese le pubblicazioni il 5 maggio, Energie Nove aveva avuto con L’Ordine Nuovo- al tempo sprezzantemente definito dallo stesso Gobetti un «giornaletto torinese di propaganda» – di Togliatti, che aveva accusato Gobetti di idealismo astratto, e di Gramsci, che aveva definito velleitaria la Lega democratica. Ora in Gobetti vi è il segno di un’inquietudine nuova, provocatagli dall’esperienza della Rivoluzione Russa e dallo sviluppo del movimento operaio, molto attivo a Torino. Pubblica due numeri unici sul socialismo, conosce personalmente Gramsci, stimandolo e venendone apprezzato, del quale pubblica un articolo, studia il russo con la fidanzata Ada.

Il 12 febbraio del 1920, la rivista Energie Nove cessa le pubblicazioni. In giugno si consuma anche il distacco con la Lega democratica degli amici di Salvemini. Cerca di rintracciare le radici del Risorgimento italiano studiando la cultura piemontese del Sette-Ottocento.

La presa di distanza dall’azione politica di Salvemini – la sua ammirazione personale nei suoi confronti resterà comunque intatta: gli rimprovera, come scriverà pochi anni dopo, di intendere l’azione politica unicamente come «una questione di morale e di educazione ».

Prosegue i suoi studi sul Risorgimento e sulla Russia, terminando in ottobre La Russia dei Soviet: è la volontà di comprendere funzioni e limiti di due esperienze rivoluzionarie, che lo porterà ad affermare come la prima sia una rivoluzione dall’alto mentre quella sovietica, che, a suo avviso, ha espresso dirigenti come Lenin e Troskji, che non sono soltanto dei bolscevichi, rappresenta la creazione dal basso di un nuovo Stato, nel quale il popolo abbia fiducia proprio in quanto avvertito come opera propria, «è essenzialmente un’affermazione di liberalismo».

Sono concetti ripresi, il 30 novembre, in un articolo pubblicato su L’Educazione Nazionale, il Discorso ai collaboratori di Energie Nove, nel quale individua nel movimento operaio un «valore nazionale»: la novità, venuta dalla Russia e che sembra farsi strada anche in Italia, consiste nel fatto che «il popolo diventa Stato. Questo non avrebbero fatto i liberali, questo non possono fare dei marxisti. È il primo movimento laico d’Italia. È la libertà che s’instaura». Il suo avvicinamento alle posizioni dei giovani comunisti dell’Ordine Nuovo ha anche il concreto effetto di una collaborazione dal gennaio del 1921.

A luglio, a Torino, deve assolvere gli obblighi di leva: «la vita militare è la consacrazione di tutti gli egoismi e di tutte le meschinità [...] la meccanicità pervade ogni forma di vita; tutto si riduce a elemento, a vegetazione. La caserma è l’antitesi del pensiero».

Il 12 febbraio del 1922, esce il primo numero della sua nuova rivista settimanale, La Rivoluzione Liberale, in cui collaboreranno spesso anche Giustino Fortunato, Antonio Gramsci e Luigi Sturzo: l’obiettivo, come indicato nell’Avviso ai lettori, è pur sempre quello di Energie Nove, ossia di formare una classe politica nuova ma, ora si aggiunge, che sia cosciente «delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato». E poiché l’Unità di Salvemini ha cessato le pubblicazioni nel dicembre scorso, La Rivoluzione Liberale intende proseguire gli «sforzi di riorganizzazione morale che nell’Unità si avvertirono».

Il 26 marzo vi pubblica la Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale e a maggio dedica un numero intero all’emergente movimento fascista; il mese successivo consegue la laurea e, l’anno seguente, pubblicherà la sua tesi sull’Alfieri. Gobetti è vivamente colpito dagli scritti del patriota e federalista italiano Carlo Cattaneo, del quale è uscita in quei giorni un’antologia curata da Salvemini.

Su Cattaneo scrive, il 17 agosto, un articolo sull’Ordine Nuovo - sono i giorni della devastazione fascista della sede della rivista comunista – firmandosi Giuseppe Baretti: rappresentante della critica del processo unitario risorgimentale, Cattaneo fu emarginato dalla classe dirigente moderata. Eppure il Cattaneo «avversò non l’Unità, ma l’illusione di risolvere con il mito dell’Unità».

Favorito dall’inerzia dei Savoia e dalla complicità dei dirigenti Liberali, il fascismo procede alla conquista del potere e Gobetti non s’illude che con esso si possa venire a compromessi e lo si possa acquistare alla causa democratica. Il 23 novembre scrive L’elogio della ghigliottina.

L’11 gennaio del 1923, sposa Ada Prospero: vanno ad abitare nella sua casa natale di via XX Settembre 60, che diviene anche la sede della casa editrice che egli fonda, col suo nome, ad aprile: la Piero Gobetti Editore, che pubblicherà, nei due anni della sua esistenza, 84 titoli. In qualità di editore, Gobetti porta in Italia, traducendoli, alcuni dei libri e degli autori simbolo del pensiero liberale classico, come John Stuart Mill. È tra i primi a pubblicare i libri di Luigi Einaudi ed è lui a pubblicare, nel 1925, la prima edizione di “Ossi di seppia”, una delle più famose raccolte di poesia di Eugenio Montale. I libri editi da Gobetti furono in molti casi dati alle fiamme o comunque distrutti sotto il fascismo e, per questo motivo, sono in molti casi introvabili, come il volume dedicato al deputato socialista Giacomo Matteotti.

Tutti i suoi libri riportano in copertina un motto liberale, scritto in greco antico in modo circolare, che recita testualmente ”Cosa ho a che fare io con gli schiavi?”. Gobetti e la Prospero si trasferiranno poi in via Fabro 6, attuale sede del Centro di Studi a lui intitolato. Il 6 febbraio è arrestato perché sospetto di «appartenenza a gruppi sovversivi che complottano contro lo Stato»: rilasciato cinque giorni dopo, subisce un nuovo arresto il 29 maggio, provocando un’interrogazione parlamentare alla quale il governo risponde che Gobetti «era stato redattore dell’Ordine Nuovo di Torino, giornale anti-nazionale; la rivista che egli dirige, conduce da tempo una campagna contro le istituzioni e il Governo fascista; il Prefetto si è perciò sentito in diritto di far operare una perquisizione e il fermo di Gobetti per misure di ordine pubblico».

Gobetti replica con una lettera ai giornali, ribadendo la sua funzione di oppositore del fascismo, e aggiunge, nei libri stampati dalle sue edizioni, il motto «Che ho a che fare io con gli schiavi?».

Dopo aver preso le distanze dal Prezzolini, che ha scelto il disimpegno di fronte al fascismo, rinnega anche il suo originario gentilismo: il Gentile è incapace «di dar ragione di ogni fatto politico, nel suo semplicismo pratico la filosofia gentiliana mostra caratteristicamente i suoi limiti e la nessuna aderenza al reale».

Le tematiche liberali maggiormente sentite trovano una prima e ultima sistemazione in La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, frutto maturo delle esperienze giornalistiche precedenti, dato alle stampe nell’aprile del 1924.

Benito Mussolini, invece fece in modo da soffocare la lotta politica, quando questa più di ogni altra cosa era necessaria all’Italia. Gobetti vuole la “rivoluzione liberale”, cioè un nuovo Liberalismo; nutre una forte avversione per il fascismo, anche perché non è qualcosa di nuovo ma, anzi, il risultato ottenuto da coloro che hanno governato l’Italia: è quindi una condanna della vecchia classe dirigente liberale.

Il fascismo nasce dall’invadenza del cattolicesimo e dalla demagogia dell’Italia liberale: “Fascismo come autobiografia della nazione”, il fascismo è, insomma, solo l’incancrenirsi dei mali tradizionali della società italiana. La società tradizionale italiana reagisce sostenendo una forza conservatrice come quella del fascismo, anche se in realtà qualcosa di buono nell’Italia del primo dopoguerra vi era stato: il proletariato (soprattutto quello torinese) che tenta di assumere su di sé la responsabilità di mutare lo stato delle cose. La borghesia ha perso ogni funzione propositiva, è una classe parassitaria che si è adagiata e aspetta tutto dallo Stato; si blocca così ogni istanza di rinnovamento: la funzione liberale e libertaria è assunta dal proletariato. Le considerazioni politiche di Gobetti risentono della sua opinione sulla storia italiana, in Risorgimento senza eroi, Gobetti descrive questo periodo come un’epopea patriottarda di cui simbolo è Giuseppe Mazzini (tante parole, pochi fatti): al Risorgimento sono mancati il pragmatismo e il realismo.

Ci sono due eroi nel Risorgimento per Gobetti e sono Carlo Cattaneo e Cavour, due figure assai distanti tra loro ma accomunabili per il loro pragmatismo: Cattaneo piace a Gobetti per la sua volontà di operare, per la capacità di propugnare istanze pragmatiche e vuote di retorica; Cavour è uomo che media per raggiungere degli obiettivi, ha mire di lungo periodo. Il Risorgimento di Cattaneo è sconfitto, ma non quello di Cavour; entrambi, però, hanno instillato nella società italiana lo spirito della competizione e l’ideale di assunzione di responsabilità.

Nel maggio del 1924, Gobetti si reca a Parigi e a Palermo, per incontrare alcuni amici. I suoi spostamenti sono seguiti dalla polizia italiana e, il 1º giugno, Mussolini  telegrafa al Prefetto di Torino, Enrico Palmieri: «Mi si riferisce che noto Gobetti sia stato recentemente a Parigi e che oggi sia in Sicilia. Prego informarmi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore di governo e fascismo». Il Prefetto obbedisce e, il 9 giugno, Gobetti viene percosso, la sua abitazione perquisita e le sue carte sequestrate. Come scrive a Emilio Lussu, la polizia sospetta che egli intrattenga rapporti in Italia e all’estero per organizzare le forze antifasciste.

È il giorno che precede la scomparsa di Giacomo Matteotti, il cui corpo verrà ritrovato solo in agosto, ma subito si ha la certezza che si tratti di un omicidio perpetrato da sicari fascisti. Gobetti ne traccia un profilo il 1º luglio.

Auspica la formazione di “Gruppi della Rivoluzione Liberale”, formati da uomini di tutti i partiti antifascisti, che combattano il fascismo, questo fenomeno politico che trae i motivi del suo successo e della sua conservazione dalla creazione di «un esercito di parassiti dello Stato». Occorre, a questo scopo, formare un’economia moderna con un’industria «libera da ogni protezionismo e da ogni paternalismo di Stato» e con «una classe proletaria politicamente intransigente  aiutare i partiti seri e moderni a liberarsi dei costumi giolittiani. La guerra al fascismo è questione di maturità storica, politica, economica».

Questi articoli e quello in cui accusa il deputato fascista, grande invalido di guerra, Carlo Delcroix, di manovre parlamentari definite «aborti morali», provocano il sequestro della rivista ed una violenta aggressione da parte di uno squadrone fascista. Persino un articolo del barese Tommaso Fiore contro il criminale fascista Amerigo Dumini, apparso su La Rivoluzione Liberale del 23 settembre, fornisce il pretesto al Prefetto di Torino di sequestrare la rivista. Con il Fiore e con Guido Dorso pubblica un Appello ai meridionali e con il Saluto all’altro Parlamento appoggia l’iniziativa aventiniana, dalla quale si aspetta un’opposizione intransigente e un esempio di rinnovamento dei costumi parlamentari italiani.

Il 23 dicembre del 1924, Gobetti fonda una nuova rivista, Il Baretti alla quale collaborano, tra gli altri, Augusto Monti, Benedetto Croce ed Eugenio Montale. Come La Rivoluzione Liberale è dedicata a temi storico-politici. Il riferimento a Giuseppe Baretti, letterato italiano vissuto a lungo all’estero, e alla sua Frusta letteraria, esempio di polemica vivace e irriverente, scrive Gobetti nel numero d’esordio.

In ossequio alle direttive mussoliniane, proseguono i sequestri della sua rivista: «rimedieremo ai sequestri rifacendo l’edizione» – scrive Gobetti il 1º febbraio del 1925 - e anche quel numero viene sequestrato con il pretesto di «scritti diffamatori dei poteri dello Stato e tendenti a screditare le forze nazionali». Pubblica la traduzione de La Libertà di John Stuart Mill, con la prefazione di Luigi Einaudi, il quale scrive che «quando, per fiaccare la voce dei ribelli, si assevera dai dominatori la unanimità del consenso, giova rileggere i grandi libri sulla libertà». Anche produrre «citazioni di scrittori del passato» che non collimino col pensiero del Regime può essere «tendenzioso» e perciò provocare, l’8 marzo il sequestro della rivista, come accade anche molte altre volte: l’8 giugno è arrestato Gaetano Salvemini, che ha pubblicato sul foglio clandestino Non Mollare l’articolo “Mussolini il mandante”. Altri sequestri de La Rivoluzione Liberale avvengono il 28 giugno e il 19 luglio.

Un periodo di serenità per Piero e la moglie Ada – che aspetta un bambino – è rappresentato da un viaggio a Parigi e a Londra; nella capitale francese, Gobetti pensa di stabilire una sua casa editrice. D’altra parte, Gobetti intende ancora rimanere in Italia: «rimarrò in Italia fino all’ultimo. Sono deciso a non fare l’esule».

Il 5 settembre, è nuovamente vittima dei pestaggi squadristi, ma è ancora intenzionato a rimanere in Italia.

Il 27 ottobre, poiché «i ripetuti sequestri a nulla hanno valso, e che il periodico in parola, sotto l’aspetto di critiche e di discussioni politiche, economiche, morali e religiose, che vorrebbero assurgere ad affermazioni e sviluppi di principi dottrinari, mira in realtà, con irriverenti richiami, alla menomazione delle Istituzioni Monarchiche, della Chiesa, dei Poteri dello Stato, danneggiando il prestigio nazionale, e nel complesso può dar motivo a reazioni pericolose per l’ordine pubblico, persistendo in violazioni sempre più gravi ai vigenti decreti sulla stampa», il Prefetto d’Adamo diffida «il Direttore responsabile del periodico La Rivoluzione Liberale, Prof. Piero Gobetti, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 2 del R. D. 15 luglio 1923, n. 3288, e del R. D. 10 luglio 1924, n. 1081», ad adeguarsi alle direttive del Regime e poiché l’8 novembre la rivista disattende l’ordine, l’11 novembre il Prefetto ingiunge la cessazione definitiva delle pubblicazioni e la soppressione della stessa casa editrice per «attività nettamente anti-nazionale».

Infatti Gobetti, che ora soffre anche di scompensi cardiaci, provocati o aggravati dalle violenze subite, pensa di lasciare l’Italia per proseguire in Francia l’attività editoriale. Il 28 dicembre, nasce a Torino il figlio Paolo (1925-1995). Nel gennaio del 1926, scrive una lettera al suo mentore Giustino Fortunato. Il 6 febbraio del 1926, Gobetti parte da solo per Parigi: alla stazione di Genova viene a salutarlo Eugenio Montale. L’11 febbraio si ammala di una bronchite che aggrava i suoi problemi cardiaci: trasportato il 13 del mese in una clinica di Neuilly sur Seine, vi muore alla mezzanotte del 15 febbraio del  1926, assistito dai fratelli Francesco Fausto e Francesco Saverio Nitti, da Prezzolini e da Luigi Emery.

È sepolto a Parigi.

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