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Pierfrancesco Favino è il Teatro ne “La notte poco prima delle foreste” di Bernard-Marie Koltès

16 Feb 2019 | Nessun Commento | 523 Visite
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pierfrancesco-favino-la-notte-poco-prima-delle-foreste (1)Quando, esattamente un anno fa, Pierfrancesco Favino salì sul palco del Teatro Ariston di Sanremo, nel corso di quello che, piaccia o no, resta a tutt’oggi il più grande evento mediatico della nostra penisola, vale a dire la finale del Festival della canzone italiana, per declamare un piccolo estratto de “La notte poco prima delle foreste” di Bernard-Marie Koltès, il tempo stesso sembrò fermarsi, mentre molti – ma tanti davvero – catodici spettatori parvero accorgersi in quel solo istante dell’esistenza in vita di una figura quasi mitologica, che probabilmente credevano estinta o comunque riservata alle attenzioni di uno sparuto gruppo di nostalgici adepti: il Teatro. Fosse solo per questo motivo, per aver coraggiosamente affrontato il mostro dell’audience, regalando pochi minuti di magia ad un popolo di dormienti, Favino andrebbe ringraziato a vita, così come andrebbe ricordato in eterno il drammaturgo francese, ucciso dall’Aids a soli quarant’anni, che ha creato questo lungo monologo, scritto come fosse una sola frase di ben 63 pagine, senza alcuna pausa né interruzione, costruendo una delle più deliranti, farneticanti e meravigliose confessioni che la letteratura conosca.

Nel buio di una notte parigina, come sempre visitata dalla pioggia, un uomo solo, in preda all’alcool o alla febbre, vomita addosso ad un incolpevole sconosciuto il suo flusso continuo ed inarrestabile di insensate parole, in cui trova posto ogni pensiero gli passi per la mente pur di cercare di trattenerlo, forse per farsi ospitare per la notte, forse per convincerlo a pagargli da bere, forse per aggrapparsi, tramite lui, ad un ultimo brandello di umanità; la sua elucubrazione, in cui si mescolano senza soluzione di continuità il presente e, soprattutto, un passato intriso di disordinati flashback, fotogrammi sbiaditi ed ingialliti di personaggi che hanno preso vita probabilmente solo nella sua mente ottenebrata, diventa una irreale, surreale ed onirica corsa sfrenata che lo porterà verso la salvezza o verso il baratro, verso la redenzione o verso la condanna, verso la sopravvivenza o verso l’oblio, verso la vita o verso la morte. Il breve spazio di una notte diviene, quindi, l’ultima occasione per raccontare, condividere, trasmettere, tramandare forse, tutto il dolore, tutto il peso che un uomo, reo di non essersi assuefatto ad una omologazione politica e sessuale, può riuscire a sopportare, tentando sempre utopisticamente di rialzarsi dalla orrenda posizione di straniero emarginato cui è stato costretto da quella società di benpensanti che assomiglia così tanto alla quotidiana nostra. Ecco, forse la forza del testo di Koltès, scritto nel 1977 quando era poco più che ventottenne, sta proprio in questa sua sorprendente attualità, in questa sua straordinaria capacità di sfidare i tempi, superandoli, ovvero – anche se fa orrore ipotizzarlo – nell’essere riuscito a profetizzare un’immutabile realtà, una inarrestabile deriva che, ad una mente illuminata, probabilmente appariva già senza speranza.

Ebbene, quando Pierfrancesco Favino ha guadagnato dal fondo della sala il palco di un Teatro Kismet Opera colmo come non mai, sold out già da tempo per tutte le cinque repliche inserite nella sezione barese dell’annuale cartellone del Teatro Pubblico Pugliese, il rito si è ripetuto e la pièce, prodotta dalla Compagnia Gli Ipocriti Melina Balsamo per la regia di Lorenzo Gioielli su adattamento dello stesso Favino, con l’ottimo apporto delle luci di Marco D’Amelio, ha generato una nuova meritatissima apoteosi; per settanta sublimi minuti, ci siamo fatti attraversare dalla pioggia, dal buio, dalla notte e, soprattutto, dalle parole, dolorose, rabbiose, inermi, visionarie, malinconiche, disperate, terrificanti, eppure sempre avvolgenti ed ammalianti, che fluivano incessantemente dalla bocca di Favino, che si rivolgeva indistintamente al pubblico, quasi a voler dichiarare l’impalpabilità del suo contraddittore, in una commistione, se non fusione ed osmosi, più che perfetta tra l’autore, l’attore, il personaggio e, finanche, lo spettatore.

È uno straniero che parla in queste pagine. Non sono io, la sua vita non è la mia eppure mi perdo nelle sue parole e mi ci ritrovo come se lo fosse. Il suo racconto mi porta in strade che non ho camminato, in luoghi che non ho visitato. Come un prestigiatore fa comparire storie di donne, di angeli incontrati per caso, di violenze e di paura di ciò che non conosciamo. Forse è anche a questo che serve il Teatro e mi auguro di riuscire a portarvi dove lui porta me.” afferma Favino nelle sue note, proponendo non solo una dichiarazione di intenti ma una incontrovertibile realtà, dato che l’attore romano sul palco è il personaggio di Koltès; la – scarna – scena non ha bisogno di altro che della sua presenza per essere compiutamente riempita, mangiata, divorata, sbranata, plasmata, posseduta, ammantata, sedotta, domata e dominata, distrutta e ricostruita, perché, lentamente ma inesorabilmente scavando ed addentrandosi nell’immaginario protagonista della storia che ci racconta, lui è la sua voce, il suo volto, ed, in uno, la voce ed il volto del Teatro stesso.

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